Dalla parrocchia al paese, le idee ispirano e le persone creano

10338481_1496362810582_opt*di Francesca Anedda*
L’Associazione il Miglio inizia la propria avventura ufficialmente nel 2003. A differenza di tante realtà, il Miglio prese forma perché già c’era una cultura, c’erano le persone e la volontà di stare insieme e lavorare per un beme
più grande, la condivisione e l’amicizia. Dare un nome a tutto è stata una tappa di un percorso che aveva iniziato a delinearsi anni prima. Le idee ispirano, come dice il titolo. E l’idea giusta vent’anni fa circa, l’ebbe il nostro parroco,
oggi vescovo, Don Simone Giusti. Dai giovani dovevano germogliare le idee, a loro doveva essere affidata l’iniziativa. Furono scelti giovani animatori a cui affidare le decine di ragazzi che frequentavano la parrocchia. Giovani
che insegnavano ai più giovani. L’intuizione di ridurre le distanze tra gli animatori e gli animati con lo scopo di dare forza alle iniziative, dare quella necessaria coesione che avrebbe poi generato il primo gruppo musicale “Non
Volendo”. Ad oggi si può dire che l’importanza di quel gruppo non era su come suonava o quanti erano a farlo. La loro vera forza risiedeva nel come lo facevano. La canonica era diventata la loro officina, dava un senso di condivisione a tutti coloro che la frequentavano, un senso derivato certamente da quegli insegnamenti, da quel modo di vivere che tutti avevano scelto di impegnare al servizio degli altri. Era la prima importante affermazione
che dentro ad ambienti religiosi potesse nascere qualcosa di estremamente rock.
Nacque presto la consapevolezza che l’officina di idee potesse e dovesse abbracciare anche chi la musica non la sentiva tra le proprie corde. Fu così che da quei ragazzi un tempo animati e poi animatori nacque l’idea del gruppo teatrale. Iniziando dalle rappresentazioni sacre come la Via Crucis fino a spettacoli per le feste del paese, il gruppo

Dal canto al teatro
Dal canto
al teatro

teatrale vide l’avvicinamento di oltre 50 giovani del paese. Fu poi Don Simone, nel 2003 a farci capire che avevamo tutto, proprio tutto, fatto salvo di un nome. Nacque così il Miglio!
Da quel giorno l’Associazione ha sempre portato avanti, nel paese e fuori, iniziative teatrali e musicali. Musical con la partecipazione di 40 persone minimo, contest musicali e molto altro hanno fatto del Miglio il centro teatrale di Cascine. Dal “Fantasma dell’Opera” alla “Bella e la Bestia”, da “Hercules” a “Moulin Rouge”, spettacoli che hanno portato in scena emozioni forti e fuori scena hanno dato vita a quel gruppo che negli anni ha raggiunto anche 80 persone. Dal Miglio è nato il Festival Musicale, un weekend di musica con artisti da tutta Italia.

Il Miglio gestisce oggi, insieme ad altre realtà, il Teatro Vittoria e realizza spettacoli professionali con l’obiettivo di divertire e divertirsi, non dimenticando mai quel principio di condivisione che la nostra stessa storia ci ricorda,
ogni volta che sfogliamo i nostri spettacoli. Siamo un esempio e siamo orgogliosi di esserlo, di come si può costruire nuove realtà partendo dall’idea che la parrocchia guida ed ispira quelle idee basate sul principio fondamentale che fare e condividere sono due cose distinte oppure sono un’unica realtà che oggi, a Cascine, si chiama Miglio.

TUTTI PER UNO E UNO PER TUTTI
Alla base la parrocchia, la comunità su di essa si costruisce un’idea che piano piano diventa una cosa grande. Questa è un’esperienza vera! Fatta da gente vera, da persone che dal nulla hanno creato qualcosa di bello, credendoci!

Qualcosa di veramente "rock"
Qualcosa di veramente “rock”

La lettura sociologica di quest’esperienza:  LE IDEE GIOVANI
*di Maria Chiara Michelini*
La ragione pedagogica del successo de Il miglio è, a mio modo di vedere, riconducibile al suo mettere al centro i giovani e le loro idee. Questa scelta, che sarebbe potuta apparire scontata venti o trenta anni fa, cioè prima che
questi giovani nascessero, oggi si mostra nel suo essere avanguardista, nel nostro gergo, potremmo dire, profetica. Se in passato la Chiesa ha rischiato, a volte, forme di vero e proprio giovanilismo, nelle priorità, nelle forme, nei linguaggi, oggi la situazione presenta tutt’altre caratteristiche che rendono ancora più visibile il valore dell’intuizione de Il miglio. La tensione complessiva della pastorale ecclesiale reale, infatti, oggi appare attenuata nella direzione del mondo giovanile, non di rado lamentosa e pessimista. Di “questi giovani” si tende a sottolineare il profilo critico (sono sempre su Fb, non sanno più parlare e interagire, non si riesce più ad interessarli a nulla, etc.), quasi rinunciando a evidenziarne il potenziale positivo e, quindi, venendo meno all’esercizio del proprium educativo,
nel senso etimologico del termine (e-ducere). Si rinuncia, cioè, a credere nei giovani, in nome dei loro limiti e dei profili di modernità che non sempre riusciamo a capire. Gli effetti negativi di questa tendenza sono visibili nell’invecchiamento della nostra Chiesa (pensate alle celebrazioni liturgiche), ma, potrebbero esserlo molto di più in
futuro, quando gli effetti a lungo periodo di questo disinvestimento diventeranno più evidenti, e irreversibili.

Il miglio, al contrario scommette sui giovani, crede in loro, affida loro l’iniziativa. Non si occupa di organizzare attività o eventi per i giovani, ma crea uno spazio per idee, attività, eventi pensati e organizzati dai giovani.
Ciò implica un riposizionamento educatore/educando, «l’intuizione di ridurre le distanze tra gli animatori e gli animati con lo scopo di dare forza alle iniziative, dare quella necessaria coesione che avrebbe poi generato il
primo gruppo musicale Non Volendo», si dice. In altri termini, si sperimenta un diverso modello educativo, non più prevalentemente trasmissivo, ma centrato sull’educando, messo in condizioni di esprimersi, proporre, inventare,

Una scommessa vinta
Una scommessa vinta

provare, sbagliare….Ciò consente ai valori di raggiungere la vita dei ragazzi, attraverso proposte che nascono
da loro, dal loro vissuto, dalle loro idee, dal loro sentire, proposte sulle quali gli educatori possono incidere nella direzione della passione evangelica che li anima. Questo trasforma la canonica in officina delle loro idee,
restituendole la sua vocazione ad essere casa di tutti. La musica rock, Il teatro, con la predilezione di opere estremamente contemporanee, sono la veste di quelle idee e di quella scelta. Non sono la scelta. La scelta sono I giovani e le loro idee. L’intuizione educative non è il teatro o la musica, ma il protagonismo dei giovani, la fiducia
nelle loro proposte, la chance di opzione loro offerta. In questo la proposta de il miglio si offre a noi come esempio educativo fecondo, attuale, innovativo, Inesorabilmente il fuoco della proposta si allarga, oltrepassa I confini della sacrestia, per estendersi al paese, al territorio, con le sue cattedrali (come il teatro) e la sua vita. Come dire che
I giovani, percepiti come lontani dalla politica, disinteressati alla loro terra e alla loro città, se messi in condizioni di pensare e creare, fanno politica, quella alta, capace di trasformare la città. E di cambiare il volto (e non solo) della Chiesa. Penso davvero ci sia di che trarre ispirazione da questa esperienza, lasciando che la frizzante aria di cui I giovani sono espressione circoli e si espanda. Chissà che anche attraverso essa lo Spirito soffi.

Argomenti tabù

È meglio defilarsi?
È meglio defilarsi?

*di Igino Lanforti*
Diciamocelo con franchezza: ci sono degli argomenti che come educatori abbiamo difficoltà ad affrontare con i nostri ragazzi. Sono tabù culturali autoimposti per evitare di andare a sbattere contro il pensiero dominante.
Preferiamo scantonare o quanto meno differire, fino a quando proprio non si può fare a meno, fedeli alla regola che le “rogne è meglio non andarsele a cercare”. Alcuni esempi: morte ed eutanasia, sessualità, fedeltà e verginità, aborto, contraccezione e regolazione delle nascite. Sono temi caldi sui quali il Magistero della Chiesa Cattolica si
è ripetutamente espresso per chiarire ed ha fornito insegnamenti, alla luce della Scrittura e della ragione umana, contenuti in documenti che dovremmo saper maneggiare – su tutti il Catechismo della Chiesa cattolica (CCC). Di fronte ad essi, lo sappiamo, si è schierato un fuoco di fila molto violento, prodotto dalla quasi totalità dei Media e
da agenzie culturali, che hanno la loro radice in una filosofia relativista e radicale ben sostenuta e pubblicizzata
da un mix di interessi ideologici, economici e politici e che si fa rappresentare presso il mondo giovanile dal cantante, dal rapper o dal vip di turno.
Questo fuoco di fila umanamente ci intimorisce, ci sembra insormontabile, una partita persa in partenza e allora… allora scantoniamo, torniamo indietro o camminiamo lungo il muro in attesa di trovare prima o poi un varco per aggirarlo. Non è detto che ciò non possa accadere, ma neppure che il varco ci sia e che lo spostamento lungo il muro sia sempre la soluzione buona. Forse vale la pena di saggiare se il muro sia davvero così consistente come appare e se non si tratti di una “fata Morgana”.

Aprire un varco o camminare lungo il muro?
Aprire un varco
o camminare
lungo il muro?

Nei mesi scorsi era in corso il dibattito parlamentare sulle DAT (disposizioni testamentarie anticipate), momentaneamente sopito, ma pronto a riemergere alla luce dei riflettori televisivi e mediatici non appena verrà ridiscusso o si presenterà il prossimo caso eclatante di suicidio. Con un gruppo di ragazzi è stato affrontato, senza andare ad analizzare direttamente la proposta di legge, ma quello che vi sta dietro e/o sotto. Ho partecipato alla discussione in modo indiretto e ho dato ai ragazzi e ai loro educatori la possibilità di ascoltare la testimonianza di una donna che ha vissuto per undici anni insieme al marito ammalato di SLA (un report dell’incontro è leggibile sull’inserto di Toscana Oggi, Vita Apuana, del 18 maggio scorso). Hanno successivamente ascoltato anche
un medico anestesista. A distanza di alcuni mesi ho chiesto agli animatori del gruppo di poter sottoporre ai ragazzi un questionario anonimo con alcune domande alle quali dovevano rispondere con un punteggio da 1 a 10 per ciascuna di esse o con una scelta tra sì, no, non so. Propongo alcuni dei risultati ottenuti attraverso la media dei voti:
1. Hanno molto apprezzato (8.5) la discussione a l’approfondimento del tema.
2. Ritengono che i Media siano poco completi e obiettivi (5,8) e abbastanza sbilanciati a favore delle DAT (6.5).
1457955616-eutanasia_fmt3. Ritengono che l’approvazione di una legge in merito sia giusta solo al 5.25 e, con analogo punteggio, che lo Stato legiferi in materia.
4. Temono che, una volta approvata, possa indurre procedure e mentalità eutanasiche nei confronti di persone adulte gravemente malate (7).
5. Ritengono che il dolore fisico non sia la causa preponderante (5.5) che induce alla decisione di togliersi la vita,
ma piuttosto il senso di solitudine e abbandono (6.8) e che la presenza di cure amorevoli da parte dei familiari e di personale medico siano determinanti (8.5) per non decidersi alla scelta eutanasica.
6. Pensano che la fede sia importante nelle decisioni eutanasiche per evitarle (7.25) o, se assente, per prenderle (6).

L’IMPORTANTE E’ PARLARNE
Affrontare certi argomenti un po’ difficili e scomodi è il minimo che gli educatori possano fare per i ragazzi.
Parlarne insieme può aiutare a chiarirsi le idee, ad avere una visione più ampia delle cose e soprattutto a non omologarsi passivamente al pensiero comune. Se facessimo dei sondaggi forse ci renderemmo conto che i ragazzi la pensano diversamente su tanti argomenti. Proviamoci.

Decalogo in 11 punti


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*di don Mario Simula*
A Giorgio e Silvia, coppia vincente per adolescenti Giorgio e Silvia siete arrivati sani e salvi a fine anno? Tutti sani e salvi e pizzata, per far festa insieme. La meritate e ne valeva la pena. Giorgio sei sopravvissuto? Con Silvia, certamente. Riconoscilo che con una ragazza accanto si ha una marcia in più anche con i ragazzi.
Stiamo per arrivare in porto. L’attracco, probabilmente, avrà un’appendice estiva. Che sia all’insegna della gioia, dell’esuberanza, della freschezza. Abbiamo parlato tanto di amore e, proprio d’estate, ci dobbiamo ornare di un volto “serioso”, compunto, senza felicità? Se vi ritroverete durante l’estate potrete vivere un tempo di messa alla prova.
Basta organizzarsi bene. Fare patti chiari con i ragazzi. Aspettarli per le narrazioni a fine estate.

Intanto, occhio al DECALOGO IN UNDICI PUNTI.
Non sto ingaggiando una competizione con Mosè e tanto meno con Dio.
Il fatto sta che la parola Decalogo aiuta a ricordare cose importanti.
Il numero undici dice che avevo bisogno di undici, per dire pressappoco
tutto. Decalogo dieci più uno:
1. Guardiamo con la testa, guardiamo col cuore. Cerchiamo di avere le idee chiare. Quando entriamo nel mondo, ancora indefinito, dell’emotività, della sensibilità, degli affetti, dello sviluppo sessuale dei
ragazzi, non possiamo restare su alcune approssimazioni vaghe e
nebulose. Dobbiamo conoscere attentamente ciò che avviene di sconvolgente nei ragazzi: la trasformazione del corpo, le attrattive forti, le simpatie un po’ caotiche, i nascondigli nei quali si raccolgono le esperienze che non vengono raccontate. Dietro un’apparente spregiudicatezza essi vivono stati d’animo di paura, tentennamenti, pasticci
istintivi, tensioni inspiegabili. Né si può dire che, oggi, i ragazzi siano più disinvolti di prima. Forse hanno perso un tantino di pudore. Ma dentro se stessi vivono un guazzabuglio di turbamenti.
Occorre guardarli con la testa: ragionando, riflettendo, dialogando, documentandosi e parlando loro con chiarezza. Occorre guardarli col cuore: amandoli da adulti o da giovani. Ma sempre da educatori. L’attenzione affettuosa e robusta, scevra da sdolcinature e da preferenze affettive è essenziale. Il cuore sì, ma la testa sempre!

Il cellulare: magazzino di info
Il cellulare:
magazzino di info

2. Immaginiamo anche ciò che non si vede e che attraversa le vene, il cervello, i sentimenti dei ragazzi.
Non si può ridurre tutta l’osservazione degli adolescenti al loro comportamento. A volte ci indispongono. A volte ci strappano giudizi moralistici. A volte li emarginiamo perché il nostro modo di pensare e di vivere non coincide con il loro. A volte sono talmente “rompi” che faremmo a meno di questo e di quello, per ritrovare un po’ di calma.
Dovremmo chiederci: cosa passa in quel cervello, in quella fantasia, in quelle parole poco consuete al nostro linguaggio? A quale velocità viaggia il sangue in quelle vene? Quali sentimenti provano? Credo che sia funesto
pensare che in loro c’è sporcizia, cattiveria e basta. C’è una vita che sale verso il compimento. Per farlo si
serve di tutti i percorsi che sono a disposizione dei ragazzi. Riuscire ad osservare ogni fenomeno nell’armonia “disarmonica” tipica dell’età, è segno di acutezza educativa. Se parto dal bene che il fenomeno dell’adolescenza rappresenta, riesco a trasformare l’osservazione in contemplazione. Occorre prospettare grandi valori. Nella gradualità indispensabile, nella comprensione irrinunciabile, in un contesto complesso come quello che stiamo vivendo.

3. Occhio ai sogni! Il sogno è la realtà che si desidera. E’ la visione prospettica della vita. A chi appartengono i sogni se non agli adolescenti? Loro hanno diritto di sognare e Dio ci conceda ragazzi e ragazze capaci di sognare!
L’educatore non è un affossatore di sogni. E’ un “saggio” che aiuta ad interpretarli nelle promesse che portano con sé.
Non credo che possa esistere un compito altrettanto arduo quanto questo: non soffocare il futuro, anche se appare irreale, e leggerlo confrontandolo con la vita. Dire: “Hai la testa fra le nuvole! Tieni i piedi per terra! Sei sempre incantato!”, significa intonare continuamente canti funebri. I ragazzi amano l’esagerazione, puntano verso mete che non esistono, provano e provano nella speranza di trovare il percorso più adatto e soddisfacente. L’educatore è un compagno di viaggio. Senza troppe parole. Ha l’attitudine prevalente ad andare avanti. Di essere il capo cordata, non per imporre, ma per dare sicurezza. Il sogno può diventare un grigio scarabocchio di delusione o un pastello colorato di speranza. Ma se tu, educatore, sei una persona sbiadita, che sogno puoi essere e che sogno puoi alimentare?

4. La fretta di sperimentare, di toccare, di vedere e di gustare. La frenesia dell’esperienza rischia di prendere il sopravvento quando un adolescente si affaccia alle prime esperienze affettive. Non può che essere così. La turbolenza del desiderio, il gusto della soddisfazione, a prova di un brivido si impongono. Anche perché rappresentano l’aspetto più immediato e concreto della novità rivoluzionaria che si sta facendo strada nella sua vita. In un contesto sociale che difficilmente educa al dominio di sé e alla collocazione dei valori secondo una scala di priorità, arrivare con il manuale delle proibizioni e delle inibizioni è quanto di più controproducente si possa pensare. I ragazzi amano  vedere e hanno accesso, purtroppo, ad ogni genere di raffigurazione multimediale; hanno prurito di toccare e niente attorno a loro mette freno a questo impulso, soprattutto quando si trovano in gruppo o si separano dal gruppo e trovano l’avvallo degli amici più disparati. L’educatore ha la percezione di queste trasformazioni. Non le guarda con allarme. Non fa scattare il semaforo rosso. Piuttosto apre un dialogo. Crea un clima di rispetto e di delicatezza. Mette i fondamenti di una buona educazione che non è soltanto galateo, ma attenzione alla persona. Educare la sessualità e l’affettività è sempre un’arte che richiede l’equilibrio dell’educatore che lavora già intensamente su stesso, gli domanda la serenità davanti al manifestarsi e al fiorire di una nuova stagione della vita da parte dei ragazzi, esige

Come compagni di viaggio
Come compagni
di viaggio

garbo, osservazione, gradualità, piccoli passi. Richiede una proposta morale positiva. Si inizia presentando la bellezza di quanto l’età fa sentire come novità, per indicarne successivamente i rischi e arrivare ad una indicazione positiva di itinerario.

5. Ciò che conosce soltanto il cellulare
I ragazzi hanno un alleato sempre pronto a diventare complice dei desideri, delle curiosità e delle trasgressioni che la sessualità e l’affettività fanno balenare davanti agli occhi. Difficilmente il cellulare incriminato è accessibile agli adulti. D’altra parte rappresenta una specie di magazzino di informazioni, di esperienze narrate e di esperienze dirette. E’ già una trappola per gli adulti! Figuriamoci per gli adolescenti. I messaggi innanzitutto. Il linguaggio e il contenuto di questi messaggi è spesso senza remore e non è innocuo, perché crea modo di pensare e spesso di agire. Le immagini: tutte quelle che si trovano sul mercato e quelle che i ragazzi stessi producono, per gioco, per ostentazione, per spacconeria, per far valere la propria capacità di conquista. Il coinvolgimento di altri. Tutto ciò che si riceve sembra di proprietà, per cui i messaggi mancano di riservatezza.
Si mettono in piazza terze persone, con le conseguenze che spesso ne derivano. L’educazione all’uso prudente del cellulare è oggi uno dei modi più diretti ed efficaci per educare la sessualità e l’affettività. E’ chiaro che l’educatore non può diventare lui stesso il primo e peggiore schiavo di questo strumento.
Le banalità che educatori (preti in prima fila!), riversano nel cellulare è stellare. Se il tuo cuore è inquinato non può pretendere di educare alla bellezza del corpo, del cuore e della vita!

6. All’amica del cuore e all’amico di una vita non posso nasconderlo
Il segreto sembra essere un alleato sicuro delle esperienze degli adolescenti. Sembra, perché non lo è. Sia per la ragione che ogni cosa “confidata” è sicuramente destinata a diventare pubblica. Sia perché un coetaneo non potrà mai essere una guida di viaggio. Sia perché la curiosità interferisce nella relazione amicale come una sottile infezione virale. Non è utile parlare di tutto tra amici e nemmeno con un amico particolarmente fidato. Ogni cosa detta è scritta e pubblicata. È un’arma che si ritorce negativamente contro l’adolescente che sta facendo il suo percorso. Ci vuole un adulto. Che non abbia, però, la mentalità di un adolescente. Che non si senta importante perché ha ricevuto le confidenze. Che non si senta potente perché ha in mano la vita dell’adolescente. L’educatore che ascolta è segretissimo. Così diventa affidabilissimo. E’ veramente incredibile come certe notizie circolino; e quando si arriva a capire chi le ha messe in
circolazione, si risale all’educatore o al prete. Nemmeno il gruppo educatori può mai diventare un luogo privilegiato di pettegolezzo, di giudizi, di valutazioni approssimative, di ironia.

4923337-couple-image_opt7. Che non lo sappiano i genitori
I genitori difficilmente diventano addetti ai lavori in una materia educativa così personale per gli adolescenti. Sono patetici i genitori e specialmente le mamme che pretendono di essere amiche dei figli: “Così mi dicono tutto!”. Beata ingenuità, mi dicono tutto ciò che vogliono! Essere amici dei figli non paga. Si chiudono ancora di più. Gli adolescenti sanno scegliere gli amici: quelli che vogliono loro e come li vogliono loro. Offendersi perché i figli non parlano con i genitori è una bella pretesa, dovuta all’immaturità. Se c’è una precauzione che i ragazzi riescono a costruire con abilità, consiste nell’inventare strategie adeguate perché i genitori non sappiano. I ragazzi “si coprono” a vicenda. Inventano luoghi, esperienze, orari pur di non dire quanto veramente accade.
I genitori non si devono offendere. Mentre i ragazzi hanno diritto di non parlare. A meno che l’autorevolezza,  l’equilibrio,la saggezza di un genitore siano tali da far saltare le difese degli adolescenti. In quel momento ogni cosa diventa più semplice. Tuttavia, sommessamente e con modestia, mi permetterei di suggerire anche ai genitori la riservatezza. Non esaltate i vostri figli con gli amici di famiglia, rischiate di prendere cantonate solenni.
Non parlatene e basta. Evitate ai vostri ragazzi una brutta figura (perché loro non ci tengono proprio che voi li trasformiate in oggetto delle vostre conversazioni salottiere!) e gli permettete di esistere per quello che sono.
8. Desidero, desidero, desidero. Ma è giusto? Non basta che “mi piaccia” perché sia giusto. Non basta che “ci
provi gusto”, perché sia giusto. Non basta che “ci divertiamo un ……” perché sia giusto. Uno dei segreti più importanti dell’educazione affettiva è saper entrare con delicatezza nel “desiderio” dei ragazzi. Il desiderio è una
prospettiva a portata di mano. E’ un giocattolo intelligente e pericoloso. Appariscente e talvolta contraffatto. Di desideri si vive, comunque. Educare il desiderio è un’arte. Soprattutto lo è se non lo temo, se non lo classifico, se
non lo identifico subito col male, se non ne parlo in modo negativo. I ragazzi sono chiamati a passare
dall’istinto al desiderio, dal desiderio alla scelta consapevole, dalla scelta consapevole alla scelta buona. Un percorso arduo ma esaltante che richiede il confronto con una persona credibile che ne parli loro con entusiasmo, con la forza di chi va contro le mode, con la convinzione di chi vive già esperienze di valore.

Desideri, aspettative, scelte, linguaggi, comportamenti... Avere a che fare con gli adolescenti non è per niente facile, ma provarci con il cuore e con qualche attenzione si può e poi si può sempre parlare con Gesù. La nostra fede ci aiuta anche in questo.
Desideri, aspettative, scelte, linguaggi, comportamenti…
Avere a che fare con gli adolescenti non
è per niente facile, ma provarci con il cuore e con
qualche attenzione si può e poi si può sempre
parlare con Gesù. La nostra fede ci aiuta anche
in questo.

9. Le prime “prove”: riesce, non riesce? Agli educatori posso dirlo: loro mi capiscono!
Gli adolescenti possono essere presi subito dal bisogno di “pasticciare” l’amore. Sono impauriti, in un primo momento. Poi iniziano a dirsi l’un l’altro: “Forse dobbiamo aspettare. Non sono pronta, non sono pronto”.  L’apprensione comanda. E’ un segno evidente del fatto che ogni esperienza conosce il suo tempo e chiede la giusta maturazione. Tu, educatore, puoi cogliere i segnali di questa problematica, anche in ragazzi giovani. Quelli che hai nel gruppo. Sii attento, ispira fiducia. Accogli le confidenze. Fai con loro un patto di lealtà. Mettiti in gioco. Guardali con simpatia. Trasmetti pensieri veri e comprensivi. Accompagna. Senza manifestare curiosità o eccessivo interesse. Esserci nella vita di un ragazzo non è sinonimo di assillo, interrogatorio o altro.

10. E se ne parlassi con Gesù?
Chissà se gliene importa! Il dialogo con Gesù, fonte dell’amore, “fantasista” della vita degli adolescenti è sicuramente un momento di grande luce, di incoraggiamento, di gusto della vita. La turbolenza adolescenziale ha bisogno di una invocazione accorata: “Salvaci, Signore, andiamo a fondo!”, e allo stesso tempo: “Tutto posso con Te, Signore, che
mi dai la forza!”. Educare alla preghiera, quando la vita lo esige, è l’opportunità migliore per entrare in amicizia, in confidenza e in un faccia a faccia sereno col Signore. L’educatore deve saperlo ed è chiamato a diventare testimone.

11. E se gli educatori ne parlassero anch’essi con Gesù.
L’educatore per primo evita di trattare la vita affettiva dei ragazzi senza seguire passo dopo passo le indicazione dell’educatore stupendo e amorevole che è il Signore Gesù. Probabilmente la vita dei ragazzi diventerebbe per te la scuola più diretta e autentica per entrare “in affari” con Gesù che rimane il vero amico dei ragazzi, il loro primo estimatore, il loro progettista. Oh! Ma non siamo più in estate! Questo “supplemento” non è per caso fuori tempo massimo? Sarà pure. Ma credi che basti l’estate per fare tirocinio dentro il tuo cuore e soprattutto per passare
in rassegna i ragazzi, ad uno ad uno e parlarne Giorgio con Silvia e Silvia con Giorgio, tra di loro. E insieme con Gesù che, in questo tempo, ha iniziato a provare per i nostri due amici una simpatia incredibile!

APPROFONDIMENTO
Abbiamo scoperto che due è uguale a uno, se si lavora insieme. E che uno insieme è il massimo della sintonia. Si diventa irresistibili. Ci si aiuta. Se uno cade l’altro lo aiuta a rialzarsi. Se uno si perde l’altro va e lo cerca. Se uno è scoraggiato l’altro gli offre il ricostituente di un sorriso, di un silenzio amorevole, di una parola piccola ma molto efficace

Uscire, voce del verbo incontrare

Dove sono i giovani?
Dove sono i giovani?

*di mons. Simone Giusti*
Carissimi
una sera di giugno ero alla Rotonda di Ardenza e cercavo un luogo dove mi aspettavano per un saluto, non sapendo di preciso ove fosse, ho chiesto informazioni a un gruppo di giovani i quali non solo prontamente mi hanno dato le notizie che chiedevo ma riconoscendomi, e ricordando quando li avevo cresimati, hanno voluto accompagnarmi
sino a destinazione con grande calore e cordialità. Ma dove sono i giovani oggi per poterli incontrare?
Nelle piazze e nelle pizzerie. Per la strada e nei pub. Sul sentimento e sulle emozioni. Sugli affetti e nella poesia.
Nella soggettività che sovente diventa individualismo. Sono transitati dal mondo del “cogito ergo sum” a quello solo biologico del: “ho pulsioni dunque sono”. Sono quindi nella cultura della sensitività: il sesso e la sessualità ne sono la sua epifania. Ciò che è piacere è per molti di loro sicuramente bene e parimenti ciò che è dolore è male.

Questa è la cultura dell’adolescenza, dei giovani nell’età delle scelte difficili senza più orizzonti di senso. Tutto è liquido, non esistono scelte irreversibili neppure quelle affettive. Rimangano ancora i legami di sangue con i genitori, i fratelli, i parenti ma anch’essi si vanno indebolendo. La famiglia di appartenenza o quella in edificazione,
è vissuta tra adolescenza affettiva, paure, convivenze occasionali o effettive. Il lavoro a cui ci si prepara è visto come un miraggio e quando il lavoro già lo si vive, è sovente alienante perché finalizzato spesso solo all’obiettivo di avere denaro. Ma spesso il lavoro non c’è e non è neppure intravisto o si presenta in forme molto occasionali.

Dove poter incontrare i giovani?
– Sul cellulare, sul web: sono sempre connessi.
– Nella notte: in particolare il sabato e la domenica notte.
– Alla TV, li vede per ore presenti.
– Nella mondo della musica, li accompagna costantemente.
– Nel tempo libero: la natura, lo sport, le città d’arte, i santuari, le belle chiese, i monasteri li vedono non poco presenti
– A scuola: superiore e università.
– Nell’alternanza scuola lavoro.
– Nei luoghi di lavoro.
La Comunità Cristiana con con le sue “stanze” (chiesa e oratorio)  e con le persone che le abitano (ma se sono adulti e
giovani significativi), incontrano i giovani quando riescono a farsi ascolto, compagnia, presenza: nel mondo del lavoro, nella scuola, nello sport, nel tempo libero, nella famiglia. Per incontrare occorre uscire. Uscire dalle nostre
paure, dal nostro quieto vivere, dalle nostre stanze… come tante volte ripete Papa Francesco.

QUESTIONE DI INCONTRI
Incontrare i giovani può essere difficilissimo o facilissimo. Basta capire dove sono per raggiungerli o starsene nelle proprie “stanze” e aspettare inutilmente che arrivino. Per incrociare le loro strade occorre uscire. Uscire dai luoghi comuni, dalle proprie sicurezze, dai posti “canonici” per avventurarsi alla loro ricerca… l’incontro avviene e se è significativo può rappresentare una tappa importante nella vita di ciascuno.

La Rivista di Ottobre

fullsize_distr_opt*di Marco e Donatella Carmine*
Per leggere questo numero di Sentieri e trovarne il filo rosso vi proponiamo di partire dal Decalogo sull’amore in undici punti dove troverete Giorgio e Silvia, gli educatori che ci hanno accompagnato nei
mesi scorsi in un percorso di educazione all’affettività, che fanno sintesi di un anno trascorso con il loro gruppo di adolescenti, attraverso  semplici e sintetiche indicazioni per essere educatori con la E maiuscola.

1. Guardiamo con la testa, guardiamo con il cuore Guardiamoli, ma dove sono? Non puoi stare su alcune  approssimazioni vaghe e nebulose Nell’editoriale “Uscire, voce del verbo incontrare” il Vescovo Simone ci sprona ad andare verso di loro, ad uscire dalle solite “stanze” dei nostri oratori e chiese e scoprire i luoghi in cui sostano i ragazzi e la “cultura” nella quale navigano. E’ questa la pastorale giovanile, o meglio la chiesa, che ci chiede oggi di
attuare Papa Francesco.

2. Immaginiamo anche ciò che non si vede e che attraversa le vene, il cervello, i sentimenti dei ragazzi Cosa passa nel cervello di questi miei ragazzi, quali fantasie … a quale velocità passa il sangue nelle loro vene? Come possiamo capirli, cosa possiamo fare? E’ semplice, basta mettere al centro i ragazzi, dando uno spazio per esprimere le loro idee. Ci sono esperienze come “Dalla Parrocchia al Paese, le idee ispirano e le persone creano” che, basandosi su questa scelta fondamentale, dicono la capacità dei ragazzi di essere creativi, tanto da far nascere “il Miglio”.
Maria Chiara Michelini con “Le idee giovani” come sempre ci offre un’analisi pedagogica dell’esperienza, davvero interessante: “Il Miglio” scommette sui giovani, crea uno spazio per idee, attività, eventi pensati e organizzati dai giovani. … L’educando è messo nelle condizioni di esprimersi, proporre, inventare …; è la capacità di andare al di
là della frequente pastorale ecclesiale un po’ lamentosa e pessimista. Prova a leggere questi due articoli di seguito e troverai interessanti spunti di riflessione, prima di riprendere le attività con il tuo gruppo.

3. Occhio ai sogni! L’educatore non è un affossatore di sogni … è un saggio, un compagno di viaggi, per questo
non può avere una vita sbiadita. Vi siete mai chiesti quali sono i sogni ed i pensieri dei ragazzi ? Come loro compagni di viaggio potremmo conoscere e condividere pensieri legati a molte tematiche, anche a quelle che pensiamo non interessino a loro … forse perché noi per primi non li approfondiamo e scegliamo di essere un po’ “sbiaditi”.
L’articolo “Diciamocelo con franchezza” offre qualche spunto per ampliare i temi di cui si parla in gruppo e scoprire che molti ragazzi sanno dare un’opinione e non sempre scontata come forse molti credono!

4. La fretta di sperimentare, di toccare, di vedere e di gustare. Il ragazzo vive la turbolenza del desiderio, il gusto della soddisfazione, la prova di un brivido. L’educatore non può guardare e leggere questi atteggiamenti con paura e allarme, ma deve avviare un dialogo, aprire un confronto onesto e sincero, senza rinunciare a dire la bellezza del Vangelo sull’uomo. Vai all’articolo “Educare al senso della storia per scoprire Dio che si rivela”, ci invita ad aiutare
i ragazzi a credere che la loroquotidianità può essere straordinaria.

5. Ciò che conosce soltanto il cellulare Il cellulare o meglio lo smartphone oggi è frequentemente uno dei modi più diretti e incisivi dell’educazione affettiva e sessuale dei ragazzi. Nei mesi scorsi Don Mario Simula, nella rubrica “Lo strano oggetto del mistero l’adolescente”, attraverso le vicende dei suoi animatori Giorgio e Silvia ha offerto numerosi spunti e aiuti, che si completano con il decalogo di questo numero, per diventare dei validi concorrenti dello smartphone…

6. All’amica del cuore e all’amico di una vita non posso nasconderlo. E’ veramente incredibile come certe notizie circolino anche in parrocchia o in oratorio. Come sarebbe bella una comunità cristiana in cui anche il parlare è
contrassegnato da un comune sentire fraterno. Potrebbe essere bello riscoprire con il gruppo lo stile delle prime comunità. Uno strumento potrebbe essere anche quello della fiction – va tanto di moda oggi. Nell’articolo “A.D la Bibbia” continua trovate una interessate recensione di una fiction americana che racconta la nascita della Chiesa in
una serie avvincente.
Who-are-your-heroes-sh_fmt17. Che non lo sappiano i genitori …

8. Desidero, desidero, desidero. Ma è giusto? I ragazzi sono chiamati a passare dall’istinto al desiderio, dal desiderio alla scelta consapevole, dalla scelta consapevole alla scelta buona. Non è un percorso impossibile per i ragazzi di oggi, molte storie di vita di ragazzi straordinari ancora oggi ce lo testimoniano: “La storia di Gianluca Firetti” è una
di queste. Un ragazzo di vent’anni gravemente ammalato, capace di convertire Don Marco.
9. Le prime “prove”: riesce, non riesce? Agli educatori posso dirlo: loro mi capiscono! Guardarli con simpatia  trasmettere pensieri veri e comprensivi. Accompagnarli. Senza manifestare curiosità o interesse eccessivo.
Saper essere sempre l’immagine del Padre misericordioso, capaci di aprire sempre le braccia. “Di nuovo amici” è una
riflessione sul tema della Riconciliazione, un capitolo non sempre facile, anche nella vita di un bravo educatore, ma fondamentale per poter essere immagini di quel Padre che attende alla finestra.
10. E se ne parlassi con Gesù? Chissà se gliene importa! La preghiera Eucaristica, il memoriale della Pasqua: un intenso articolo sulla Celebrazione Eucaristica, per non vivere delle Domeniche con superficialità. Educare alla preghiera è l’opportunità migliore per entrare in amicizia con il Signore, ma come possiamo educare alla preghiera
senza cogliere la grandezza della celebrazione domenicale? Durante la Messa il Signore ci offre la sua presenza viva, non è solo un mero ricordo di ciò che è accaduto è l’opportunità per stare con Lui in questo momento, in questo attimo, in questa mia vita.
11. E se gli educatori ne parlassero anch’essi con Gesù. Per non fermarsi alla riflessione teorica sulla Messa e per consentire ai ragazzi di “entrare in affari” con Gesù non dimenticatevi della Breve scheda di pronto intervento, un utile strumento per organizzare un incontro del vostro gruppo.

Abbiamo saltato il punto 7, non per scaramanzia, ma solo perché è dedicato ai genitori: un importante capitolo che richiederebbe molto spazio ed approfondimento, non potendolo fare in questo numero, li lasciamo un po’ in disparte
a loro dedicheremo pagine prossimamente.

Sentieri N11

copertina sentieri n 11 ottobre 2017

La profondità della scimmia nuda

“Quando la vita si distrae, cadono gli uomini… Occidentali’s Karma…  la scimmia si rialza”.
“Quando la vita si distrae, cadono gli uomini… Occidentali’s Karma… la scimmia si rialza”

*di Edoardo Volpi Kellerman* Un brano scanzonato, divertente e coinvolgente. Sound da ballare, testo da meditare.
Ecco la ricetta del successo di Occidentali’s Karma di Francesco Gabbani, canzone vincitrice del Festival di Sanremo 2017.

Ma le polemiche sono accese, sul Web. Due tifoserie si affrontano: una che accusa il testo di “finta profondità”, di essere un’accozzaglia di riferimenti a caso, da Desmond Morris (1) a William Shakespeare, da Eraclito a buddismo e alla filosofia orientale; l’altra che, proprio appoggiandosi a tali citazioni, sottolinea le possibili chiavi di lettura del testo. Testo che intende ironizzare sulla superficiale ricerca di “spiritualità” dell’uomo occidentale, spesso rivolto al pensiero orientale senza veramente comprenderlo e cercando anzi di “indossarlo” a suo piacimento, come un abito alla moda.
Chi scrive non intende appoggiare nessuna delle due tesi, ma piuttosto analizzare il fenomeno da un punto di vista più sociologico e musicale. Francesco Gabbani non è nuovo a questa formula, che trova fra le sue radici “Sono solo canzonette” di Edoardo Bennato e “L’albero da trenta piani” di Adriano Celentano (con il quale Gabbani ha collaborato, fra l’altro), e secondo qualche critico musicale anche diverse canzoni di Franco Battiato.
71M58zc-OKL_optSi tratta di uno stile comunicativo che nasconde una volontà didascalico-provocatoria, di denuncia mascherata col sorriso.
Nel 2016 il singolo dell’ultimo disco “Eternamente ora” di Gabbani già recitava: “Elaboriamo il lutto con un amen… dimentichiamo tutto con un amen”. Parole dure, soprattutto per chi crede.

Anche nell’ultimo successo Gabbani affronta argomenti delicati, passando dall’evoluzione umana (il libro di Morris nega una rappresentazione dell’uomo attuale come punto d’arrivo, ponendolo all’interno di un sistema complesso in continuo mutamento – il Panta Rei citato nella canzone) alla ricerca spirituale che spesso sconfina nella filosofia New-Age.

Occidentali’s Karma descrive un’umanità spersa, caduta nella tentazione delle “risposte facili” e della “tuttologia del Web”, tesa fra istinti primordiali e una ricerca disperata di un senso della vita, ma la narra con il ritmo di un tormentone estivo, arrivando così a rappresentare la stessa contraddizione fra contenuto e forma di cui si fa critico e portavoce allo stesso tempo.
È la modernità, gente!

Certamente, la canzone riesce a stimolare l’interesse del grande pubblico per tematiche in genere riservate ad appassionati o addetti ai lavori, tanto che anche in una puntata di Radio3scienza2 è stata citata per parlare del libro di Morris con il filosofo ed epistemologo Telmo Pievani.
Ma finora in pochi hanno tenuto conto di un’altra incognita dell’equazione, forse – anzi certamente – la più importante: i ragazzi.
I ragazzi vengono trascinati dal ritmo della canzone, affascinati dall’armonizzazione semplice ma non banale (anche se in pochi se ne accorgono), catturati dall’arrangiamento ben riuscito e soprattutto dall’olè posizionato strategicamente nel testo. Ma quanti di loro hanno le chiavi di lettura necessarie ad approcciarne l’argomento, a comprendere ed elaborare i temi trattati?
La questione ricorda un po’ quella dei Device digitali.
Spesso noi educatori ci si allarma – giustamente – per i rischi insiti in un utilizzo non consapevole dell’enorme “potere” comunicativo che i moderni mezzi tecnologici offrono. La soluzione più semplice (la risposta facile, direbbe Gabbani) potrebbe sembrare quella di vietarne l’uso, o comunque di limitarlo decisamente. Contribuendo però, in questo modo, ad allargare le distanze generazionali e ottenendo spesso l’effetto opposto.
Anche in questo caso abbiamo un’ottima occasione per trasformare un momento di divertimento magari un po’

NAMASTE’... OLE’! Un motivo musicale molto orecchiabile, un testo dai molteplici significati su cui poter riflettere ampiamente, ma soprattutto un’occasione per iniziare un dialogo. Partire da “Occidentali’s karma” per andare “verso” i ragazzi. Da un tormentone nasce la possibilità di un approfondimento.
NAMASTE’… OLE’!
Un motivo musicale molto orecchiabile, un testo dai molteplici significati su cui poter riflettere ampiamente, ma soprattutto un’occasione per iniziare un dialogo.
Partire da “Occidentali’s karma” per andare “verso” i ragazzi.
Da un tormentone nasce la possibilità di un approfondimento.

superficiale in un braimstorming, uno scambio di riflessioni e di idee su temi “alti” come la ricerca della spiritualità, la relazione fra il linguaggio simbolico del messaggio biblico e le scoperte della scienza e, perché no, la nostra relazione con il Web e i “suoi” messaggi più o meno positivi, più o meno autentici.
Un’ulteriore dimostrazione del fatto che per aprire un reale dialogo occorre sempre andare “verso” i ragazzi, magari partendo da un “tormentone” come Occidentali’s Karma – a quanto pare avrebbe dovuto inizialmente avere il titolo in latino, Occidentalis Karma – che ha comunque il merito di stimolare discussioni anche approfondite su argomenti nei quali, chiaramente, noi per primi dobbiamo essere ben preparati.

(1) Desmond Morris, zoologo ed etologo inglese nato nel 1928, è autore di libri di divulgazione scientifica fra i quali il più noto è “La scimmia nuda. Studio zoologico dell’animale uomo” uscito nel 1967. Il libro ha avuto molto successo, analizzando dal punto di vista di un etologo differenze e similitudini fra il comportamento umano e quello dei primati. Ultimamente è stato criticato da per l’erroneità di alcune ipotesi e per il tono “eccessivamente divulgativo”.
Il volume, dopo Sanremo, è risalito nella classifica dei libri più venduti.
Bompiani, 2003, ISBN 978-88-452-4898-6
(2) Puntata del 13 febbraio, disponibile all’indirizzo su www.radio3.rai.it

La presentazione delle offerte. I sentieri che offrono le parole per parlare con Dio

Un popolo stretto  intorno alla mensa
Un popolo stretto
intorno alla mensa

* di don Walter Ruspi* Salmo 116
1 Amo il Signore, perché ascolta
il grido della mia preghiera.
5 Pietoso e giusto è il Signore,
il nostro Dio è misericordioso.
Che cosa renderò al Signore
per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore,
davanti a tutto il suo popolo.
Ti prego, Signore, perché sono tuo servo;
io sono tuo servo, figlio della tua schiava.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.

La Didaché o Dottrina dei dodici apostoli è un testo cristiano, probabilmente scritto in Siria tra la fine del I e il II secolo, contemporaneo ai libri più tardivi del Nuovo Testamento. La Didaché contiene una catechesi della “via della morte” e della “via della vita”, un itinerario di conversione verso il battesimo ove si presentano indicazioni morali che sottolineano la novità della vita cristiana o la “via della vita” nella comunità ed offre i testi liturgici per la celebrazione del battesimo e per l’eucaristia. Infine parla dell’organizzazione della Chiesa, nei suoi diversi ministeri e carismi, e nelle pratiche liturgiche.

L’OFFERTA DI SÉ STESSI  La presentazione delle offerte non è un semplice rito per disporre pane e vino sull’altare ma è la celebrazione del dono della propria vita. Noi, uniti a Cristo, possiamo essere strumenti di salvezza. Come chicchi di grano che macinato diventano pane e acini d’uva che pigiati diventano vino.
L’OFFERTA DI SÉ STESSI
La presentazione delle offerte non è un semplice rito per disporre pane e vino sull’altare ma è la celebrazione del dono della propria vita. Noi, uniti a Cristo, possiamo essere strumenti di salvezza. Come chicchi di grano che macinato diventano pane e acini d’uva che pigiati diventano vino.

Nel racconto della celebrazione dell’Eucaristia troviamo le mirabili espressioni che ci parlano dell’unità del popolo cristiano stretto attorno alla mensa e costruito in un solo corpo dall’Eucaristia. Ma questa unità nel Corpo di Cristo è preparata del dono di ciascuno, dalla partecipazione della vita di ogni credente, e viene straordinariamente descritta in modo plastico con l’immagine dei chicchi di grano che macinati diventano pane e degli acini d’uva che pigiati diventano vino.
Così la Didachè invita a pregare durante la preparazione all’offerta eucaristica.
Riguardo all’eucaristia, così rendete grazie:
Dapprima per il calice: Noi ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la santa vite di David tuo servo, che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli.
Poi per il pane spezzato: Ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la vita e la conoscenza che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli.
Nel modo in cui questo pane spezzato era sparso qua e là sopra i colli e raccolto divenne una sola cosa, così si raccolga la tua Chiesa nel tuo regno dai confini della terra; perché tua è la gloria e la potenza, per Gesù Cristo nei secoli.
Queste parole sono diventate un testo di preghiera più esteso ove si descrive la molteplicità dei chicchi che macinati e cotti diventano un pane profumato e gustoso, e come i molti chicchi pigiati e cotti dal fuoco della fermentazione diventano un vino generoso, così la vita del cristiano nutrito dal pane eucaristico viene trasformata in un’offerta gradita. Il pane e il vino diventano cibo e bevanda di salvezza perché trasformati dal fuoco dell’amore dello Spirito Santo.
95fb09e6-ba7c-467f-a9c_optQuesta preghiera ispirerà il vescovo e martire Ignazio di Antiochia che di fronte alla morte prega i fratelli cristiani di non intervenire per salvarlo dal martirio, ma si sente un’offerta presentata a Dio:
Sono frumento di Dio: che io sia macinato dai denti delle belve per divenire il pane puro di Cristo. La mia passione è crocifissa, non c’è più in me il fuoco della carne: un’acqua viva mormora in me e mi dice: Vieni al Padre.
La presentazione delle offerte non è un semplice gesto rituale funzionale alla celebrazione, quasi solo per disporre pane e vino sull’altare, ma è la celebrazione rituale del dono della propria vita perché sia unita a Cristo e lo Spirito Santo la trasformi in salvezza per i nostri fratelli.

Il forte abbraccio di Cristo sperimentato in gruppo. Sulla Mensa è noi stessi che presentiamo.
Il forte abbraccio di Cristo sperimentato in gruppo. Sulla Mensa è noi stessi che presentiamo.

Il momento delle offerte non è un “time out”. Breve scheda di pronto intervento
di don Rosario Rosarno
Molte volte il momento dell’offertorio diventa il tempo per scambiarsi due parole sulla settimana trascorsa o guardare intorno a noi per vedere come si è vestito quello o quella. Anche se noi educatori non ci facciamo caso, il rito della presentazione dei doni, quando non è coinvolgente in modo gestuale, nella mente dei ragazzi può diventare un ‘time-out’ durante la celebrazione: come a dire “ok, ora facciamo una pausa da seduti e poi avanti con l’ultima fatica tutta in piedi”.
Come hai letto nell’articolo di don Walter, la presentazione dei doni è molto di più! Ma come farlo capire ai ragazzi…e come capirlo noi? Il senso dell’offerta di noi stessi è abbastanza comprensibile dai ragazzi. Forse però potremmo puntare sul far capire con un’attività cosa succede in quell’offerta, nel momento in cui il sacerdote presidente dice «il mio e il vostro sacrificio siano graditi a Dio».

Facciamo disporre i ragazzi all’interno di un cerchio immaginario. Di questi terremo con noi due volontari. Invitiamo i rimanenti a porsi sul pavimento e ad abbracciarsi/aggrapparsi/aggrovigliarsi tra loro. L’educatore, insieme ai due volontari, cercheranno in tre minuto di tempo a “staccare” più persone possibili. Chi viene “staccato” aiuterà l’educatore a staccare gli altri. Al termine dei tre minuti chi è a terra dovrà “staccarsi”, cambiare compagni di aggrovigliamento e “riattaccarsi”. E si ricomincia. Così per altre tre volte. Vince chi, al termine dell’attività, rimarrà ancora aggrappato all’altro.

16807817_7194407282312_optDopo l’attività è bene spiegare ai ragazzi che durante il momento della presentazione dei doni nella Liturgia avviene come nel gioco: ciascun nostro sacrificio fatto durante la settimana appena trascorsa e “presentato”, appunto, in quel momento con una nostra intenzione particolare, confluisce insieme a quelli che mi stanno accanto e anche a quelli che, seppur fisicamente non in chiesa, offrono i propri sacrifici a Dio. Questo “mix” diventa indissolubile nel Corpo e nel Sangue di Cristo, il nostro sacrificio si unisce a quello di Gesù, le nostre croci quotidiane (e ce ne sono tante!) insieme alla Croce di Gesù Cristo. E così come hanno appena sperimentato i ragazzi che i forti abbracci non possono essere “staccati/spezzati”, anche il forte abbraccio di Cristo a ciascuna delle nostre croci non verrà mai staccata, in modo da essere anche noi “presentati” su quella mensa insieme al pane e al vino.
Il forte abbraccio di Cristo sperimentato in gruppo.

Come educare i giovani alla conversione e alla libertà

Il peccato spezza la comunione tra Dio e l’uomo
Il peccato spezza la comunione tra Dio e l’uomo

*di don Gianfranco Calabrese*
Non aver paura di riconoscere il proprio peccato: educare al perdono nell’incontro con Cristo
L’incontro con il Signore Gesù non conduce i credenti a vivere semplicemente in modo giusto, onesto e solidale la quotidianità, ma li trasforma, rendendoli figli di Dio nel battesimo e li spinge ad assumere e fare propri gli stessi sentimenti di Cristo: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, divenendo simile agli uomini» (Fil. 2,6-7). Per questo il peccato non si riduce ad un semplice senso di colpa, ma riguarda il rapporto di amicizia e di alleanza con Dio: il seguire Cristo e il diventare, per il dono dello Spirito Santo, come il Figlio di Dio fatto uomo. Il peccato, invece, allontana gli uomini da Dio e dalla sua volontà, nella presunzione di trovare nella propria auto-realizzazione e nella propria volontà la piena e completa felicità. Il peccato spezza la comunione e l’amicizia tra Dio e l’uomo. In questo senso la conversione non nasce dalla percezione di un sentimento di delusione verso se stessi perchè non si è stati capaci di mantenere gli impegni che ci si era assunti, ma è frutto di un rifiuto di una proposta di amore e di comunione con Dio: l’unica via che può rendere gli uomini capaci di vivere la gioia, la pace e la beatititudine «in pienezza». Il peccato, come si può cogliere nei primi capitoli del libro della Genesi, è un rifiuto. Esso è un atto di orgoglio e di superbia. È frutto di una caduta e di una tentazione demoniaca: credere e pensare che Dio non è alleato ma nemico e padrone dell’uomo e dell’umanità.

La morte di Cristo sulla croce ha ristabilito la verità su Dio e sull’uomo. Gesù con la sua parola e con la sua vita ha rivelato a tutti gli uomini il mistero di Dio: Dio è Amore e non lo si deve pensare contro l’uomo ma per l’uomo. Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Gesù Cristo con la forza dello Spirito Santo può guidare i giovani nel loro cammino di liberazione dalle false immagini religiose e condurli alla piena comunione con il Padre e alla fraternità universale. In questo senso le regole, le norme e i comandamenti non sono legami per tenere gli uomini schiavi della divinità, ma strade per essere e vivere in amicizia, per partecipare alla vita divina di amore e di comunione. Questa divinizzazione è un dono gratuito di Dio. Non è una presuntuosa e titanica rapina fatta dagli uomini ma un incontro e un’alleanza con il Padre in Cristo Gesù per opera dello Spirito Santo. Il credente, in questo modo, potrà scoprire che la realizzazione piena non è nello scontro e nella disobbedienza, ma nell’alleanza con Dio, gioia eterna e definitiva. Per questo occorre educare al vero volto di Dio. Egli è il Misericordioso che perdona. È necessario formare i giovani al senso del peccato e guidarli al valore della conversione. La conversione non nasce dalla paura, ma dal desiderio di ritornare alla casa del Padre come ci racconta la parabola del figliol prodigo (Lc 15,11-32). Non bisogna avere paura di riconoscere il proprio peccato, perchè alla fine della conversione c’è la libertà e la comunione con il Padre e con i fratelli.

LA SALVEZZA? UN DONO! Convertirsi è sempre possibile e gli animatori devono ricordarlo continuamente ai ragazzi. La conversione serve ad essere felici oggi, ora, non a morire in pace. La salvezza è un dono che permette di realizzarsi in questa vita. L’esperienza del perdono offre già un’opportunità per capire il concetto di salvezza. Tutti gli uomini possono sperimentarla: è l’abbraccio misericordioso del Padre.
LA SALVEZZA? UN DONO!
Convertirsi è sempre possibile e gli animatori devono ricordarlo continuamente ai ragazzi.
La conversione serve ad essere felici oggi, ora, non a morire in pace. La salvezza è un dono che permette di realizzarsi in questa vita.
L’esperienza del perdono offre già un’opportunità per capire il concetto di salvezza.
Tutti gli uomini possono sperimentarla: è l’abbraccio misericordioso del Padre.

La conversione come dono e come realizzazione della comunione con Dio e con i fratelli

L’animatore del gruppo giovani deve sentire la responsabilità di aiutare i propri ragazzi ad abbandonare le loro schiavitù e a ritrovare la strada del ritorno alla casa del Padre. Per realizzare questo percorso di conversione occorre rinnovare la mente e il cuore secondo gli insegnamenti del Vangelo e la volontà di Dio. La conversione è possibile in ogni momento, anche nella situazione culturale giovanile attuale, che è frammentaria, fluida, frenetica, lontana e indifferente agli insegnamenti cristiani. La prospettiva consumistica, tecnocratica e secolare non facilita il servizio degli animatori della pastorale giovanile, perchè i giovani sono così immersi, in modo incosapevole e inconscio, nel mondo che non si rendono conto della perdita della libertà e della verità. Le sirene mondane della pubblicità e del conformismo dilagante inibiscono e drogano la capacità critica e la volontà dei giovani e dello stesso mondo degli adulti, Non ci si rende conto della forza del denaro, del potere e del possedere. Solo un’attenta e vigile capacità critica, una fede radicata nella pazienza e nell’amore di Cristo, la forza del Vangelo e della grazia possono contribuire ad aprire gli occhi dei giovani alla Verità, a Cristo, e aiutarli a cogliere l’importanza della conversione, del rinnovamento interiore, della testimonianza di vita secondo gli insegnamenti del Vangelo. Se non ci si converte, si rischia non solo d’indurire il proprio cuore e di diventare ciechi davanti alle difficoltà e alle povertà dei fratelli, ma anche di non riuscire a capire e scegliere la via giusta e vera per realizzare la propria vita. La conversione non è per la morte e la mortificazione, ma per la vita e la felicità. La presunzione e la superbia non aiutano la crescita della persona e giustificano le false sicurezze. La casa costruita sulla roccia pone le proprie fondamenta sulla conversione e sul perdono, sulla fedeltà e sulla misericordia di Dio, sulla fragilità umana e sul perdono di Dio. Non sulla solitudine dell’egoismo, ma sulla compagnia e sulla forza della carità.

8149-creazione-di-adam_optL’esperienza del perdono e l’abbraccio della misericordia

Nella pastorale giovanile si devono tener sempre presenti alcune dimensioni fondamentali, che caratterizzano ogni uomo, la fragilità, la dimensione creaturale e la realtà del peccato. Per questo non ci si deve scoraggiare quando i govani rifiutano la proposta evangelica e la sequela del Signore. L’esperienza del peccato, infatti, non è legata ad una particolare età né ad una specifica situazione. Tutti gli uomini in ogni momento della propria vita possono sperimentare la propria fragilità e peccare. Per questo è necessario che il cuore di ogni uomo, in ogni tempo e in ogni luogo, possa sperimentare l’abbraccio misericordioso del Padre che è nei cieli. Gli animatori devono stare attenti a non trasmettere un’idea sbagliata di Dio e della stessa fede cristiana. Gesù Cristo ci ha rivelato il volto misericordioso del Padre, che perdona e accoglie sempre, che responsabilizza e chiama in modo gratuito alla verità e alla libertà della fede. L’annuncio e la chiamata del Signore non si rivolge ai giusti, ma ai peccatori. La salvezza non è un premio per una vita buona, ma è un dono che permette di realizzarsi in una vita buona, bella e vera.