L’educazione è frutto di esperienze educative

L’educazione viene da esperienze dirette. Tutto quello che viviamo in prima persona da bambini e in età adolescenziale aiuta a formare le nostre coscienze e il nostro carattere. Facendo questa osservazione come premessa è facile capire come le esperienze educative che riusciamo a far vivere ai nostri adolescenti, siano di estrema importanza: hanno la capacità di influenzare tutta la loro vita! Anzi, per essere ancora più incisivo, le esperienze che viviamo anche da adulti rieducano le nostre coscienze sempre e ci aprono a vivere orizzonti sempre nuovi.

Proprio per questo vanno curate nei minimi dettagli con attenzione alle particolari sensibilità di ogni ragazzo.

Una stessa esperienza può causare emozioni diverse, è bene per questo dare un valore previo all’esperienza che si vuole affrontare e dopo canalizzare le emozioni che i ragazzi esprimeranno.

È importante che le esperienze educative facciano sentire i ragazzi protagonisti e che abbiano una forte valenza simbolica.

Come costruire un itinerario educativo esperienziale? Ogni esperienza educativa dovrebbe essere composta da alcuni momenti[1].

È importante anzitutto individuare i bisogni concreti di carità dei ragazzi. Ognuno di noi ha diverse sensibilità ed è importante valorizzare le esigenze concrete dei ragazzi del gruppo, che siano capaci di suscitare stupore nel loro cuore. I ragazzi devono essere consapevoli che c’è bisogno di loro.

Nel vivere le esperienze educative dobbiamo far sì che nascano delle domande: come posso cambiare io questa realtà? Qual è l’aiuto concreto che posso dare in questa esigenza caritativa?

Papa Francesco ci parla spesso delle periferie esistenziali: penso che proprio queste periferie siano capaci di suscitare domande di senso nei ragazzi come anche nei più grandi sono capaci di suscitare sempre grandi interrogativi. È importante che ai ragazzi si mostrino, per quanto possibile, le radici delle realtà di necessità. Da dove viene il male, la povertà, il dolore?

Solo formando coscienze nel bene possiamo estirpare il male!

Il Vescovo Simone ci parla spesso dell’Amore: nell’affrontare queste esperienze educative è importante far venir fuori il cuore dei ragazzi e far comprendere loro che nel fare certi servizi è indispensabile donare tutto l’amore possibile: solo donando si riceve!

Le esperienze che si vorranno far vivere ai ragazzi, avendo forte valenza simbolica, dovranno aiutarli a saper rileggere la propria vita per aprirla al dono a Dio e ai fratelli [2].

L’itinerario educativo esperienziale dovrà sempre essere ritmato dalla liturgia, dalla catechesi e dalla carità[3]. Bisogna porre molta attenzione a vivere la carità senza Cristo: le nostre esperienze sono fondate su Gesù e sono vissute per scoprire il Suo volto nelle nostre coscienze. Proprio per questo è indispensabile vivere queste esperienze nella preghiera personale e comunitaria. Sono infatti indispensabili le scuole di Preghiera per gli adolescenti.

 

 

Don Vincenzo Cioppa

[1] Cfr. Sentieri di Pastorale Giovanile, Simone Giusti, 2016, Ed. Pharus, pag.174;

[2] Sentieri di Pastorale Giovanile, Simone Giusti, 2016, Ed. Pharus, pag.175;

[3] Ibid.;

Le caratteristiche dell’educatore alla fede: alcuni tratti fondamentali

Il tempo presente nel quale ciascuno di noi oggi vive è spesso simile al tempo passato: esso contiene una molteplicità di sfide, possibilità, errori, vocazioni etc…  Sarebbe errato pensare al passato come un tempo “perfetto”, un tempo che -in modo nostalgico- non verrà più! Proprio in questo tempo però, vengono sempre più a delinearsi le abilità necessarie per i compiti-vocazioni-missioni ecclesiali, da vivere nella ferialità.

Purtroppo, col passar del tempo, la missione dell’educazione alla fede non solo è passata in secondo piano ma è stata relegata ai soli preti, ai religiosi o a piccoli gruppi; questa missione tanto bella quanto impegnativa è  invece di ogni battezzato, ed è rivolta a tutti gli uomini e non solo quelli che vivono in famiglia ed in parrocchia[1].

Ma è possibile educare o educarsi alla fede, se la fede è un dono? Educare: condurre -chi abbiamo di fronte- fuori ed aiutarlo a “tirare fuori” il meglio di sé ed ascoltare la voce di Dio nella Scrittura.  Ecco che appare evidente che l’educatore non può attrarre a sé (al di là dell’iniziale simpatia/empatia necessarie per una sana educazione) ma deve, con delicatezza ed abilità, condurre fuori  da sé, fuori dall’altro, verso Cristo.

L’educatore è innanzitutto un ragazzo che prega, ascolta ed ama[2] con perseveranza, coraggio e disponibilità.

E’ possibile educare alla fede solo chi ha scoperto di appartenere a Cristo[3], anche se può capitare, non di rado, che chi si ha di fronte non sappia tradurre in parole o non sappia vedere chiaro la presenza del buon Dio. L’educatore quindi non deve abbattersi: l’intuizione del cuore è già una buona strada. Il cammino della vita di fede è un cammino coinvolgente: l’educatore deve essere in grado, cosa che accade anche grazie alla paziente esperienza, di porre -non risposte preconfezionate- ma quesiti riguardo alla vita sia generale che personale[4]. Bisogna ricordare: avere dubbi significa non significa non avere fede! Se abbiamo dubbi Dio ci ama più ugualmente. Si evince che l’educatore deve conoscere, fin dove possibile anche attraverso esperienze personali e comunitarie, la vita del ragazzo.

Essere educatore (e non soltanto farlo) significa andare alla ricerca di Dio ma non senza prendere una decisione o senza fare tagli dal proprio e piccolo universo. Proprio chi educa deve per primo lasciarsi guidare, dare un senso alla propria vita, ricercando la giustizia più grande per tutti, testimoniando l’amore perfino nelle situazioni di incomprensione più difficili e tristi. Forte dell’esperienza personale, del Signore Gesù che “scende” sulle ferite per trasformarle in occasioni di bellezza, l’educatore può testimoniare in azioni concrete questa relazione: la gioia, la comunità, l’umiltà, l’adorazione ed il dono di sé.

Proprio chi sceglie liberamente di educare che deve abituarsi a pensare, progettare e vivere esperienze concrete per far giungere all’incontro pieno con Dio. Sempre l’educatore è consapevole che la Messa domenicale è il grazie settimanale condiviso da ognuno per il dono della fede, dando valore alle cose della vita con il linguaggio della festa, del ritrovarsi insieme e del condividere: parole, silenzi, musiche, canti, vesti e segni; tutto concorre a esprimere quanto è più grande eppur avvolge[5]. Pregare, progettare, accompagnare ma anche…servire! Un vero educatore imita il Signore Gesù che si rese servo dell’umanità: è chiamato a servire nell’impegno di ogni giorno senza mai perdersi d’animo, né cedere alla tentazione dello scetticismo o della disperazione: la fatica del servizio è la fatica stessa di amare! Anche nel dialogo, l’educatore opera un servizio: il dialogo è linguaggio di amore manifestandosi come attenzione e disponibilità agli altri, gratuita e libera. Il dialogo come esperienza che libera ha bisogno, da parte dell’educatore e dell’educato, di gratuità ed accoglienza.

 

L’educatore ha una grande responsabilità da dover esercitare con leggerezza (non superficialità); deve tener ben presente che il cammino di fede non potrà mai, per il ragazzo, essere un percorso bello ed avvincente se il ragazzo non possiede personalmente la “gioia umana”. Essa dipende dalla propria storia di vita ma potrebbe scaturire anche dalla liberazione da quei comportamenti quasi comuni e normali (soprattutto in alcuni contesti sociali) di lamentele, amore possessivo e dominio, ingratitudine, pigrizia, calunnia, violenza verbale per mezzo dei social, violenza fisica e così via.

Chi educa deve saper “volare”, dovrebbe, non tanto essere perfetto, ma far leva e trarre entusiasmo dalla forza gioiosa che solo Dio può donare: “chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova!”[6]. Ecco che allora l’educatore potrebbe invitare a riflettere, testimoniare e poi proporre. L’educazione alla fede non può essere sintetizzata tramite schemi prefissati: il cammino prevedere costanti variabili perché ciascuno di noi è diverso così come è diversa la provenienza, la storia, la famiglia, il carattere …

Il vero educatore dovrà vincere le tappe dell’orgoglio altrimenti sciuperà per sé, e quindi per gli altri, quanto più di bello può esserci dell’esistenza umana; sia il giovane che l’adulto sarà chiamato a vigilare e verificare se stesso[7]. L’educatore alla fede sente nel proprio cuore di far conoscere quest’amore con la testimonianza della parola e della vita, attrarre ad esso, comunicarlo a volte anche con il silenzio di chi ne fa esperienza. Educarsi alla fede è un itinerario non solo possibile ma necessario: l’educatore deve “semplicemente” vivere amando ed amando vivere: le dottrine si spiegano, le persone si incontrano; le teorie si discutono, le persone si riconoscono e si ascoltano[8], per culminare nell’esperienza crescente di questo  Amore, che libera, educa, accompagna, arricchisce, chiarisce, realizza e salva.

[1] RdC 141.

[2] Lettera ai cercatori di Dio, CEI, 2009.

[3] RdC 38.

[4] “Non siamo eterni, non siamo onnipotenti: abbiamo bisogno di vita e di amore”, Lettera ai cercatori di Dio.

[5] Ibid.

[6] Spe salvi, Benedetto XVI, 2,  2007.

[7] Cfr. L’itinerario spirituale dei Dodici, C. M. Martini, 1981.

[8] Cfr. Lettera ai cercatori di Dio, 6.

don Bruno Giordano

La Parrocchia comunità educante

Nella tradizione educativa ecclesiale e non, ci troviamo sempre a confrontarci con figure di educatori molto carismatici e con forti personalità: da don Bosco a Baden-Powell, da don Milani a don Oreste Benzi, … quello che emerge è sempre la loro eccezionale individualità, messa al servizio di tanti, ma con un carisma personale incontenibile.

Se pensiamo alla nostra esperienza personale e pensiamo alle figure che ci hanno formato, pensiamo subito ai nostri catechisti; eppure nel Nuovo Testamento e in particolare negli Atti appare con chiarezza che l’unico soggetto che agisce è la Chiesa accompagnata dallo Spirito Santo o, se vogliamo (ma non cambia), lo Spirito Santo attraverso tutta intera la Chiesa.

In un contesto culturale di tipo individualista qual è il nostro, infatti, non appare immediatamente il ruolo specifico e il contributo che la comunità porta alla formazione dell’identità personale.

Nel Nuovo Testamento sono molti i richiami all’unità e a pensarsi come un unico organismo, perché fin dalle origini si è sempre presentato il rischio che alcune individualità prevalessero sulla comunità o addirittura l’appello ad alcune individualità fosse il pretesto per dividere la Chiesa.

Soffermandoci sulla Parola di Dio, emergono dei punti, che messi in ordine ci vengono in aiuto alla nostra riflessione:

– è la Chiesa che ti chiama e che ti manda; è la Chiesa che ti affida una missione; non esistono auto-candidature; chiunque esercita un servizio, è per il bene comune e a nome della Chiesa (Cfr. At 6; Ef 4; 1Cor 12)

– l’affidamento di un servizio nella Chiesa ha una radice vocazionale e non corrisponde al bisogno, non è un servizio funzionale; è nella comunità che io ritrovo la sorgente del mio servizio (At 20 – discorso di Paolo ai presbiteri di Efeso)

– è la Chiesa che mi aiuta nel discernimento ed è a Lei che devo rendere conto dello svolgimento del mio servizio (non agli utenti); Cfr. At 11,1-18.

– da parte della comunità cristiana è necessaria una presa in carico, una capacità di ascolto e la cura per la formazione di coloro a cui viene affidato un servizio; i formatori agiscono a nome della comunità.

Per tanto non basta una catechista e un animatore, che sappia fare un bel discorso, perché l’educazione cristiana non si può ridurre a una lezione da spiegare. Nessuno deve agire in proprio. L’educatore deve essere espressione della comunità, deve agire e parlare a nome di una comunità.

Questo è forse il punto più delicato perché richiede un chiarimento  delle figure di Chiesa che si prendono cura dell’educazione. È necessario proporre cammini di corresponsabilità; educare non prevede nessun tipo di delega.

Certamente prevede e richiede una competenza umana, di fede ed ecclesiale.

Va anche sottolineato il fatto che il cammino educativo della comunità cristiana deve, da un lato, fornire forme di vita cristiana provocanti e dall’altro fornire gli spazi di crescita che favorisca la formazione di una coscienza morale libera e consapevole.

Nella Chiesa non vi sono figure solitarie preposte all’educazione, ma è la Chiesa tutta chiamata ad educare. Questo perché tutta la Chiesa è discepola dell’unico Signore. In questo senso la Chiesa potrà essere presentata, anche e non certamente solo, come una comunità educante che sa mettersi in ascolto del suo grande educatore che è Cristo Signore. E da questa stessa opera nasce la Chiesa, ne è come generata.

Anche il prologo della prima lettera di Giovanni, ci presenta la Chiesa non come una “cosa” davanti al credente, ma come un evento che genera e alimenta la vita del discepolo; come il “grembo” in cui nasce l’esperienza cristiana.

È possibile conoscere il Vangelo solo in una comunità che vive nella carità, nella fraternità. Ogni attività educativa porta frutti se introduce nella vita della comunità cristiana.

Pertanto occorre una comunità di persone che vivendo la vita cristiana la rendano desiderabile e attraente per gli altri. È necessario che ogni educatore, si senta parte della comunità educante e agisca a nome di essa.

Ecco l’impresa che ci aspetta: favorire gli incontri, la conoscenza, la condivisione. Bisogna seminare un tessuto comunitario che ha il suo centro nella Messa alla quale è importante trovarsi insieme.

Occorre far riscoprire alle parrocchie la loro capacità educativa e la consapevolezza che non possono che essere comunità educanti, con la catechesi, con la liturgia e con la carità.

Per fa ciò si deve ripartire dalla riscoperta della vocazione educativa.

 

A cura di Don Federico Mancusi

Educare significa donarsi come lui si donò

“Sullo stile di Gesù, quale emerge dal suo rapporto con i discepoli di Emmaus, dobbiamo chiederci se e fino a che punto il nostro impegno al servizio dell’educazione sia fatto di compagnia, memoria e profezia. O si è capaci di generare testimoni liberi e convinti di ciò per cui vivono o si fallisce lo scopo. Chi educa non crea dipendenze ma suscita cammini di vita in cui costruire nella luce che sola illumina il cuore.”[1] Una sfida al processo educativo viene dalla penuria di speranze in grande che sembra caratterizzare la cultura post-moderna: tramontato il sole dell’ideologia, il futuro non appare più certo e affidabile, come volevano rappresentarlo i ‘méga-recits’ ideologici delle più diverse matrici. Uscire dal buio degli orizzonti verso cui andare è sfida decisiva, tanto per l’esistenza personale, quanto per l’impresa collettiva. Su questo punto il racconto di Emmaus svela ricchezze sorprendenti: Gesù schiude ai due discepoli un nuovo futuro, aprendo il loro cuore a una speranza affidabile; egli accende la profezia, contagiando il coraggio e la gioia. È scopo dell’educazione schiudere orizzonti, raccogliere le sfide e accendere la passione per la causa di Dio tra gli uomini, che è la causa della verità, della giustizia e dell’amore. Chi educa non deve pretendere di dominare l’altro, ma deve aspirare a liberarlo per la sua libertà più vera. Gesù procede così: si fa vicino, spiega le Scritture, alimenta il desiderio, si fa riconoscere e offre ai due l’annuncio di sé, della sua vittoria sulla morte, rendendoli liberi dalla paura e provocandoli alla libertà della missione: «Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro… E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (vv. 15 e 27). «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista» (vv. 30-31). Si accende nei cuori dei due una ‘grande gioia’ (v. 41). È da questa gioia che scaturisce l’urgenza di partire subito per portare agli altri la buona novella di cui sono ormai testimoni: «E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (vv. 33-34). L’incontro vissuto esige di essere testimoniato: non puoi fermarti a ciò che hai avuto in dono. Devi a tua volta donarlo, camminando sulle tue gambe e facendo le scelte della tua libertà. L’educazione o genera testimoni liberi e convinti di ciò per cui vivono, o fallisce il suo scopo. Chi educa non deve creare dipendenze, ma suscitare cammini di vita, in cui ciascuno giochi la propria avventura al servizio della luce che gli ha illuminato il cuore. «Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane » (v. 35). L’educazione ha raggiunto il suo fine quando chi l’ha ricevuta è capace di irradiare il dono che lo ha raggiunto e cambiato: «Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia – affermava – sono uomini che, attraverso una fede illuminata, rendano Dio credibile in questo mondo… Uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando di lì la vera umanità, uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore… Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini».[2]

Educare, insomma, non è clonare, ma accogliere la vita col dono della vita, suscitando i cammini di libertà di un’esistenza significativa e piena, spesa al servizio della verità che sola rende e renderà liberi. L’educatore o è testimone di una speranza affidabile, contagiosa di verità e trasformante nell’amore o non è. L’icona biblica di Emmaus ci consente così una descrizione dell’azione educativa: educare è accompagnare l’altro dalla tristezza del non senso alla gioia della vita piena di significato, introducendolo nel tesoro del proprio cuore e del cuore della Chiesa, rendendolo partecipe di esso per la forza diffusiva dell’amore. Chi vuol essere educatore deve poter ripetere con l’apostolo Paolo queste parole, che sono un autentico progetto educativo: «Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia» (2 Corinzi 1, 24). Sullo stile educativo di Gesù, quale emerge dal suo rapporto con i discepoli di Emmaus, dobbiamo esaminarci tutti, chiedendoci se e fino a che punto il nostro impegno al servizio dell’educazione sia fatto analogamente di compagnia, memoria e profezia. Questo vale tanto per la quotidiana comunicazione vitale fra le generazioni, quanto per l’impegno educativo, quanto per l’azione pastorale della Chiesa e il servizio alla causa dell’evangelizzazione. Dio, che ha educato il suo popolo nella storia della salvezza, continua a educarci e a educare: «Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Giovanni 14, 26). Non rinunciamo dunque a raccogliere la sfida educativa, qualunque sia il livello di responsabilità che ci è dato di vivere. E confidiamo nel divino Maestro. A Lui vorrei rivolgermi in conclusione, dicendogli con semplicità e fiducia a nome di tutti coloro che vogliano accettare e vivere la sfida educativa: Signore Gesù, ti sei fatto compagno di strada dei discepoli dal cuore triste, incamminati dalla città di Dio verso il buio della sera. Hai fatto ardere il loro cuore, aprendolo alla realtà totale del Tuo mistero. Hai accettato di fermarti con loro alla locanda, per spezzare il pane alla loro tavola e permettere ai loro occhi di aprirsi e di riconoscerti. Poi sei scomparso, perché essi – toccati ormai da te andassero per le vie del mondo a portare a tutti l’annuncio liberante della gioia che avevi loro dato. Concedi anche a noi di riconoscerti presente al nostro fianco, viandante con noi sui nostri cammini. Illuminaci e donaci di illuminare a nostra volta gli altri, a cominciare da quelli che specialmente ci affidi, per farci anche noi compagni della loro strada, come tu hai fatto con noi, per far memoria con loro delle meraviglie della salvezza e far ardere il loro cuore, come tu hai fatto ardere il nostro, per seguirti nella libertà e nella gioia e portare a tutti l’annuncio della tua bellezza, col dono del tuo amore che vince e vincerà la morte.

 

 

[1] BRUNO FORTE, Avvenire del 6 settembre 2018

[2] Il Card. Ratzinger pochi giorni prima della sua elezione a successore di Pietro, parlando a Subiaco il 1 Aprile 2005

Testimoni di carità nel servizio educativo

Dio in ricerca dell’uomo

Tutta la storia della salvezza ci presenta il Signore che come un buon pastore esce nella notte per ritrovare chi era sperso, è questa verità fondamentale che motiva l’azione dell’educatore e lo porta ad essere una manifestazione della “passione” di Dio per l’uomo, un annuncio dell’amore del Padre per tutti i suoi figli, un grido forte e dolce per coloro che più sono lontani da Lui.

Dio in cerca dell’uomo per liberarlo e redimerlo: è incarnando questa verità che nasce una tensione educativa che non si arresta mai di fronte a nessuna difficoltà e che mira alla promozione integrale di tutto l’uomo e di tutta la società; è facendo palpitare dentro di noi il cuore divino che conteremo i ragazzi del gruppo e ci accorgeremo di quanti ancora manchino all’appello; è vedendo l’attento agire della Provvidenza che ci accorgeremo delle molte miserie e povertà dei ragazzi e faremo della nostra vita un dono ai più piccoli.

 

Dio è l’educatore del suo popolo

“Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli”. (Mt 23,8)

È questo quando ci dice il Vangelo di Matteo riportandoci le parole di Gesù, è questa una verità della fede da meditare lungamente per comprendere che il servizio educativo è partecipazione dell’azione educativa divina da viversi secondo lo stile della pedagogia divina. “Dio stesso, infatti, nel corso della storia sacra e soprattutto nel Vangelo si è servito di una pedagogia che deve restare a modello per la pedagogia della fede” (Giovanni Paolo II, Catechesi Tradende, n° 58). Si tratta di una pedagogia che possiede caratteristiche sue proprie, sempre valide con il mutare dei tempi, e perciò irrinunciabili. Sono caratteristiche che si sono evidenziate nella storia della salvezza (cfr. Documento Base “Il Rinnovamento della catechesi” ai nn 15, 78, 86, 175).

  • Tutta la pedagogia divina è finalizzata a creare un rapporto interpersonale di comunione fra Dio e l’uomo.
  • Nel comunicarsi all’uomo, Dio si fa accondiscendente verso di Lui e si adegua alla sua realtà umana fino ad assumere egli stesso in pienezza l’umanità.
  • Dio incontra l’uomo e gli offre la sua salvezza in un popolo rispettando la struttura sociale dell’uomo.
  • Poiché l’uomo si manifesta e si comunica attraverso segni, Dio ha scelto la stessa via per rivelare sé stesso e il segno più grande che ci ha dato è il Figlio suo Gesù Cristo.
  • Rispettando la storicità dell’uomo, Dio fa sua la legge della gradualità educando passo passo l’uomo verso un incontro sempre più profondo con Lui.

Come collaborare quindi con il Maestro senza esserne stati precedentemente e senza esserne contemporaneamente discepoli?

 

Dio in cerca dell’uomo perché l’uomo viva.

La gloria di Dio è l’uomo vivente (S. Ireneo – Contro le Eresie).

L’agire di Dio è all’insegna della totale gratuità, non cerca niente per sé perché “Dio è amore” (1Gv 4,8). Questa verità della fede ispirando l’agire dell’educatore lo porterà a non cercare mai nessuna diretta gratificazione del servizio che svolge, lo condurrà a non voler strumentalizzare i ragazzi per suoi secondi fini, lo orienterà a promuovere pienamente le personalità dei ragazzi e a non voler mai farne esseri a sua immagine e somiglianza: non Lui è il modello ma Cristo. Gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date (Mt 10,8). Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15,13). Allora qual è la ricompensa di un educatore? …Sta nella possibilità che gli è data di amare come Cristo: donandosi dimenticandosi “perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere” (Atti 20,35).

 

Davanti a Dio conta la santità non l’età

In virtù del battesimo tutti gli uomini sono figli di Dio e hanno pari dignità. Questa affermazione che esprime un’altra verità contenuta nella SS. Scrittura è fondamento del protagonismo dei ragazzi nella Chiesa e consequenzialmente di quel gruppo di Chiesa che è il gruppo catechistico.

Il protagonismo dei ragazzi è vittoria della Grazia sull’efficienza. Umanamente i ragazzi sono incapaci di fare molte cose che il giovane e l’adulto compie, in virtù della Grazia nessun obiettivo gli è precluso: né la santità né il martirio per la fede come la storia della Chiesa ci mostra. Questa verità della fede dovrà pertanto costantemente illuminare l’essere e l’agire dell’educatore affinché rispetti sempre i ragazzi, la loro capacità, la loro responsabilità nel vivere una esperienza.

mons. Simone Giusti

“LEO E BEATRICE” OVVERO “BIANCA COME IL LATTE, ROSSA COME IL SANGUE”

di Luigi Cioni*

Non so se sto peccando di presunzione nell’affermare di aver capito qualcosa, ma a partire esclusivamente dalla mia esperienza, mi pare
di poter dire che se crediamo, in una qualsiasi attività educativa, di poter procedere in modalità deduttiva, di poter fare affidamento cioè su
idee, astratte, ben assimilate e consolidate, e da lì costruire la nostra prassi e la nostra comunicazione pedagogica, ritengo che saremo destinati ad un inesorabile fallimento.
Cerco di spiegarmi meglio, facendo riferimento a me stesso. La mia generazione si riconosceva in alcune idee, aderiva intellettualmente
a delle proposizioni che ritenevamo convincenti, quando non addirittura ovvie e indiscutibili, e da lì riuscivamo a trarre un dover-essere
che informava la nostra vita, pur tra errori e fallimenti, ripartenze e successi. Questo anche nella nostra ricerca di essere cristiani: il punto
di partenza era la fede! Da essa, più o meno consapevolmente, discendevano le nostre scelte che volevano, o almeno ci provavano, essere
coerenti con ciò che affermavamo con le parole. Quindi: “l’amore per il prossimo”, la “cura”, perfino la preghiera e la meditazione.
Quanto questo fosse convinzione o tradizione, motivazione interiore o posa, per alcuni aspetti è stato dimostrato dall’incedere del tempo
che, inesorabile, ha mostrato, nei nostri volti riflessi nello specchio, non solo le immancabili righe, ma come novelli Dorian Gray, anche le
nostre contraddizioni ed il nostro io più autentico (o forse umanamente inautentico).
Credo che da questo processo la generazione attuale si sia più o meno consapevolmente emancipata e, anche quando chiediamo conto ai nostri ragazzi e giovani della loro capacità di dono, di altruismo, di charitas, di cura e di agape, come necessità di coerenza di fede, forse ciò che ci sapranno, o vorranno restituire, altro non sarà che un comportamento, un atteggiamento. Scelte, fatte in nome di moto interiore, di una empatia che ha mutato la loro vita, magari anche in maniera sconvolgente, senza che neppure sappiano elencarne i motivi razionali. Quindi direi, in modo induttivo, per certi versi.

Si parte dall’esperienza, dal desiderio, dalla “voglia”, si arriva alla scelta esistenziale e, forse solo dopo, alla consapevolezza ideale.
Questo processo sta alla base di un libro che tutti abbiamo letto, magari con un po’ di sufficienza e di paternalismo (soprattutto noi anziani),
ma da cui non possiamo dire di non essere stati, almeno in parte, toccati: Bianca come il latte, rossa come il sangue, romanzo di esordio di
Alessandro D’Avenia (Mondadori, Milano 2010) Mi riferisco al libro, più che al film che ne è stato tratto (Italia, 2013), per l’immancabile semplificazione che spesso comporta il passaggio sulla pellicola di un’opera scritta, ma soprattutto perché la scelta di Leo, protagonista della storia, trova nel testo scritto una più accurata espressione.
La scelta della cura, dell’accompagnamento, della assunzione del dolore altrui come proprio, che nasce dall’infatuazione giovanile per una ragazza, lentamente si trasforma e diventa sempre più una scelta di consapevolezza. Il ragazzo è costretto a guardarsi dentro, a trovare la fonte del suo dolore, e al contempo della sua volontà di non sottrarsene, come invece la sua istintività di superficiale desiderio di sopravvivenza gli suggerirebbe. Questo processo lo porta a scoprirsi, alla fine, diverso. Diverso perché più capace di distinzioni, di maggiori profondità, di gioia che non derivi solo dal banale divertimento, ma da sorgenti più antiche e autentiche.
In poche parole capace di carità. Capace di amore! Una capacità che non gli deriva dalla adesione intellettuale a delle categorie concettuali,
ma dallo sguardo di Beatrice. Dal suo volto, in cui Leo desidera trovare, o forse solo intravede, la sua personale possibilità di essere un di più,
un altro.
Da tutto questo nasceranno anche le idee, la consapevolezza, le scelte? Nessuno lo sa! Nemmeno lui. Sa solo che ha sentito un richiamo, una vocazione, diremmo noi più vetusti. Per adesso ci sono le domande. Le risposte verranno. Forse anche solo un nuovo amore, più consapevole, magari educato da una vita condivisa.

LE COSE DI CUI T’INNAMORI SONO FRUTTO DI UN’ESPERIENZA

di padre Francesco Gusmeroli*

Non è la stessa cosa parlare di carità o vederla all’opera, come non è la stessa cosa parlare del Vangelo o incontrarlo nella concretezza della
vita. Le cose più belle, quelle di cui ti innamori e appassioni, hanno sempre a che fare con un’esperienza vissuta in prima persona.
La Caritas diocesana da anni propone percorsi che possano avvicinare le nuove generazioni alle esperienze di carità della diocesi, offrendo
una formazione mirata, arricchita da esperienze concrete di servizio nei luoghi in cui questo viene svolto quotidianamente, allo scopo di
suscitare una trasformazione della mente, del cuore e delle mani nei giovani partecipanti.
I ragazzi sono invitati a partecipare a una serie di incontri che confluiscono poi nella visita a un’opera di carità, possibilmente facendo anche
servizio. Gli incontri seguono il metodo laboratoriale che prevede:

1. fase espressiva: partire dalla vita. La prima tappa consiste nel mettersi
in gioco, dando spazio alla vita dei ragazzi, alle sue esperienze, conoscenze e precomprensioni sul tema.
2. fase analitica: ascoltare una novità. È la fase dell’approfondimento tematico che parte dalle precomprensioni del gruppo per orientarle
o correggerle. È il momento di dar voce ai formatori.
3. fase riappropriativa: interiorizzare il messaggio. In questa fase, le conoscenze vengono collocate nel proprio bagaglio del sapere, i
nuovi criteri divengono stimoli a nuove idee, le esperienze vissute entrano a far parte del proprio modo di sentire e percepire.
Come ogni metodo, anche questo è legato ad una precisa idea di persona, di formazione e di Chiesa: la persona è vista come un essere in
divenire, ricco di esperienza, capace di elaborazione e di apprendimenti, portatore di doni.
La formazione è intesa quindi come una trasformazione che si innesta in ciò che ciascuno è per ridisegnare il suo modo stesso di percepire la
realtà. Colui che si forma è coinvolto attivamente nel processo di crescita.
All’interno del gruppo si sperimenta una Chiesa che è luogo di scambio delle ricchezze di ciascuno per la crescita di tutti. Nel rispetto
delle competenze e dei ruoli di ognuno, si instaura una collaborazione che rende protagonisti tutti.
Il percorso finora più richiesto è stato “Povero è chi non ama”, sviluppato in 2 incontri più la visita al Villaggio della Carità, prevede:
1. Fase espressiva: Riflettiamo con i ragazzi sulle povertà presenti nel nostro territorio a partire dal loro punto di vista, cercando di identificare quali siano le cause di tali povertà attraverso la realizzazione di un disegno che rappresenti l’albero delle povertà di oggi, con
l’indicazione delle cause della povertà alle radici e i frutti della povertà sui rami.
2. Fase analitica: Presentazione dei dati reali ricavati dal rapporto delle povertà e introduzione di quelle che sono le reali cause della povertà
nel nostro territorio. Spiegazione del Centro di Ascolto e dello stile della Caritas nell’intervento a favore dei più disagiati, i valori di
riferimento, la spiritualità.
3. Fase riappropriativa: con i ragazzi interveniamo sull’albero delle povertà, andando ad inserire atteggiamenti, proposte, idee, per rispondere con efficacia alle sfide della nostra società.
Al termine degli incontri, la visita al Villaggio della Carità rappresenta l’opportunità per vedere con i propri occhi, toccare con mano, attraverso l’incontro con gli operatori e i volontari, visitando gli uffici e scoprendo il cuore della Caritas, lì dove parte l’impulso che sostiene i numerosi servizi, più di 30 sul nostro territorio. Per poter fare bisogna prima imparare ad essere, questo il messaggio, questa la proposta per chi si avvicina a questa realtà, luogo di promozione, educazione e servizio.

 

FORMAZIONE E MISSIONE ALLA CARITÀ: UN BINOMIO INSCINDIBILE!

di don Fabio Menicagli*

“Perché donarsi agli altri?”… “Perché devo a fare un servizio per gli altri?”. Sono queste le domande che risuonano spesso nei nostri percorsi catechistici. La proposta che facciamo ai ragazzi è quella di fare “esperienze di Caritas” durante l’anno, per scoprire il valore del dono di se stessi agli altri, perché un cristiano non può non fare opere di carità! Utilizziamo volutamente l’espressione “ esperienze di Caritas”, per indicare il servizio che facciamo fare ai ragazzi, grazie all’azione delle Caritas diocesane o parrocchiali, per prendere coscienza della povertà e
di come sia bello aiutare gli altri. Vi sono, però, due rischi opposti nella proposta da delineare:

1. Il primo rischio è “mettersi sopra dell’altro”: pensare che i poveri siano gli altri rispetto a noi, gli utenti, che si rivolgono al centro servizi,
ai quali noi bravi cristiani diamo un aiuto.
2. Il secondo rischio è “sentirsi falliti”: comprendere che il nostro aiuto è soltanto palliativo e non serve a risollevare l’altro, perché la sua
situazione è complessa e non si risolve solo con un piatto di pasta o un pacco viveri.
Abbiamo evidenziato questi due rischi perché dobbiamo essere chiari quando nei nostri percorsi catechistici facciamo delle proposte. Il cristiano non “fa del bene agli altri”, ma … “si dona al fratello”.
La proposta, quindi, potrebbe diventare: “come vorresti donarti ai fratelli?”.
Questo perché la logica che deve trasparire è quella del dono di sé, in altri termini la via oblativa del cristiano.
L’origine di questa via la troviamo nella Carità, altro termine che molto spesso è confuso con “fare del bene”. Al contrario, la Carità, come
emerge dal dato biblico, è visibile nel dono che Gesù Cristo ha fatto di sé sulla Croce. Potremmo dire in altri termine che la Carità è all’origine
di ogni azione della Chiesa e addirittura ne è lo “start”, cioè, ciò che avvia la volontà di agire nella comunità cristiana.
Se è vero quanto diciamo, comprendiamo che solo attraverso l’incontro con Gesù Cristo, che sulla croce ci ha mostrato la Carità, possiamo
donarci ai fratelli. Comprendiamo allora che non esiste il percorso di catechesi scisso dal servizio di carità. Dobbiamo sempre più pensare a percorsi di formazione cristiana, intesa come percorsi che “formano a Cristo”, che prevedano necessariamente momenti di incontro con la persona di Gesù Cristo. Gesù Cristo è sorgente della Carità, che suscita in ognuno di noi il bisogno di riversarla ai fratelli. È l’incontro con Cristo che rende servo di Carità, cioè servo nel Suo amore. Ecco che colui che si mette al servizio di Cristo diventa così un compagno di viaggio, che accompagna alla sorgente coloro che hanno bisogno di aiuto per dissetarsi, qualcuno che li aiuti mettendosi accanto non per “fare del bene” ma per fare un tratto di cammino con lui.
L’articolo potrebbe finire così, ma prendiamo spunto dall’ultima canzone di Francesco Gabbani che si intitola “Viceversa”. Il cammino deve
essere biunivoco. Prendiamo atto, che, se anche il cammino logico-spirituale è quello proposto, non sempre i nostri percorsi formativi sono
capaci di far incontrare Gesù Cristo come sorgente di Carità. Come allora unire il binomio formazione e servizio alla carità? Aiutando i ragazzi a fare “esperienze di Caritas” e contemporaneamente a mediare il loro vissuto. Far sì che da esperienza pratica possano comprendere il valore di ciò che stanno facendo, magari aiutandoli ad esprimere le loro emozioni e sentimenti, a comprendere ciò che sta accadendo nella loro vita, scoprendo un ambiente a loro distante, o a volte troppo presente da affrontare nella loro vita. Qui si innesca allora il processo contrario: partire dal servizio alla carità per incontrare Cristo origine del mio agire. Rimanendo nell’ambito della sorgente, il percorso è quello di fare un tratto di cammino verso la sorgente insieme al fratello, per accorgersi che quell’acqua parte da una sorgente che non vediamo apparentemente ma che dona e riversa acqua in modo continuo. Concludiamo sottolineando che non importa il percorso che scegliamo, ma che la proposta catechistica conduca all’incontro con Cristo sorgente della vera Carità, partenza della via oblativa.

GESÙ MAESTRO DI CARITÀ

di don Valerio Barbieri*

Uno degli appellativi di Gesù più frequenti nei vangeli è “maestro”. E un maestro in effetti era, tanto da avere dei discepoli. Essendo io un biblista, e non un pedagogista o un catecheta, mi limiterò a qualche spunto di riflessione a partire da un episodio evangelico legato alle celebrazioni pasquali, che ci può aiutare a conoscere meglio lo stile educativo di Gesù e, perché no, aiutarci a imitarlo, qualora avessimo anche noi nella Chiesa un ruolo educativo, magari anche semplicemente in quanto genitori.
L’episodio che ho scelto è la lavanda dei piedi. La sera dell’ultima cena con i suoi discepoli Gesù «quando ebbe lavato loro i piedi, riprese
le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo
sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”» (Gv 13,12-15).
Noi abbiamo capito quello che Gesù ha fatto per noi? Spesso si commenta questo gesto di Gesù mettendo in evidenza l’importanza di farsi
servi degli altri, essere disponibili ad un servizio. Tutto qui? Ora Gesù stesso, dopo quel gesto, dice di averci dato l’esempio e che ci dobbiamo
lavare i piedi gli uni gli altri. Certamente non è da interpretare alla lettera questa raccomandazione di Gesù. Nessuno infatti ci ha insegnato che dobbiamo lavare i piedi agli altri! E allora qual è l’esempio che ci ha dato? E come possiamo imitarlo?
Non dimentichiamoci che Giovanni ci riporta questo episodio nel contesto dell’ultima cena, in parallelo agli evangelisti che ci raccontano l’istituzione dell’Eucarestia. C’è un legame profondo tra questi due racconti, tanto è vero che noi li ascoltiamo entrambi nella liturgia del Giovedì Santo, giorno in cui cominciamo le celebrazioni pasquali. Non si può capire cosa intenda Gesù per esempio se non si coglie questo legame tra i due episodi e soprattutto con quello che avverrà di lì a poco: Gesù offrirà la sua vita per la salvezza del mondo. Ecco l’esempio! Ecco cosa intende dire Gesù con “fate questo in memoria di me”. Certamente significa “ripetete questi gesti”, ed è quello che facciamo celebrando la S. Messa, ma ci vuole anche dire “offrite anche voi la vita per me e per gli altri”.

Quanto ho tentato di esprimere in queste poche righe è ciò che dovrebbe contraddistinguere il servizio cristiano, ciò che rende il servizio
davvero carità! Per fare servizio nell’SVS piuttosto che alla Croce Rossa, etc… non c’è bisogno di essere cristiani… Quindi vuol dire che il servizio è per tutti… Noi invece vogliamo educare i nostri giovani non solo al servizio, ma alla carità, alla donazione totale di se stessi all’altro, sull’esempio di Gesù. Ritengo fondamentale che i ragazzi entrino in questa dimensione interiore, per evitare due errori: pensare che il servizio e la carità siano la stessa cosa; pensare che si possa esercitare la carità solo facendo un servizio, inteso come qualcosa di concreto da fare. Si può offrire la propria vita al Signore in tanti modi, anche con la sola preghiera! Pensiamo al momento che stiamo vivendo, chiusi in casa e impossibilitati a compiere molti servizi… Può essere un tempo di grazia per comprendere che in tanti nostri attivismi, in cui spesso coinvolgiamo anche i giovani, spesso la dimensione interiore è marginale, e non si sta educando alla carità.

SABATI DELLA CARITÀ: “i poveri” generatori di fede e maestri di vita

A cura di: Le Figlie della Carità di La Spezia*

Come fare perché la Cresima non diventi l’ultima tappa nel cammino di fede? Come trasmettere la passione per Cristo e per l’uomo ai ragazzi? Come poter mostrare che una vita senza Dio è una vita vuota, triste, senza orizzonte? Come poter rispondere al bisogno di sicurezza,
stabilità, benessere, felicità, amore dei ragazzi? Questi sono alcuni degli interrogativi che quotidianamente ci assillano … chi ha incontrato Cristo, chi sperimenta il Suo Amore non può trattenerlo per sé ma desidera mostrarlo e donarlo al mondo, San Vincenzo de Paoli ripeteva “non mi basta amare Dio se il mio prossimo non lo ama”. Ma possiamo noi aiutare i ragazzi ad amare Dio? Noi possiamo essere “facilitatori d’incontro”, possiamo metterli davanti a un incontro e poi pregare. Sì, pregare perché i loro occhi sappiano “vedere”, le loro ginocchia sappiano piegarsi, la porta del loro cuore si possa aprire, l’incontro possa avvenire, la vita acquisire un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Questa convinzione ci ha spinte a promuovere “i sabati della Carità”.
Iniziati con il gruppo del post-cresima e superiori all’interno di una parrocchia, sono ora l’espressione della collaborazione di 4 parrocchie
all’interno della Diocesi di La Spezia. Tanti di questi ragazzi sono nostri ex alunni che tante volte non hanno una parrocchia di riferimento ma che sentono la scuola come loro “casa”.
In cosa consistono i “Sabati della Carità”?
Nella Scuola delle Figlie della Carità alla Spezia incontriamo i ragazzi il sabato ogni 15 giorni. La cadenza quindicinale è per poter lasciare due
incontri formativi al mese all’interno della parrocchia di appartenenza e non rischiare di perdere il legame con la propria comunità, alimentando la consapevolezza di essere “inviati” dalla stessa. I ragazzi arrivano intorno alle 16.45/17.00 per un primo momento di
gioco, dialogo e merenda insieme. Dopo la preghiera, l’invocazione allo Spirito, ha inizio “il servizio ai poveri”. In realtà non ci piace chiamarli poveri, chi ha sperimentato lo sa, … chi è più povero: chi dona o chi riceve? Allora preferiamo chiamarli “fratelli”, “amici” … Finita la preghiera “usciamo per le strade” e mentre i ragazzi più grandi delle superiori a piccoli gruppi di due o tre vengono inviati per le visite a domicilio ai “nonni”, anziani soli, e ad alcune famiglie in difficoltà per la consegna del pacco viveri, i giovanissimi del post cresima si mettono in cammino per le strade del centro.
Possiamo riassumere questa esperienza in 5 punti.
CERCARE. PIEGARSI. CHIEDERE PERMESSO. GUARDARE NEGLI OCCHI.
LASCIARSI TRASFORMARE.
L’incontro con i questi fratelli non può lasciarci come prima. Chi incontra i “poveri” può non vederci subito Gesù, i ragazzi scoprono però che, nella misura in cui aprono il cuore alle persone che hanno davanti, la vita cambia, pian piano si trasforma. Essi diventano per loro veri maestri. Il contatto con le loro storie e l’incrocio di sguardi e sorrisi diventa quella piccola goccia che pian piano lavora la roccia e la trasforma …. Su questo punto vogliamo riportare direttamente la voce al alcuni ragazzi:

• Ho capito che è cambiato in me qualcosa da quando ho iniziato a intraprendere questa esperienza perché facendo del bene alle persone
che si aiutano si riceve la gioia di aver aiutato qualcuno.
• Ho consapevolezza che c’è sempre qualcuno che sta peggio di me e questo, anche se poco, cambia le mie azioni quotidiane.
• È cambiato di vedere il mondo con occhi diversi.

• Sì, ora mi sento qualcosa nel cuore grazie a voi signori della strada.
• Ho capito il senso della povertà, i sacrifici, e che si può vivere anche senza tutte le cose che abbiamo.
• Vedendo alcuni anziani ho imparato che la vita è una e non dobbiamo sprecarla.
• Ho imparato ad essere altruista.
• È cambiata la mia vita. Prima ci passavo vicino e provavo disprezzo, mentre ora mi calo nei loro panni.
• Sì, ho imparato a non sprecare il cibo; anche se sono piena o non mi piace, lo mangio lo stesso perché so che ci sono persone che non hanno quello che ho nel piatto..
• Da quanto ho incontrato questi fratelli più poveri sento di essere più generosa e altruista con il prossimo.
• Adesso se mi metto nei panni dei poveri riesco a capire di più.
• Dopo che li ho incontrati metto più impegno nelle cose che faccio. Ho imparato inoltre a non sprecare nessun tipo di cosa per qualsiasi motivo.
• Ho capito che io sono molto fortunata e che mi devo accontentare delle cose più semplici perché sono quelle essenziali.
• Ho capito che le cose per me normali per tutti non lo sono, quindi devo cercare di apprezzare di più quello che ho senza darlo per
scontato.
• Ha cambiato la mia sensibilità. So che sono fortunata ad avere degli amici perché nei loro sguardi ho notato solitudine.
• Mi sono resa conto che devo imparare ad essere meno superficiale.
• Pensando alla forza con cui affrontano la vita i poveri non mi butto giù per ogni stupidità ma penso che ci sono cose peggiori.
• Vedo i poveri sotto un’altra prospettiva: li sento tutti come amici.
• Quest’esperienza non solo mi dona gioia ma mi ha anche aiutato a superare la timidezza che avevo, e mi fa capire che aiutare i più poveri
è una cosa veramente importante.
• Ho capito meglio come vivono. Sono più consapevole.
• Grazie! Grazie Signore, perché ogni volta ci dai l’opportunità di incontrarti, di stringerti la mano e di tornare a casa più ricchi…non di cose, ma di qualcosa che si chiama gioia, senso della vita, dono ricevuto
• ci insegnano grandi valori quali: la pazienza; il coraggio nell’affrontare situazioni difficili; la riconoscenza e la capacità di essere felici per le piccole cose; la solidarietà tra di loro; l’affidamento la capacità di soffrire in silenzio che si esprimono nell’atteggiamento dignitoso dello stare lì seduti spesso senza neppure chiedere, ma pronti ad aprirsi nel dialogo con chi, fermandosi un poco, li fa sentire accolti come persone, vivi perché qualcuno si accorge di loro…
Alle 19.00 generalmente rientriamo e i sabati della Carità proseguono
con il momento di formazione in Chiesa e a seguire alle 19.45 la pizza e poi i giochi insieme. Questo è un punto di forza perché risponde al bisogno molto forte a questa età di parlare, di essere ascoltati e soprattutto di stare insieme.
San Vincenzo questo ce lo ha trasmesso e noi vogliamo ripeterlo a voi, lui aveva capito che Dio non lo attendeva nei libri o nelle contemplazioni estatiche, non lo attendeva nel silenzio di un monastero ma lo attendeva nell’uomo: nel piccolo, nel misero, nel carcerato, nello straniero, nel sofferente, nel peccatore e in ogni persona povera di amore, bisognosa di Dio stesso. Anche noi lo abbiamo trovato lì. Ciascuno di noi ha un luogo in cui il Signore lo aspetta, ciò che ci consente di trovarlo è il desiderio e la voglia di cercare, piegarsi, chiedere permesso, guardare negli occhi e lasciarsi trasformare.