L’INTERVISTA IMPOSSIBILE TRA UN DICIOTTENNE E IL NOBILE FIORENTINO

*di Dario Caturegli

Non tutto è possibile, neanche al giorno d’oggi pur con una scienza e una tecnologia che consentono, per esempio con il 5G e i robot, di guidare operazioni chirurgiche a distanza d’oceano… ma la fantasia ‘verosimile’, direbbe Manzoni, supera la scienza e lo rende già possibile. Proviamo così a immaginarci un dialogo tra un diciottenne e Dante mentre aspettano la metro in una stazione isolata o desolata…

GIOVANE: Senti, Dante, visto che siamo soli e la nostra conversazione non sarà oggetto
d’interrogazione, me la togli una curiosità che mi porto dietro dalla terza, da quando ti ho  conosciuto: ma come sei riuscito a riveder le stelle, e per ben tre volte, con tutte queste tenebre? In fondo sei tu che sei stato esiliato in contumacia, giovane a 36 anni; sei tu che non hai più rivisto tua moglie Gemma, nei lunghi anni dell’esilio, sei tu che sei finito isolato anche dai tuoi compagni di partito, i ‘bianchi’; sei tu che hai dovuto sopportare l’ospitalità cordiale, ma sempre donata e precaria, dei Signori del ‘300; e sei sempre tu che hai rivisto i figli solo nell’ultimo anno della tua vita, figli che certo non ti hanno nemmeno riconosciuto, avendoli tu lasciati quando erano bambini: proprio una vita da sfigato, permetti!
DANTE: Ma sempre in piedi, sì sempre in piedi! Senza genuflessioni a caccia di consensi, e al tempo stesso senza perder la speranza! Come ho fatto? Eh.. mi verrebbe da dire: sono stato un duro, non mi sono piegato a costo di pagarla cara.. ma sarei presuntuoso (d’altra parte ti ricordi che anche l’avo Cacciaguida nel Paradiso allude al peccato di superbi per gli ‘Aldighieri’..); no il fatto è che, a parte un primo momento
-isolato- nella selva oscura, non sono stato mai solo; anzi, ho avuto un’infinità d’aiuti, compagni di poesia, esempi di virtù e.. le tre Donne che mi hanno acciuffato per i capelli mentre ero nella selva (e lo sai che ognuno di noi prima o poi incontra nella vita.. la selva: del traviamento, del fallimento, o anche semplicemente dell’abbandono..).
GIOVANE: Le tre Donne? Ti riferisci a Beatrice, Gemma e le altre dei compagni Guido (Cavalcanti) e Lapo (Gianni)?
DANTE: No, lascia perdere quel sonetto, qui in ballo non c’è la letteratura, ma la vita, la mia ma anche la tua: ascolta! La prima cosa che ho imparato è che quando sei ‘fritto’ (dite così, vero, voi giovani?) e io lo ero davvero: morta Beatrice, la politica a Firenze così convulsa che mi aveva portato anche a punire il miglior amico..; nel disorientamento più cupo, proprio quando non sai dove batter la testa, è lì che ho trovato
luce e guida. Sì, ricordalo anche tu, è proprio quando sei nel mezzo di una crisi che sei più disponibile a ricevere l’aiuto che il Buon Dio non ti fa mai mancare. Anzi: nel mio caso, ma potrebbe essere anche il tuo, Dio ha proprio esagerato!
GIOVANE: Ma se ti sei trovato.. all’inferno!
DANTE: Ma è proprio qui che è successo il primo miracolo, e Dio ha.. esagerato! Di fronte a me pieno di sconforto, senza meritarlo e senza chiederlo, si è mossa la Vergine, che ha coinvolto Santa Lucia, che a sua volta si è recata da Beatrice; e Beatrice mi ha dato la miglior guida che fosse sul mercato: Virgilio! Non solo da me studiato e amato, ma una delle più grandi autorità nel Medio Evo. Diciamo come se tu, quando hai da scrivere un tema, ti facessi aiutare da Manzoni e a matematica da Einstein! Capito?
Non siamo mai soli ed è proprio nel buio che si intravedono meglio i bagliori dell’alba! E’ così che è incominciato il mio lungo percorso dall’Inferno al Paradiso: quanta fatica (e a volte anche quanta paura) ma quando lo scopo è definito e ben chiaro, allora si va avanti, comunque! Tu ce l’hai, vero, uno scopo nella tua vita? E poi è buffo: a volte Dio si serve anche del ‘diavolo’ per farti capire alcune cose e incoraggiarti: sai chi mi ha dato una delle prime certezze che avrei superato l’inferno e mi sarei salvato? Proprio Caronte che non voleva traghettarmi e nell’opposizione (poi superata comunque da Virgilio) mi anticipò che sarei stato traghettato con una imbarcazione
piccola e veloce: che capita proprio a chi si salva e accede al Purgatorio. Quindi, ricorda, tutto è guidato da Dio, e la speranza non deve mai mancare!
GIOVANE: Incredibile, quello che tu come uomo hai incontrato (sei un uomo come me in fondo, anche se io a volte capisco poco le tue terzine…). Ma dimmi: quali sono gli incontri più difficili o belli che hai fatto?
DANTE: Sono così tanti che ho dovuto scrivere 14.233 versi! Ma, certo, alcuni sono stati davvero coinvolgenti!
GIOVANE: Quali?
DANTE: Come non ricordare quando, in una bufera che mai si placa, ho incontrato ancora abbracciati Paolo e Francesca? Pensa: morti trucidati e ancora abbracciati! Ed erano ancora tutti imbevuti di quei racconti d’amore che allora andavano molto: le storie di Lancilloto e Ginevra e anche la mia poetica del Dolce Stil Novo, dove tutto è amore, la forma è secondaria, tutta la poesia è come una fiamma che si accende dal cuore! .. fiamma, ahimè, questo l’ho capito bene per la prima volta proprio lì davanti a Francesca, che può portati alla morte: a peccare non rispettando la fedeltà del matrimonio e alla violenza omicida generata da emozioni d’amore assolutizzate!
GIOVANE: Detto così sembra un film macabro: amore e morte insieme!
DANTE: Non scherzarci: lo sai che l’amore, i sentimenti, le emozioni, le passioni, sono forze che possono portati in cielo come i santi o nel baratro della vita? Ma altri incontri sono stati esperienze fortissime. Che sconforto quando ho trovato tra i sodomiti il mio maestro Brunetto Latini, sì ‘“sor Brunetto” il maestro che mi ha avviato alla letteratura: che peccato quando la cultura e la letteratura non riescono
a fornirti anche una prospettiva forte di maturazione nelle relazioni! O pensa anche quando ho visto tra i suicidi Pier delle Vigne: pensa a quali gesti orrendi può portare la maldicenza da una parte (ti ricordi che ingiustamente viene accusato di tradimento) e il basare la propria vita solo sul successo (professionale o politico), al punto che se poi questo manca, si arriva suicidio! E io che sono stato in esilio ingiustamente per venti anni!
Ma devo ricordarti anche l’incontro con Ulisse: che racconto, il suo! Quando convince i suoi compagni a compiere l’ultima sfida, andare oltre le colonne d’Ercole per perlustrare il mondo sconosciuto, con quel suo famoso discorso: “fatti non fuste a viver come bruti, ma a seguire virtute e canoscenza..”. Che sete di sapere, quella di Ulisse, e come descrive bene proprio l’essenza dell’uomo fatto per conoscere cose sempre nuove.. ma anche la conoscenza umana, questo è il messaggio, che ho raccolto da questo incontro, deve essere sempre guidata dalla Grazia, deve avere un fine più alto che la conoscenza per la conoscenza. Capito? Non basta andare bene a scuola e sapere tutto, se anche la cultura non serve per fare il percorso che Dio assegna a ciascuno e a salvarci tutti insieme! Ma non posso poi non ricordare anche Catone all’inizio del Purgatorio: un suicida, capisci?
GIOVANE: Scusa Dante, questa non la capisco: ma come, mi hai ricordato la fine orrenda del suicida Pier delle Vigne, e ora ricordi un altro suicida come Catone?

DANTE: Sì, il discorso sarebbe lungo, ma vado al sodo. Ebbene, che cosa c’è di più caro che la propria vita? Niente! Eppure quest’uomo ha messo al primo posto la propria libertà dalla tirannide che pensava stesse per compiersi con la vittoria di Cesare.
Esagerato, forse! Da non imitare, certo! Ma pensa al desiderio di essere libero fino al punto di mettere in discussione la sua vita. E noi, forse, oggi perdiamo la libertà solo per il conformismo o il consumismo .. o per la quiete!

GIOVANE: Una domanda, visto che la nostra attesa è finita: tu sei credente, vero? Ed eri allora un uomo di Chiesa, anche se – diciamo – con qualche problema con il Papa Bonifacio VIII, giusto? Ed hai continuato ad andare comunque in Chiesa?
DANTE: Lo scopo del mio viaggio, ricordalo, era salvarmi e veder Dio; e ricorda anche il mio sforzo titanico nel cercare di distinguere, proprio alla fine del viaggio in Paradiso, il volto di Cristo nel cerchio della Trinità. Senza la Grazia non ce l’avrei fatta, ma che bello essermi perso poi nell’Amore di Dio e nella sua armonia universale! Vedi, la Chiesa è stata donata agli uomini per accompagnarci in questo viaggio verso Dio. Certo, a volte è opaca o i suoi uomini non solo all’altezza del suo compito ma Dio sa comunque donarle -la Grazia – e guide, riformatori, santi che costantemente la rinnovano: pensa a San Francesco e San Domenico. Ma pensa che tutto il mondo ha bisogno di rinnovarsi: per cos’altro ho parlato del “Cinquecento diece e cinque”, ricordi? Un riformatore più forte di tutta la corruzione che c’è nel mondo. Ecco, nel mio Viaggio ho capito che Dio non abbandona mai la sua creatura: il mondo, l’uomo e la chiesa: se grandi sono le loro fragilità e i loro limiti tanto più grandi sono i Suoi doni!

 

CRISTO LO CONOSCO?

*di mons. Simone Giusti

In questo numero della rivista sentieri proponiamo un percorso per conoscere Gesù di Nazareth.
Alcuni potrebbero dire: ma io so già tanto di lui, sono anni che sento parlare di lui. In casa, al catechismo, a scuola. Appunto, si è sentito parlare di lui a proposito molte volte e a sproposito altrettante tante volte specie sui social o su qualche canale televisivo. Gesù tira e notizie su di lui come quelle presunte e tutte fantasiose, ad esempio del famoso best seller “Il codice Da Vinci” di alcuni anni fa, attirano come le mosche al miele. Qualche notizia di lui moltissimi le posseggono, ma lo conoscono? È questa una domanda non retorica perché ad esempio io non mi accontento di conoscere alcune informazioni su una ragazza per poterci costruire una storia insieme, non mi accontento di quanto è scritto su Wikipedia su un ragazzo, per poter avviare con lui una storia importante: ho necessità di incontrarlo di camminare con lui.
Questo è talmente vero che moltissimi oggi, in un tempo di grandi dubbi, prima di giungere a decidersi a formare una famiglia e a mettere al mondo dei figli, optano per la convivenza, per un periodo in cui si prova a conoscersi e a vivere insieme. Al di là della valutazione sulle convivenze, quello che emerge è la necessità di conoscersi profondamente e di andare oltre le impressioni di un’estate o di alcune serate felici insieme, occorre la quotidianità del rapporto, è necessaria una frequentazione feriale per poter giungere a dire: questa persona la conosco, la apprezzo e voglio condividere
con lei la mia storia personale. Quanto è vero in un rapporto affettivo e lo è altrettanto in un rapporto altrettanto affettivo ma non solo, con Gesù di Nazareth. Con Gesù il nostro rapporto deve avere una forte valenza affettiva proprio perché egli è la persona più importante per un cristiano, è colui intorno al quale costruisco la mia identità personale. Cristiano infatti è colui che conoscendo profondamente Gesù, decide di costruire la sua identità personale intorno a lui, vuole assomigliare a Gesù e desidera esserlo in maniera speculare: un altro Cristo.
Il discepolo di Gesù di Nazareth si chiama “cristiano” proprio perché mette Cristo al centro della sua vita e della sequela cristi. Cristo è il fuoco che plasma tutta la sua esistenza personale. Una cosa è quindi sapere qualcosa di Gesù di Nazareth, altra cosa è conoscerlo. Certo le notizie storiche sono molte, le fonti molteplici non per nulla siamo nel 2021 d.C..
Gesù è un personaggio della storia ma non solo, Gesù vuole essere il cuore della storia e pertanto dobbiamo conoscerlo con l’intelligenza e a questo la storia della antica letteratura cristiana, può dare un contributo notevole, tantissimi sono i testi antichi che parlano di lui (i vangeli e non solo). È bene sapere che essi sono storicamente attendibili. Infatti i ritrovamenti archeologici sono stati talmente tanti in questi ultimi
decenni, al punto tale che siamo arrivati a poter datare con estrema precisione anche quando sono stati scritti i singoli vangeli, ma non solo, si è potuto giungere anche a determinare quali sono state le parti che hanno composto per primo il vangelo e quali sono stati invece gli elementi che sono stati aggiunti secondariamente. Oggi infatti si parla appunto di opera redazionale dell’ultimo evangelista.
Certo, oggi io posso sapere tante cose su Gesù. Non per nulla ci sono biblioteche intere su Gesù di Nazareth, ma ciò non è sufficiente perché io sia cristiano.
Per essere un cristiano devo andare oltre una conoscenza storiografica, per arrivare a una esperienza personale di incontro con lui.
Ma come è possibile? È vissuto 20 secoli fa, come posso io incontrarlo oggi? È qui il mistero del Cristo, egli appartiene alla storia, ma essendo oltre la storia, essendo l’alfa e l’omega della storia e al tempo stesso in ogni attimo della storia, io posso in ogni momento della mia vita incontrarlo e conoscerlo. San Paolo parla della possibilità di questa conoscenza attraverso proprio lo Spirito, ovvero la presenza spirituale, ma reale, di Gesù accanto a noi. La vita nello spirito appunto è il luogo dove la conoscenza intellettuale di Gesù diventa esperienza personale.
Lo sanno bene tutte le persone che pregano: parlano con una persona non con il muro o con un pezzo di legno o di bronzo.
In questo numero si vuole pertanto offrire itinerari, sentieri, per educatori che vogliono sostenere un giovane nella sua ricerca di un’esperienza personale di Gesù di Nazareth.
Buona avventura!

 

GESÙ, COLUI CHE CI MOSTRA DIO PADRE

*di Matteo Salvemini

«Quanto è pericoloso credere in Dio, tanto è garante e benefico e salvifico credere in Dio Padre». La prima volta che lessi queste parole, provenienti dagli scritti di David
Maria Turoldo, rimasi in silenzio. Non avevo mi ero mai soffermato su quelle semplici parole che pronunciamo ogni domenica a messa all’inizio del Credo. Le davo per scontate, come un semplice pro forma che ribadiva un concetto ormai acquisito. Invece, grazie a Turoldo, ho capito come non vi fosse nulla di ovvio nel dire “Dio Padre”.
Non a caso il motto «Ad maiorem Dei gloriam» (“per maggiore gloria di Dio”) ha animato nel passato «le interminabili lotte di religione, i fanatismi, le sacre inquisizioni, le guerre sante»1. Nel nome di Dio è stato sparso molto sangue, compreso quello di Gesù, che, come ci ricorda il Vangelo di Matteo, «è reo di morte» perché «ha bestemmiato»2 .

Gesù va incontro alla morte per un concetto di Dio sbagliato. La salvezza non viene dal credere in Dio, ma dal credere in Dio Padre; «credere, per mezzo del Figlio, Gesù Cristo nell’unità del loro unico e medesimo Spirito, che è l’Amore senza fine»3 .
Ecco così che la preghiera di Cristo risuona come preghiera di tutti i credenti verso il Padre: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo».4

GESÙ, UOMO LIBERO
Il fanatismo è nemico della fede. La fede rende l’uomo compartecipe della vita con un senso di profondo mistero, di fronte al quale dialoga con Dio in un profondo silenzio. La superstizione, affermando vacue e inverificabili certezze, fa sentire l’uomo sullo stesso piano di Dio e lo esorta a farsi giudice di quell’umanità di cui lui stesso è parte. Il fanatismo è il germe dell’intolleranza e di tutte le sopraffazioni. Assai pericolosa è quella che Turoldo chiama la «dittatura religiosa», in cui la religione diviene il grimaldello attraverso il quale invadere ogni spazio del cuore e della mente. A perire è la libertà dell’uomo. Ma Cristo per primo è uomo libero ed è dalla sua libertà che proviene la controversia nei suoi confronti da parte degli altri giudei. Come ricorda Duquoc, nei Vangeli viene di continuo rinfacciato a Gesù «di vivere secondo usi e costumi che fanno pensare che egli sia peccatore». Gesù viveva secondo una libertà che a quel tempo «nessun uomo timorato di Dio osava attribuirsi»5 . Da questa libertà manifesta deriva la sua successiva condanna a morte. Ma che libertà è quella di cui Gesù è testimone? Per rispondere a questa domanda, trovo illuminanti le parole di Paolo Ricca, teologo valdese: «La libertà di Gesù non è oggetto di un discorso ma di vita; è una libertà che si invera nella prassi»6.

Gesù vive nella libertà e la sua vita è un esempio pratico da tenere sempre a mente e da attuare, in quanto fratelli e sorelle liberi e libere in Cristo.

GESÙ, L’INSOCIEVOLE
Gesù era il primo ad essere consapevole che le sue idee non sarebbero state accettate da tutti. Non a caso lui stesso definisce sé stesso come «la spada». Le idee sono divisive. Nessuna idea nella storia dell’uomo ha mai unito spontaneamente tutti gli uomini e le donne del mondo. Questo ampio supporto ha sempre interessato solo unamaggioranza più o meno ampia di individui ed è stato creato di volta in volta  ricorrendo o alla coercizione o alla propaganda. Non è un caso che, già all’alba del pensiero,Eraclito affermasse: «Polemos è padre di tutte le cose»7. Le idee sono destinate fra di loro a confrontarsi e, in alcuni casi, anche a scontrarsi. Gesù stesso, rivolgendo la sua parola ai farisei, provoca innumerevoli scontri intellettuali che si risolvono spesso e volentieri in condanne e accuse reciproche. Tutto ciò accade perché l’uomo si rapporta con i suoi simili secondo un rapporto di “insocievole socievolezza”, come definito da Kant. L’uomo ha necessità di vivere insieme ad altri individui ma al tempo stesso vorrebbe comandare su di essi. Eppure, la discordia fra gli uomini è necessaria al progresso, perché ogni individuo, nel tentativo di essere migliore degli altri, migliora la società. Ma come evitare che questa necessaria discordia non sfoci in scontri violenti e infruttuosi, ovvero che non innescano il progresso sociale di cui parla Kant? La risposta che mi sono dato viene dall’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti, dove è scritto:
«In una società pluralista, il dialogo è la via più adatta per arrivare a riconoscere ciò che dev’essere sempre affermato e rispettato, e che va oltre il consenso occasionale. Parliamo di un dialogo che esige di essere arricchito e illuminato da ragioni, da argomenti razionali, da varietà di prospettive, da apporti di diversi saperi e punti di vista, e che non esclude la convinzione che è possibile giungere ad alcune verità fondamentali che devono e dovranno sempre essere sostenute»8 .

1 David M. Turoldo, Amare. “Non dire nulla cerca solo di essere”, Edizioni San Paolo, Milano 2002, pag. 39
2 Mt. 26, 65-66
3 David M. Turoldo, ibid., pag. 40
4 Gv. 17,3

5 Ch. Duquoc, Gesù uomo libero, Brescia 1974, p.50

6 P. Ricca, La libertà di Gesù

7 Eraclito, Sulla natura, frammento 53, in Hermann Diels, Walther Kranz, I presocratici. Testimonianze e frammenti,

a cura di Angelo Pasquinelli, Einaudi, Torino, 1976
8 Francesco, Lettera enciclica Fratres omnes (3.10.2020), n. 211

OLTRE. DOVE TROVA LUCE LA NOSTRA VITA

*di mons. Simone Giusti

C’è una Presenza luminosa, misteriosa che ci accompagna da sempre e un giorno ha fatto irruzione nella nostra esistenza come una cometa, con la sua luce ci ha fatto vedere oltre l’apparenza come per il nostro corpo: ad esempio l’uomo ha un rapporto occasionale con gli atomi del cosmo e del suo corpo, difatti li muta continuamente. È oltre! Appare materia ma è essenzialmente spirito A differenza di una pietra o di una zebra, piange la morte di mamma e gioisce per un sorriso di un bimbo o per degli occhi innamorati su Skype. Questa Presenza da allora illumina e guida.

Illumina l’oltre

L’uomo è vita e lo è per sempre anche nella morte, infatti paradossalmente nella morte il corpo è biologicamente alquanto attivo, vivo. La persona è deceduta ma il corpo morto è tutto pieno di vitalità biologica sia pur degenerativa.

Questa Presenza è rifulsa in modo particolare, nella notte di Betlemme e all’alba della Resurrezione

È una Presenza, una Luce che riscalda e trasforma i cuori e la storia. È la Luce calda dell’Amore, da sempre ci ha accompagnato, dai tempi della prima umanità di “Lucy”. È la Presenza dell’Amore sentito da tutti, sia pure in mezzo a tante ambiguità ed egoismi, come salvante. Sovente per molti, l’unica ragione per vivere. Nell’immensità Siderali, fredde e anonime, c’è chi ci ama, ci pensa e ci incontra nel nostro smarrimento, ieri e oggi. Si fa compagno della nostra sofferenza, anzi trasforma il dolore in dono e la morte in una porta sulla vita: questi è Gesù. Non siamo soli, Gesù ci ama e ci è accanto. Con la luce del suo amore ci fa vedere oltre il buio di questi giorni: uomo non confondere l’indifferente Gaia, il pianeta Terra, con Il Creatore.
Non crederti neppure tu Dio, arbitro del bene e del male, creatura barcollante per un virus invisibile. Abbi coscienza della tua finitudine: alla vita appartiene la nascita e la morte, interrogati su entrambe.

Non banalizzare né disperarsi, c’è un Evento che dà certezza

Gli animali non hanno coscienza della morte. Gli esseri umani, invece, l’hanno sviluppata con lo psichismo riflesso. Ma l’atteggiamento umano di fronte alla morte può essere molto vario: dalla superficialità e banalizzazione allo smarrimento e alla disperazione, due estremi fra i quali si collocano le concezioni che guardano all’oltretomba con timore, misto alla speranza di prolungare in qualche modo l’esistenza.
Gli antropologi che studiano la preistoria ci parlano dell’Homo religiosus, per usare un’espressione cara a Julien Ries, affonda le sue radici nel simbolismo e ha trovato fin dalla preistoria le espressioni più diverse, tra queste i riti funerari che, secondo Ries, costituiscono indizi inconfutabili di una coscienza religiosa. Gli uomini che inumavano i cadaveri credevano in un’esistenza ultraterrena, come attestano le offerte trovate nelle tombe e la cura con cui era protetto il cadavere. Secondo Mircea Eliade, la posizione fetale, presentata da numerosi inumati e il frequente orientamento verso Est potrebbero indicare la speranza di una rinascita. Le più antiche sepolture risalgono
a circa 90–100.000 anni fa. Esse sono state ritrovate in Israele. Come nota Bernard Vandermeersch, il paleo antropologo che le ha studiate, «dal momento in cui gli uomini seppelliscono i loro defunti è come se la morte assumesse per loro un significato nuovo; essa segna per loro la fine della vita, ma non della persona». I documenti sulla religiosità legata alla sopravvivenza si accrescono nel Paleolitico superiore e nel Neolitico quando si ritrovano corredi più ricchi, il frequente uso dell’ocra e l’ornamento di conchiglie. Se l’inumazione, specialmente quando accompagnata da qualche ritualità, documenta in molte culture l’idea della sopravvivenza, non è detto incinerazione del cadavere sia da vedersi come il suo opposto. Presso i popoli indoeuropei troviamo in tempi e culture diverse sia l’inumazione che la cremazione. La
cremazione, in uso attualmente in varie culture dell’Oriente, può conciliarsi con l’idea di sopravvivenza, per la quale potrebbe rappresentare come una purificazione. C’è anche chi la vede come una soluzione pratica per il problema dei cimiteri nelle aree
urbane. Essa non è proibita dalla religione cattolica, se praticata senza un atteggiamento antireligioso o materialista. In ogni caso, occorre vedere quale concezione della morte sostenga sia la pratica della sepoltura sia quella della cremazione. Per il cristiano la fede nella risurrezione resta l’elemento caratterizzante di fronte alla morte.
Non si tratta solo di credere in qualche forma di sopravvivenza, ma di credere in un’esistenza nuova dopo la morte, inaugurata dal grande evento della Risurrezione di Cristo.” 1

1 Liberamente ripreso da un articolo su Avvenire del 3 febbraio 2019, di Fiorenzo Facchin

DEEPWEB E DARKWEB

*di Luca Paolini*
Se ne sente parlare da tempo, anche perché citato in tante serie tv, ma è solo di recente che del Deepweb se ne è parlato in tutti i giornali
nazionali. In una operazione dei Carabinieri, chiamata non a torto “Delirio”, è stata scoperta infatti una rete di siti criptati che ha coinvolto 25 persone per lo più minorenni, che detenevano e diffondevano materiale pedo-pornografico. Ma la cosa ancora più sconvolgente e terrificante, è che gli indagati, pagavano con criptovalute, per assistere alle torture, mutilazioni e anche all’omicidio di bambini (prevalentemente del sud-est asiatico) in diretta streaming. Tutto nel Darkweb!
Vediamo allora come educatori di capire questo fenomeno per spiegarlo e mettere in guardia i nostri ragazzi dai pericoli che possono correre. Il web come lo conosciamo noi, i siti che visitiamo ogni giorno tramite i nostri browser (Chrome, Firefox, Edge ecc…) viene definito il Surface Web o il Visible web. Tutto ciò che è possibile trovare tramite i motori di ricerca (Google e Bing principalmente) è appunto il web di superficie. Per noi è già un mare inesplorabile, considerando che si parla di circa 2 miliardi di documenti. Ebbene tutto questo è niente rispetto alla grandezza del Deepweb, del web nascosto, che conta circa 550 miliardi di contenuti, in pratica il 96% di tutto ciò che si può trovare in rete. Tutto quello che i motori di ricerca tradizionali non riescono a trovare, a indicizzare, è appunto il Deepweb, che non è necessariamente contenuto pericoloso, si trovano infatti nel Deepweb tutte i siti appena costruiti e non ancora indicizzati, le pagine protette da password, le email, le transazioni bancarie ecc… Diverso invece è il Darkweb, che è la porzione di Deepweb raggiungibile solo attraverso dei browser particolari (Tor, I2P e Freenet) che permettono la navigazione totalmente anonima.
E’ sul Darkweb infatti che si trovano la maggior parte delle attività illegali per le quali è tristemente famoso. Alcune ricerche a livello internazionale hanno “mappato” il Darkweb e classificato le sue attività criminose principalmente come vendita di droga, ma sono molto diffuse anche la vendita di armi, di farmaci, il reperimento di software illegali e di immagini e video pedo-pornografici. La moneta ufficiale del Darkweb è ovviamente il Bitcoin, la criptovaluta anonima e diffusa in tutto il mondo. Ma il Darkweb non è solo vendita o reperimento di materiale illegale, è anche la possibilità di inviare messaggi in modo totalmente anonimo e sicuro o di accedere al web classico in paesi dove è in atto una forte censura mediatica, dei social ad esempio. E per questo che viene usato dagli attivisti dei paesi totalitari per rimanere in contatto con il resto del mondo, ma purtroppo anche da gruppi criminali e terroristici di qualsiasi estrazione.
Su tutto vigilano e intervengono le polizie postali di tutti i paesi, FBI in primis. Non ci sono mezzi termini nel caso del Darkweb, visitarlo, usarlo, specie se uno è inesperto comporta rischi molto alti per la propria sicurezza; ma forse il nostro lavoro di educatori è a monte di tutto questo e cioè quello di capire il motivo per cui i giovani sono così attratti da questo luogo oscuro. Chi vi scrive ha già avuto esperienza di alunni adolescenti che hanno provato ad entrare nel Darkweb e che ne parlano frequentemente, ormai è un fenomeno con il quale dobbiamo fare i conti. Parliamone allora nei nostri gruppi, ascoltiamo quello che i ragazzi hanno da dire in proposito, aiutiamoli a farsi un’idea chiara, non solo per loro ma anche per i loro amici. La testimonianza cristiana fra adolescenti infatti significa anche questo, farsi vicini, mettere in guardia, accompagnare. Quello che come educatori siamo chiamati a fare per primi.

PARLIAMO DI WEB RADIO!

*di Elisa De Marco*

Hai mai sentito parlare di Web Radio? No? Allora devi assolutamente sapere che… È nata nel 1995, circa 100 anni dopo la classica radio che tutti abbiamo avuto e continuano ad avere in casa e nelle nostre auto. In questi 25 anni si è molto diffusa vedendo crescere il numero dei suoi ascoltatori del ben 240% destinato ad aumentare in maniera esponenziale.
Questa grande diffusione, è stata sicuramente resa possibile anche grazie alla facilità di poterla ascoltare su qualunque dispositivo, essa
infatti richiede solo l’accesso ad una rete internet e questo spiega perché i giovani, che con i loro telefoni sono sempre connessi, ne facciano un grande utilizzo.
La Web Radio inoltre è diffusa in tutto il mondo e questo permette di scoprire con estrema facilità culture, espressioni artistiche e sociali diverse da quelle del paese in cui si vive, possiamo perciò immaginarcela come una grande finestra sul mondo.
Un altro vantaggio di queste trasmissioni radiofoniche via internet è la facilità con cui si creano, esse infatti necessitano di un basso dispendio economico, di realizzazione e di gestione, e permettono così di poter diffondere il proprio programma in tutto il mondo.

Quale occasione migliore per l’evangelizzazione? Se è vero che la bellezza della vita cristiana è anche quella di poter essere liberi di usare e convertire ogni cosa per il bene del prossimo, perché non usare la Web Radio per facilitare l’incontro dei radioascoltatori con il Dio di Gesù Cristo che li ama tutti di un amore infinito?! Questa domanda sicuramente se la sarà fatta anche Mons. Simone Giusti Vescovo della Diocesi di Livorno, che ha infatti proposto all’Ufficio diocesano di Pastorale Giovanile di intraprendere questa avventura. La segreteria della Pastorale Giovanile ha accolto con grande entusiasmo questa sfida e si è messa a lavoro durante i mesi estivi dando
vita alla Web Radio “Shekinah Giovani” comprendente al momento tre rubriche radiofoniche. La prima rubrica è rivolta all’educazione giovanile e si prefigge di trattare nell’arco di un anno, tante delle problematiche adolescenziali più ostiche. In ogni puntata, due giovani speaker proveranno ad approfondire le tematiche sia con esperienze personali, sia intervistando ospiti specializzati in materia, il tutto sempre contornato dall’ascolto di alcuni brani musicali che aiuteranno a riflettere sull’argomento. La seconda rubrica è rivolta a tutti i gruppi musicali emergenti e ha l’intento di incoraggiare questo bellissimo canale comunicativo quale è la musica. In ogni puntata verrà intervistato un cantante o una band di giovani e gli verrà data l’opportunità di farsi conoscere con un’intervista, e di farsi ascoltare mandando in rete alcuni loro brani. Infine, l’ultima rubrica progettata, è la rubrica “Notizie” in cui vengono ricordati tutti gli appuntamenti settimanali presenti in diocesi da non perdere! E se anche tu non vuoi perderti nessun appuntamento o aggiornamento, non ti resta che seguire la Pastorale Giovanile su tutte le sue pagine social: Facebook, Instagram, YouTube, e sul suo nuovo sito in arrivo nel mese di ottobre!

IL VOLTO SOCIAL DI CARITAS LIVORNO E IL LOCKDOWN

*di Irene Carlesi*

Il mondo in cui viviamo è letteralmente dominato dalla presenza dei social o di altre piattaforme digitali. Durante il lockdown abbiamo
cambiato ancora di più le nostre abitudini, cercavamo notizie sui social per sapere cosa stava succedendo, cercavamo conforto e risposte
alle nostre paure, dubbi, domande. Molti di noi sempre di più si sono trovati a fare la spesa online o scaricare libri o riviste digitali senza bisogno di uscire di casa ed andare in negozio. Il mondo digitale è divenuto più importante e più presente nelle nostre vite. Chiusi nelle nostre cose, lontani dai nostri amici, dai nostri nonni, dai nostri compagni di classe, abbiamo creato una seconda vita virtuale, reale e presente ogni giorno. Grazie ai social abbiamo potuto continuare a scambiarci idee e opinioni, a parlare di noi, a vedere i nostri amici, a essere informati. Tutti, proprio tutti, hanno dovuto ripensare un nuovo modo di pensarsi, di narrarsi, di farsi vedere, di chiedere aiuto ed aiutare. Anche noi di Caritas Livorno.
Caritas Livorno durante l’emergenza sanitaria ha lavorato a pieno ritmo, volontari e operatori impegnati nell’aiuto di molte famiglie in difficoltà economica, di anziani soli, di persone impossibilitate a muoversi per fare la spesa, o in isolamento fiduciario.
Per noi in questo periodo usare Facebook, Instagram e il nostro sito Caritas è stato un modo per raccontarsi alla città, per promuovere aiuto concreto, per promuovere una cultura e una pedagogia della carità, nell’ottica di uno sviluppo integrale dell‘uomo. (Laudato Si’)
Attraverso un impegno di comunicazione quotidiano abbiamo condiviso esperienze, preoccupazioni e gioie. Abbiamo portato testimonianza di responsabilità sociale di molti volontari impegnati nell’aiutare l’altro, abbiamo chiesto alla città di Livorno di essere con noi in ogni momento, di agire con noi. Grazie ai nostri appelli Social molte persone si sono presentate ogni giorno al Villaggio della Carità per sostenerci con il loro tempo e le loro donazioni, promuovendo una cultura dell’incontro. Abbiamo promosso la raccolta alimentare e abbiamo potuto ringraziare chi ci ha aiutato. Grazie ad un servizio telefonico “Pronto ti ascolto” ci siamo fatti vicini
a chi era nel bisogno, ascoltando, informando, accompagnando, con una voce, una parola, un gesto.

Un’asta online di solidarietà ci ha permesso di superare l’isolamento del Covid: è stato un momento di svago, di condivisione pubblica, nel quale abbiamo potuto raccogliere fondi a sostegno delle famiglie più bisognose della nostra città. Foto, interviste, video, emozioni, sensazioni, una sorta di diario online che testimonia l’agire di molti, in un periodo di fermo, di paure, di stasi. Parlare di noi sui social ha significato e significa raggiungere le case, le famiglie, le persone. Un’occasione unica per vivere narrando la città dentro la città, il quartiere dentro il quartiere, rafforzando il senso di comunità, di appartenenza, attraverso una passione per il lavoro, per il volontariato che porta con sé il rispetto della dignità umana. Dopotutto dei social, non si può più farne a meno. Usati bene, coerentemente, rappresentano un modo nuovo di pubblicare istanze, di fare giornalismo, di dare e fare notizie, di non dimenticare e di dare senso e significato al nostro agire: e tutto, tutto, tutto ciò che pubblichiamo è “la prima bozza della Storia”.

LA COMUNICAZIONE AL TEMPO DEL COVID-19

*di Dario Caturegli*

È innegabile che al tempo del covid-19 la comunicazione più usuale tra persone sia cambiata e ridotta: minori spostamenti tra città e
regioni e soprattutto minore e diversa interazione tra umani: anche terminato il lockdown, abbiamo ancora limiti numerici negli assembramenti; ma soprattutto è stato sconvolto il sistema, il codice delle relazioni comunicative. Si parla di codice nel senso che da millenni gli uomini hanno usato delle modalità condivise per esprimere se stessi, per aggiungere alla parola altri elementi che ne chiarissero e articolassero il messaggio.
In tal senso, come insegna Jakobson e la Scuola di Palo Alto, è evidente che certi scopi della comunicazione (per esempio impartire ordini) debba essere sottolineata, oltre che dal messaggio verbale, anche dal tono della voce e dall’espressione. Anzi, questi, risultano essere ancora più importanti delle parole, se è vero che il 70% della comunicazione si basa su elementi non verbali: il tono della voce, la mimica, i gesti, gli odori.

Importanza rilevante riveste anche la prossemica (che studia il significato che lo spazio assume nelle interazioni comunicative). Pensiamo che pregnanza comunicativa assume, per esempio in ambito scolastico, parlare dall’alto dalla pedana di una cattedra o girare nei banchi avvicinandosi a ciascun alunno. Il codice prossemico, nel primo caso, con la distanza spaziale docente-alunno, chiarisce, pur in assenza di parole, che c’è una sola autorità, che è distante e superiore agli alunni, con i quali si instaura una relazione formale e gerarchica (la pedana pone il docente ‘più alto’ rispetto al piano degli alunni). Nel secondo caso la distanza è ridotta, il docente che passeggia tra i banchi, è alla stessa altezza degli alunni, li incontra con distanze minime. Il messaggio è evidente: non c’è volontà di separazione ma piuttosto di interscambio comunicativo ed educativo; tra docente e discente sarà quindi più facile una forma di collaborazione e di maggior attenzione alla persona. Il codice della distanza spaziale (la prossemica), ovviamente, lo ritroviamo
anche in altri contesti comunicativi. In chiesa, per esempio, un conto (e un messaggio) sono i fedeli allineati nelle panche e un altro
quando si chiamano i bambini intorno all’altare. Ma questo codice è onnipresente soprattutto nelle relazioni quotidiane tra umani. E
quanta importanza hanno (avevano..) la stretta di mano, il colpo sulla spalla, un finto pugno nello stomaco, uno sguardo ammiccante o perplesso, un abbraccio; così come tirare le orecchie per il compleanno, prendere in collo un bambino, baciare come amici o parlare sommesso sfiorando l’orecchio della persona con cui abbiamo e cui esprimiamo la nostra intimità!

Non dobbiamo stupirci, pertanto, se le relazioni distanziate, imposte dalla profilassi covid, ci lasciamo disorientati, impoveriti, con un senso di incompiutezza: per millenni abbiamo usato un codice tattile e prossemico per esprimere le emozioni e i sentimenti, che ora viene impedito. È un po’ come se dovessimo esprimerci verbalmente all’improvviso con il solo uso delle consonanti, o senza punteggiatura: insomma con un codice ridotto e maldestro!
Certo, qualcuno penserà, esistono i social, ed essi non hanno restrizioni; possiamo anzi moltiplicare il loro uso, accompagnarlo con messaggi vocali, inserire emoticon, video… ma non riusciremo a ricostruire l’intensità e la ricchezza della relazione concreta e vicina.
E allora? Non possiamo certo sovvertire le regole di prudenza della pandemia in nome della ricchezza della comunicazione. Ma possiamo
sviluppare due attitudini, che se anche apparentemente opposte, si integrano perfettamente: imparare a stare con noi stessi (da soli) e valorizzare ogni momento di incontro con l’altro. Il primo atteggiamento non risponde ad una vocazione eremitale di fuga dal mondo, ma al coraggio di trovare (non rifuggire) del tempo per sé, vedersi nel nostro intimo così come siamo senza infingimenti. Potremmo forse scoprirci meno belli della nostra immagine sociale, ma per questo potremmo maturare una senso di maggiore umiltà, potremmo fare una viaggio di accettazione di sé (una volta avuto il tempo di scoprire eventuali ‘brutture’ interiori) per finire con l’accettare con più pazienza anche gli altri con i loro limiti; potremmo acquisire l’idea che ciascuno, in ogni età ha necessità di un itinerario di maturazione e purificazione. Ma dovremmo, infine, dopo le varie forme di distanziamento dagli altri, riscoprirci di più come animali sociali, cioè uomini che vivono in pienezza solo nelle relazioni umane. E non si tratta, dell’affermazione un po’ stucchevole (perdonatemi!) che “insieme possiamo farcela” ma della ricoperta dell’incontro con l’altro. Che è sempre un mistero da conoscere, che è sempre un dono da scoprire, che è una realtà così ricca complessa e sfuggente da dover essere colta con tutto l’ascolto possibile, con tutta l’attenzione possibile. Quella che si ha negli incontri irripetibili, come sono, appunto, tutti gli incontri tra uomini.

INSTAGRAM, TIKTOK E NOI?
*di Luca Paolini*
Quali sono i social del momento? Dove passano il loro tempo i nostri ragazzi? Quali mondi culturali li stanno influenzando nella rete? Senza ombra di dubbio il social del momento è sicuramente TikTok, che un tempo si chiamava Musical.ly, una app che appartiene alla tanto discussa ByteDance. Questa società cinese recentemente è stata infatti accusata dal governo americano di violare i dati personali degli utenti e di consegnarli al governo cinese; un’accusa pesante che potrebbe portare all’oscuramento del social, almeno negli USA. Ma TikTok di cui parleremo più avanti, non è l’unico riferimento per le giovani generazioni, almeno tra i ragazzi più grandi resiste ancora Instagram, mentre ormai Facebook è rimasto luogo di incontro quasi esclusivamente per gli adulti. Ma vediamo come funzionano e quali opportunità possono offrirci questi social. Instagram che appartiene a Mark Zuckerberg fondatore di Facebook, nasce come un social di condivisione di foto, ma con il tempo si sono aggiunte altre funzioni, le Stories, i video e recentemente gli Instagram reels, video di breve durata (al massimo 15 secondi), nei quali si possono aggiungere effetti particolari, una nuova funzione creata per contrastare l’avanzata impetuosa di TikTok. Tutte le foto e i video possono essere ovviamente commentati e condivisi. Inoltre su Instagram si possono creare gruppi di persone alle quali inviare direttamente e più velocemente i post pubblicati, un modo che i giovani amano per restare in contatto con i loro amici al di là dei gruppi di Whatsapp.
Con Instagram si comincia a parlare di Influencers, persone che hanno milioni di followers e che veicolano messaggi pubblicitari mirati, ovviamente in cambio di lauti guadagni, una delle più famose e più seguite in rete è sicuramente Chiara Ferragni, moglie del rapper Fedez. Ma anche Instagram seppure conti oltre 1 miliardo di utenti, appare ormai ai giovanissimi fruitori di TikTok, perlopiù statico e limitato: primo perché i video di TikTok rispetto a quelli di Instagram Reels durano fino a 60 secondi e poi perché il nuovo social ha introdotto delle funzionalità interattive nei suoi video (oltre ai tantissimi e divertentissimi effetti e le possibilità di customizzarli).
Per esempio su TikTok si possono fare i duetti, cioè inserire in un unico filmato, i propri video accanto a quelli realizzati in precedenza da
altri, in questo modo utenti sconosciuti si collegano a Tiktokers famosi e molto seguiti, nella speranza di “raccattare” più followers. Infatti uno degli obiettivi di chi comincia a fare video su TikTok o fare post su Instagram (e questo sta irretendo milioni di adolescenti), è proprio l’ottenere migliaia di “mi piace” e di visualizzazioni per i propri video e le proprie immagini, in modo da monetizzare (a volte anche consistentemente), il proprio stare sui social. Ecco allora un primo suggerimento per coloro che vogliono utilizzare queste app in diocesi o in parrocchia, per comunicare con i giovani facendo foto e video: svincolarsi decisamente dalla logica dei likes e dei followers, per mostrare invece un modo di stare in rete che guarda più ai contenuti che non al successo e al guadagno facile.
Ma Tiktok ha un’altra grande criticità, forse più di altri social, mette in piazza non il meglio ma più spesso il peggio, della società di oggi.
Non parlo solo dei commenti al vetriolo che si leggono nella piccola nuvoletta in basso a destra dei video, ma anche di cosa viene prodotto dai Tiktokers più famosi, spesso il niente assoluto, ma se piace o non piace, viene comunque premiato dalle visualizzazioni. Diventare Influencer alla fine non è difficilissimo, basta mettersi in bella mostra con i propri video, e se a farlo sono persone con disturbi mentali, o con problemi fisici, saranno sicuramente offesi, derisi o compatiti, ma otterranno comunque una quantità di like e visualizzazioni tali da far impallidire anche il giornalista più bravo. Quando un utente raggiunge più di 1.000 followers, anche se non ha niente da dire, acquisisce la possibilità di fare una “Live”, una diretta, per incontrare in tempo reale i propri fans e chattare con loro, magari condividendo momenti insignificanti della propria vita: quando fa colazione, quando gira per strada, quando lavora, persino mentre è alla guida (TikTok purtroppo non censura questo tipo di video pericolosissimi), l’importante è essere visti e considerati dal proprio pubblico. Instagram, TikTok, social dunque da evitare? Sicuramente da conoscere, da frequentare per aiutare i nostri adolescenti a non cadere nella trappola del successo a tutti i costi, anche a rischio di perdere la propria dignità. In ogni caso con i nostri ragazzi possiamo partire da alcuni esempi positivi di sacerdoti, suore, semplici credenti che sono presenti su TikTok con i loro video, brevi, anche divertenti, ma portatori di un messaggio diverso.

Ne posso citare alcuni:
@donrobertofiscer
@takeawayjesus
@mauro_don
@donalbertoravagnani
@kramercameronlc
L’importante è sempre accompagnare i ragazzi in questo mondo scivoloso, mostrando loro pregi e difetti, esempi positivi e negativi, facendo nascere in loro uno spirito critico che potrebbe preservarli dal fare sciocchezze e stupidaggini. Per chi decide poi di diventare un educatore- tiktoker, facendo video e postando foto, ci vorrà tanta pazienza ed esercizio, ma è importante essere presenti in questa nuova piazza virtuale, per fare in modo che nello scorrere compulsivamente tanti video banali e superficiali con il solo movimento del pollice, qualcuno si fermi a guardarne uno che invece porti a pensare, a riflettere, a meditare, a trascendere l’attimo presente per gettare lo sguardo su un “Oltre” sconosciuto.