L’URLO DI MUNCH E L’ANCORA DEI PRIMI CRISTIANI

*di mons. Simone Giusti

Il quadro “L’urlo” di Edvard Munch, venne esposto per la prima volta nel 1902, inserito in un ciclo di sei tele che non a caso s’intitolava Studio per una serie evocativa chiamata Amore.
Dirà l’autore: Ho sentito la natura che gridava e ho dipinto questo quadro e le nubi con vero sangue. I colori gridavano. Nel suo diario, Munch descrive la situazione che diede origine a quell’immagine: Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò – il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. – Mi fermai, mi appoggiai stanco morto a una palizzata – Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco – I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura – e sentii un urlo infinito pervadere la natura. Poi ho dipinto questo quadro. Ho dipinto le nubi con vero sangue. I colori gridavano. Una scena che evoca l’angoscia del Golgota e le parole di Cristo rivolte al Padre. Come si può vivere?
Come è possibile “affrontare il nostro presente”, spesso segnato dallo smarrimento e dal dolore? Come sopportare ogni giorno la fatica del vivere? In effetti noi udiremo il grido solo se in articolazione con la necessità di amore che ci abita fino alla fine. Ora, se quel quadro è divenuto così emblematico, è perché va al di là della rappresentazione del mero terrore individuale. In verità schiude a tutti noi, illuminandolo, il senso tragico dell’esistenza. In quell’immagine sono condensati tutti gli urli umani, quelli emessi così come quelli soffocati. Schopenauer individuava il limite delle possibilità espressive dell’arte esattamente nella sua incapacità di far udire il grido. È appunto il contrario che Edvard Munch s’impegna a dimostrare. In qualunque campo ci muoviamo, è fondamentale preservare la possibilità di ascoltare il grido, il nostro stesso grido e quello altrui (l’uno e l’altro così difficili da accogliere). Pensiamo al bambino. Quando si sente abbandonato nel buio della notte non gli rimane che il grido. La vita inizia con l’essere sperimentata come un caos, per il quale non esistono nomi possibili. Ha una percezione confusa del suo proprio corpo. Ha perduto il calore della placenta che lo proteggeva nello stadio intrauterino e in questo momento è separato dall’abbraccio materno. Si sente gettato fuori, esposto alla vita che non sa controllare. Allora grida. Piange. Un’esperienza primordiale che ritornerà in altri momenti della nostra esistenza.

Pensiamo al bambino. Quando si sente abbandonato nel buio della notte non gli rimane che il grido. E il grido è la forma fragile e intensa con cui la sua vita parte alla ricerca di altre vite che possano soccorrerla. Il grido è un appello, una supplica, una richiesta, una sorta di preghiera: le corde della voce partono, nel cuore della notte, in cerca di un attracco. Nei Vangeli, per esempio, si dice che Gesù morì emettendo un duplice grido. Il primo, liberando le parole: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (oppure «Dio mio, Dio mio, a cosa mi hai abbandonato?», come preferiscono alcune traduzioni). Ma, una volta proferite tutte le parole sulla croce, gli evangelisti Marco e Matteo raccontano che Gesù dà un altro forte grido. E in quello stesso momento il velo del tempio
si squarciò in due, consentendo un altro regime di rivelazione.1
La fede nella risurrezione di Gesù – non la rianimazione del suo cadavere, ma l’ingresso della sua stessa condizione umana nel mondo delle cose invisibili che forma il valore aggiunto della creazione di Dio – trafigge la mente dell’umanità intera: nessuno aveva mai osato lanciare un simile annuncio dell’importanza della vita che viviamo, nella carne e nel sangue. Questa speranza ci accompagna nella vita. I primi cristiani dipingevano la speranza con un’ancora, come se la vita fosse l’ancora gettata nella riva del Cielo e tutti noi incamminati verso quella riva, aggrappati alla corda dell’ancora. E’ una bella immagine della speranza: avere il cuore ancorato là dove sono i Santi, dove è Gesù, dove è Dio. Questa è la speranza che non delude. La speranza è un po’ come il lievito, che ti fa allargare l’anima; ci sono momenti difficili nella
vita ma con la speranza, l’anima va avanti e guarda a ciò che ci aspetta. «Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso» (1Gv 3,3). Anche la speranza ci purifica, ci alleggerisce; questa purificazione nella speranza in Gesù Cristo ci fa andare in fretta, prontamente.