AMARE COME DIO

*di mons. Simone Giusti

Amare come Dio ci ama è possibile.
L’amore a cui il Signore ci chiama è l’amore disinteressato, gratuito, radicale, totale. Esso non tollera compromessi, è l’amore che sa arrivare
a dare la vita per gli altri, addirittura a morire per l’altro. Siamo chiamati ad amarci con un amore divino, ad avere fra noi dei rapporti d’amore quali quelli che legano il Padre al Figlio. Ogni giovane è chiamato a saper amare i poveri e a lottare per una società più giusta come Pier Giorgio Frassati. Ricco e famoso contrasse la tubercolosi per servire i poveri di Torino. Non si può dire di essere cristiani e poi essere chiusi solo nei nostri pensieri, nelle nostre egoistiche preoccupazioni, pensare solo a se stessi, a come divertirsi, a come far soldi. Non si può dire di essere cristiani e non mettere al primo posto l’altro che è mia madre, mio padre, mio marito, mia moglie, i miei figli, i poveri. Chi non ama così non ha conosciuto Dio.

Amare come Dio ci ama è possibile perché questo amore ci è stato donato, è Cristo.
Viviamo in Cristo e amiamo, viviamo in Cristo e accorgiamoci, giorno dopo giorno, che il nostro cuore è sempre più capace di amare. Di vincere il proprio egoismo. Accogli questa presenza di Cristo in te e ama. Scoprirai come l’amore paga, come dimenticarsi per l’altro sia bello,
come donandosi si riceva tantissimo e come il nostro cuore divenga ricolmo di gioia. “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena“.1
Il Signore ci chiama ad amare come egli ci ama solo per questo: affinché siamo gioia. Per questo il Signore ci ha chiamato, questi sono
i frutti che il Signore si attende da noi: una vita all’insegna del dono e della gioia.

 

Il Santo padre Francesco nell’esortazione Christus vivit scrive ai giovani

*di mons. Simone Giusti

La pastorale giovanile dovrebbe sempre includere momenti che aiutino a rinnovare e ad approfondire l’esperienza personale dell’amore di
Dio e di Gesù Cristo vivo. Lo farà attingendo a varie risorse: testimonianze, canti, momenti di adorazione, spazi di riflessione spirituale con la Sacra Scrittura, e anche con vari stimoli attraverso le reti sociali. Ma questa gioiosa esperienza d’incontro con il Signore non deve mai essere sostituita da una sorta di “indottrinamento”. Molti giovani sono capaci di imparare a gustare il silenzio e l’intimità con Dio. Sono aumentati anche i gruppi che si riuniscono per adorare il Santissimo Sacramento e per pregare con la Parola di Dio. Non bisogna sottovalutare i giovani come se fossero incapaci di aprirsi a proposte contemplative.

Occorre solo trovare gli stili e le modalità appropriati per aiutarli a introdursi in questa esperienza di così alto valore. A loro piacciono molto anche altri incontri i festa, che spezzano la routine e aiutano a sperimentare la gioia della fede. Queste e altre diverse possibilità non devono farci dimenticare che, al di là dei cambiamenti della storia e della sensibilità dei giovani, ci sono doni di Dio che sono sempre attuali, che contengono una forza che trascende tutte le epoche e tutte le circostanze: la Parola del Signore sempre viva ed efficace, la presenza di Cristo nell’Eucaristia che ci nutre, il Sacramento del perdono che ci libera e ci fortifica. Possiamo anche menzionare l’inesauribile ricchezza
spirituale che la Chiesa conserva nella testimonianza dei suoi santi e nell’insegnamento dei grandi maestri spirituali.

Le diverse manifestazioni della pietà popolare, specialmente i pellegrinaggi come quello a Santiago de Compostela o quelli promossi
in occasione delle GMG, attirano giovani. Queste forme di ricerca di Dio, devono essere incoraggiate e stimolate. Perché la pietà popolare è
un modo legittimo di vivere la fede ed è espressione dell’azione missionaria spontanea del popolo di Dio.

IL SINODO DEI GIOVANI: la vita liturgica come via privilegiata per l’incontro con Cristo

di mons. Simone Giusti
IL SINODO DEI GIOVANI ha indicato come la vita liturgica sia da ritenere una via privilegiata per l’incontro con Cristo. Ecco i passi del documento finale che ne parlano:

La ricerca religiosa

  1. In generale i giovani dichiarano di essere alla ricerca del senso della vita e dimostrano interesse per la spiritualità. Tale attenzione però si configura talora come una ricerca di benessere piscologico più che un’apertura all’incontro con il Mistero del Dio vivente. In particolare in alcune culture, molti ritengono la religione una questione privata e selezionano da diverse tradizioni spirituali gli elementi nei quali ritrovano le proprie convinzioni. Si diffonde così un certo sincretismo, che si sviluppa sul presupposto relativistico che tutte le religioni siano uguali. L’adesione a una comunità di fede non è vista da tutti come la via di accesso privilegiata al senso della vita, ed è affiancata e talvolta rimpiazzata da ideologie o dalla ricerca di successo sul piano professionale ed economico, nella logica di un’autorealizzazione materiale. Rimangono vive però alcune pratiche consegnate dalla tradizione, come i pellegrinaggi ai santuari, che a volte coinvolgono masse di giovani molto numerose, ed espressioni della pietà popolare, spesso legate alla devozione a Maria e ai Santi, che custodiscono l’esperienza di fede di un popolo.

 

L’incontro con Gesù

  1. La stessa varietà si riscontra nel rapporto dei giovani con la figura di Gesù.

Molti lo riconoscono come Salvatore e Figlio di Dio e spesso gli si sentono vicini attraverso Maria, sua madre e si impegnano in un cammino di fede. Altri non hanno con Lui una relazione personale ma lo considerano come un uomo buono e un riferimento etico. Altri ancora lo incontrano attraverso una forte esperienza dello Spirito. Per altri invece è una figura del passato priva di rilevanza esistenziale o molto distante dall’esperienza umana. Se per molti giovani Dio, la religione e la Chiesa appaiono parole vuote, essi sono sensibili alla figura di Gesù, quando viene presentata in modo attraente ed efficace. In tanti modi anche i giovani di oggi ci dicono: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21), manifestando così quella sana inquietudine che caratterizza il cuore di ogni essere umano: «L’inquietudine della ricerca spirituale, l’inquietudine dell’incontro con Dio, l’inquietudine dell’amore»[1].

 

Il desiderio di una liturgia viva

  1. 51In diversi contesti i giovani cattolici chiedono proposte di preghiera e momenti sacramentali capaci di intercettare la loro vita quotidiana, in una liturgia fresca, autentica e gioiosa.

In tante parti del mondo l’esperienza liturgica è la risorsa principale per l’identità cristiana e conosce una partecipazione ampia e convinta. I giovani vi riconoscono un momento privilegiato di esperienza di Dio e della comunità ecclesiale, e un punto di partenza per la missione. Altrove invece si assiste a un certo allontanamento dai sacramenti e dall’Eucaristia domenicale, percepita più come precetto morale che come felice incontro con il Signore Risorto e con la comunità. In generale si constata che anche dove si offre la catechesi sui sacramenti, è debole l’accompagnamento educativo a vivere la celebrazione in profondità, a entrare nella ricchezza misterica dei suoi simboli e dei suoi riti.

 

La centralità della liturgia

  1. La celebrazione eucaristica è generativa della vita della comunità e della sinodalità della Chiesa. Essa è luogo di trasmissione della fede e di formazione alla missione, in cui si rende evidente che la comunità vive di grazia e non dell’opera delle proprie mani. Con le parole della tradizione orientale possiamo affermare che la liturgia è incontro con il Divino Servitore che fascia le nostre ferite e prepara per noi il banchetto pasquale, inviandoci a fare lo stesso con i nostri fratelli e sorelle. Va dunque riaffermato con chiarezza che l’impegno a celebrare con nobile semplicità e con il coinvolgimento dei diversi ministeri laicali, costituisce un momento essenziale della conversione missionaria della Chiesa. I giovani hanno mostrato di saper apprezzare e vivere con intensità celebrazioni autentiche in cui la bellezza dei segni, la cura della predicazione e il coinvolgimento comunitario parlano realmente di Dio. Bisogna dunque favorire la loro partecipazione attiva, ma tenendo vivo lo stupore per il Mistero; venire incontro alla loro sensibilità musicale e artistica, ma aiutarli a comprendere che la liturgia non è puramente espressione di sé, ma azione di Cristo e della Chiesa. Ugualmente importante è accompagnare i giovani a scoprire il valore dell’adorazione eucaristica come prolungamento della celebrazione, in cui vivere la contemplazione e la preghiera silenziosa.

 

[1] Papa Francesco, Santa Messa per l’inizio del Capitolo Generale dell’ordine di sant’Agostino, 28 agosto 2013

Giovani, belli e poi..?

vescovo presso gli sta_optOggi si sta affermando una nuova “religione” civile la quale come tutte le religioni ha i suoi “comandamenti”. Essi come nell’Induismo o in tante religioni animiste, non sono scritti e codificati ma ben presenti, tramandati e soprattutto rispettati.

Vediamoli:

1. Cura il tuo corpo: non può mancare la palestra o la piscina o la danza. I capelli vanno curati. Un piercing è di tendenza se poi è sulla lingua…..l’estetista è ormai una indispensabile consigliera per migliorare il proprio look. Nella società dell’immagine come quale messaggio dà il mio corpo?

2. Scrupolosi nel cibo: qualità ottima, quantità limitata, piacere sommo.

3. Il denaro è indispensabile: da esso e con esso puoi soddisfare i tuoi desideri

4. Geloso del mio ragazzo/a naturalmente sin tanto che non mi innamoro di un altro più carino/a di lui con il quale sto meglio.

5. Attento al sesso, è un piacere da ricercarsi e da non perdersi, è una cosa naturale; se poi viene un bambino, c’è sempre l’aborto o meglio la pillola del giorno dopo. Tanto la vita altrui cosa vale?

6. Drogatelli con moderazione, spinello si…coca no o meglio solo un pochino !

7. L’alcool è tuo amico, basta non farsi beccare dalla polizia altrimenti addio patente e quante rogne, per il resto c’è l’assicurazione ….tanto la vita altrui cosa vale?

8. Vivi alla grande nel mondo virtuale, la finzione diventa realtà (reality show) .

9. Tolleranti verso tutti e tutto, sin tanto però che non mi creano problemi, fastidio, pericolo. No alle pena di morte in America e in Cina, si all’uccisIone del ladro che deruba una gioielleria e soprattutto se entra in casa mia.

10. Devoti verso dio, frutto del proprio io, ovvero come ognuno se lo immagina, costruito dalla propria soggettività che condanna solo quello che condanna la televisione che approva quello che approva o sostiene la televisione e tutti gli altri media.

Si diffonde così una cultura della strumentalizzazione del corpo proprio e dell’altro come oggetto separato rispetto ai sentimenti della persona.

L’individuo viene spezzettato attraverso una visione erronea della persona umana, che è invece un unicum fra corpo ed emozioni. Il pericolo crescente è quello del diffondersi di comportamenti che non rispettano più l’interiorità dell’altro e i suoi sentimenti. Ciò è tanto più vero se si pensa che i giovani percepiscono sempre più questa concezione come un insieme di norme alle quali conformarsi. L’industria pornografica diventa un vettore di nuove norme e detta i nuovi dieci comandamenti che lo rendono imbelle alle grandi cose e curvo nell’attimo sfuggente. A questo punto occorre domandarsi: prigionieri del piacere o liberi per amare?

 

Libertà è frutto di una conquista quotidiana che si chiama educazione.

Educare significa fare in modo che i giovani possano divenire uomini e donne liberi, dunque capaci di scegliere ciò che corrisponde al loro bene. Ma debbono quindi sapere, conoscere, sperimentare il bene per poi ricercarlo. Occorre quindi giovani capaci di esplorare, di andare oltre, di saper osare oltre l’ovvio e di saper scoprire la bellezza di amare e di essere soltanto amore, l’amore quanto è vero è per sua natura liberante. L’Amore è libertà.

Nel contesto odierno, occorre moltiplicare gli sforzi per aiutare i giovani a entrare uscire dalla curva del piacere per imparare a saper entrare in relazione con gli altri sul piano personale ed avere il coraggio per confrontarsi con le grandi questioni divoranti:

–          cosa significa divenire un uomo e una donna?

–          qual è il senso della vita?

E divenuti ricercatori del vero e del bene affrontare la questione delle questioni:

–          Cosa significa amare?

–          Cosa vuol dire vivere da uomini liberi?

LIBERI LIBERO…O FORSE NO?
Cosa significa crescere? Diventare uomini e donne adulti? Cosa significa Amare? I giovani di oggi sono prede di nuovi “comandamenti”, dettati dalla TV dai social, dai coetanei, e restano prigionieri di una falsa libertà.
L’Amore è liberante di per sé, se riuscissimo a far capire questo ai nostri ragazzi non ci sarebbe bisogno per loro di seguire falsi educatori e stili di vita bugiardi.

gennaio 2018

Uscire, voce del verbo incontrare

Dove sono i giovani?
Dove sono i giovani?

*di mons. Simone Giusti*
Carissimi
una sera di giugno ero alla Rotonda di Ardenza e cercavo un luogo dove mi aspettavano per un saluto, non sapendo di preciso ove fosse, ho chiesto informazioni a un gruppo di giovani i quali non solo prontamente mi hanno dato le notizie che chiedevo ma riconoscendomi, e ricordando quando li avevo cresimati, hanno voluto accompagnarmi
sino a destinazione con grande calore e cordialità. Ma dove sono i giovani oggi per poterli incontrare?
Nelle piazze e nelle pizzerie. Per la strada e nei pub. Sul sentimento e sulle emozioni. Sugli affetti e nella poesia.
Nella soggettività che sovente diventa individualismo. Sono transitati dal mondo del “cogito ergo sum” a quello solo biologico del: “ho pulsioni dunque sono”. Sono quindi nella cultura della sensitività: il sesso e la sessualità ne sono la sua epifania. Ciò che è piacere è per molti di loro sicuramente bene e parimenti ciò che è dolore è male.

Questa è la cultura dell’adolescenza, dei giovani nell’età delle scelte difficili senza più orizzonti di senso. Tutto è liquido, non esistono scelte irreversibili neppure quelle affettive. Rimangano ancora i legami di sangue con i genitori, i fratelli, i parenti ma anch’essi si vanno indebolendo. La famiglia di appartenenza o quella in edificazione,
è vissuta tra adolescenza affettiva, paure, convivenze occasionali o effettive. Il lavoro a cui ci si prepara è visto come un miraggio e quando il lavoro già lo si vive, è sovente alienante perché finalizzato spesso solo all’obiettivo di avere denaro. Ma spesso il lavoro non c’è e non è neppure intravisto o si presenta in forme molto occasionali.

Dove poter incontrare i giovani?
– Sul cellulare, sul web: sono sempre connessi.
– Nella notte: in particolare il sabato e la domenica notte.
– Alla TV, li vede per ore presenti.
– Nella mondo della musica, li accompagna costantemente.
– Nel tempo libero: la natura, lo sport, le città d’arte, i santuari, le belle chiese, i monasteri li vedono non poco presenti
– A scuola: superiore e università.
– Nell’alternanza scuola lavoro.
– Nei luoghi di lavoro.
La Comunità Cristiana con con le sue “stanze” (chiesa e oratorio)  e con le persone che le abitano (ma se sono adulti e
giovani significativi), incontrano i giovani quando riescono a farsi ascolto, compagnia, presenza: nel mondo del lavoro, nella scuola, nello sport, nel tempo libero, nella famiglia. Per incontrare occorre uscire. Uscire dalle nostre
paure, dal nostro quieto vivere, dalle nostre stanze… come tante volte ripete Papa Francesco.

QUESTIONE DI INCONTRI
Incontrare i giovani può essere difficilissimo o facilissimo. Basta capire dove sono per raggiungerli o starsene nelle proprie “stanze” e aspettare inutilmente che arrivino. Per incrociare le loro strade occorre uscire. Uscire dai luoghi comuni, dalle proprie sicurezze, dai posti “canonici” per avventurarsi alla loro ricerca… l’incontro avviene e se è significativo può rappresentare una tappa importante nella vita di ciascuno.

Come far conoscere il Signore ai giovani se non attraverso la via dell’amore?

Depositphotos_11790528_opt*di mons. Simone Giusti*

Dove risiede oggi la possibilità di un radicamento della fede cristiana nelle nuove generazioni, se non in belle esperienze di incontro personali con il Signore e in belle esperienze di appartenenza e di condivisione ecclesiale?

Afferma Pàvel Nikolàjevîc Evdokìmov: «Si dimostra l’esistenza di Dio con l’adorazione, non con le prove»[1]. Certo questa tesi può apparire alquanto radicale e svilente l’intelligenza dell’uomo a cui è dato, per grazia di Dio, di poter, dalla creazione in poi, contemplare con l’intelletto le sue perfezioni invisibili nelle opere da lui compiute (Rm 1,18-20), ma nella sua unilateralità ci richiama con forza alla via del cuore, alla via della preghiera, alla via della carità. È data certamente all’uomo la possibilità di una conoscenza di Dio grazie all’intelletto (Rm 1,1), ma ugualmente è donata a ogni persona la grazia di conoscerlo attraverso i sentieri del cuore. Prova ne è che la Chiesa annovera fra i suoi dottori teologi sommi come san Tommaso d’Aquino e illetterati come santa Caterina da Siena. In un tempo in cui la ragione, la verità, sembrano smarrite e l’intelligenza dell’uomo non arriva neppure più a riconoscere al proprio figlio il diritto alla vita, occorre, contemporaneamente agli itinerari catechistici, far vivere ai ragazzi e ai giovani, esperienze prettamente orientate all’educazione alla vita interiore, alla preghiera e alla vita di carità.

La razionalità occidentale ha bisogno dell’esperienza mistica
La razionalità
occidentale
ha bisogno
dell’esperienza
mistica

La razionalità occidentale oggi ha estremo bisogno di essere illuminata tramite l’esperienza mistica anche e soprattutto quella dei ragazzi e dei giovani. È questa la direzione indicata da Giovanni Paolo II quando ha affermato: «Non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quello della santità (…) sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica e di una religione superficiale (…). È ora di riproporre a tutti con convinzione questa misura alta della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione (…). I percorsi della santità esigono una vera e propria pedagogia della santità. Per questa pedagogia della santità c’è bisogno di un cristianesimo che si distingua innanzitutto nell’arte della preghiera» (Novo millennio ineunte 32). La grande tradizione mistica della Chiesa, sia in Oriente che in Occidente, può dire molto a tal proposito. Essa mostra come la preghiera possa progredire, quale vero e proprio dialogo d’amore, fino a rendere la persona totalmente posseduta dall’Amore divino, vibrante tocco dello Spirito. Si fa allora l’esperienza viva della promessa di Cristo: «Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21). Si tratta di un cammino interamente sostenuto dalla Grazia, che chiede tuttavia forte impegno spirituale e conosce anche dolorose purificazioni (la «notte oscura»), ma approda in diverse forme possibili, all’indicibile gioia vissuta dai mistici come «unione sponsale». «Sì, carissimi fratelli e sorelle», ribadiva con forza Giovanni Paolo II, «le nostre comunità cristiane devono diventare autentiche “scuole” di preghiera» (Novo millennio ineunte 30-33). Il giovane dovrà intuire, sperimentandola, la presenza e la bellezza di Dio. Solo dopo può avvenire la scelta di essere cristiano e quindi vivere appieno un percorso mistagogico verso la Solenne eucaristia della professione della fede. Occorre promuovere quindi una pastorale giovanile a partire dall’esperienza di Dio, da un’esperienza sacramentale del Signore, ovvero si dovrà promuovere una pastorale sempre più mistagogica.

ECCO LA STRADA
Giovanni Paolo II lo dice nella “Novo millennio ineunte”: mostrare Dio alle persone significa condurle attraverso percorsi di santità, attraverso la preghiera, l’esperienza mistica e sacramentale. Occorre partire dall’esperienza di Dio per colmare il vuoto lasciato dalla razionalità occidentale, solo dopo può avvenire la scelta.

[1] Cfr. Teologia della bellezza, EdP.

Siate audaci, fate sentire il vostro grido

1460117805-papa-france_fmt*a cura di mons. Simone Giusti*
Carissimi giovani(1),
sono lieto di annunciarvi che nell’ottobre 2018 si celebrerà il Sinodo dei vescovi sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Ho voluto che foste voi al centro dell’attenzione perché vi porto nel cuore. Proprio oggi viene presentato il Documento preparatorio, che affido anche a voi come “bussola” lungo questo cammino.

Mi vengono in mente le parole che Dio rivolse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Queste pa role sono oggi indirizzate anche a voi: sono parole di un Padre che vi invita a “uscire” per lanciarvi verso un futuro non conosciuto ma portatore di sicure realizzazioni, incontro al quale Egli stesso vi accompagna. Vi invito ad ascoltare la voce di Dio che risuona nei vostri cuori attraverso il soffio dello Spirito Santo.

Quando Dio disse ad Abramo «Vattene», che cosa voleva dirgli? Non certamente di fuggire dai suoi o dal mondo. Il suo fu un forte invito, una vocazione, affinché lasciasse tutto e andasse verso una terra nuova. Qual è per noi oggi questa terra nuova, se non una società più giusta e fraterna che voi desiderate profondamente e che volete costruire fino alle periferie del mondo? Ma oggi, purtroppo, il «Vattene » assume anche un significato diverso. Quello della prevaricazione, dell’ingiustizia e della guerra. Molti giovani sono sottoposti al ricatto della violenza e costretti a fuggire dal loro paese natale. Il loro grido sale a Dio, come quello di Israele schiavo dell’oppressione del Faraone (cfr Es 2,23).

è arrivata l’ora di cambiare, il cambiamento nasce prima di tutto dentro di voi, nel vostro cuore che non riesce a piegarsi alle ingistizie
è arrivata l’ora di cambiare, il cambiamento nasce prima di tutto dentro di voi, nel vostro cuore che non riesce a piegarsi alle ingiustizie

Desidero anche ricordarvi le parole che Gesù disse un giorno ai discepoli che gli chiedevano: «Rabbì […], dove dimori? ». Egli rispose: «Venite e vedrete» (Gv1,38- 39). Anche a voi Gesù rivolge il suo sguardo e vi invita ad andare presso di lui. Carissimi giovani, avete incontrato questo sguardo? Avete udito questa voce? Avete sentito quest’impulso a mettervi in cammino? Sono sicuro che, sebbene il frastuono e lo stordimento sembrino regnare nel mondo, questa chiamata continua a risuonare nel vostro animo per aprirlo alla gioia piena. Ciò sarà possibile nella misura in cui, anche attraverso l’accompagnamento di guide esperte, saprete intraprendere un itinerario di discernimento per scoprire il progetto di Dio sulla vostra vita. Pure quando il vostro cammino è segnato dalla precarietà e dalla caduta, Dio ricco di misericordia tende la sua mano per rialzarvi.

A Cracovia, in apertura dell’ultima Giornata mondiale della gioventù, vi ho chiesto più volte: «Le cose si possono cambiare?». E voi avete gridato insieme un fragoroso «Sì». Quel grido nasce dal vostro cuore giovane che non sopporta l’ingiustizia e non può piegarsi alla cultura dello scarto, né cedere alla globalizzazione dell’indifferenza. Ascoltate quel grido che sale dal vostro intimo! Anche quando avvertite, come il profeta Geremia, l’inesperienza della vostra giovane età, Dio vi incoraggia ad andare dove Egli vi invia: «Non aver paura […] perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8).

Il Papa crede nei giovani ed è proprio a loro che si rivolge per iniziare il cambiamento della so-cietà. Anche la Chiesa si mette in ascolto della voce
Il Papa crede nei giovani ed è proprio a loro che si rivolge per iniziare il cambiamento della so-cietà. Anche la Chiesa si mette in ascolto della voce delle nuove generazioni, della loro sensibilità, della loro fede e si prepara ad un Sinodo dedicato.

Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori. San Benedetto raccomandava agli abati di consultare anche i giovani prima di ogni scelta importante, perché «spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore» (Regola di san Benedetto III, 3).

Così, anche attraverso il cammino di questo Sinodo, io e i miei fratelli vescovi vogliamo diventare ancor più «collaboratori della vostra gioia» (2 Cor 1,24). Vi affido a Maria di Nazareth, una giovane come voi a cui Dio ha rivolto il Suo sguardo amorevole, perché vi prenda per mano e vi guidi alla gioia di un «Eccomi» pieno e generoso (cfr Lc 1,38).

 

Con paterno affetto,

Papa Francesco

(1)Il testo della Lettera del Papa ai giovani, pubblicata insieme al documento preparatorio alla XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi.

 

Amici, Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”

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Sei disposto a metterti in gioco?

*di mons. Simone Giusti*
Il Papa a Cracovia ha detto ai tanti giovani presenti:
“Proprio qui c’è una grande paralisi, quando cominciamo a pensare che felicità è sinonimo di comodità, che essere felice è camminare nella vita addormentato o narcotizzato, che l’unico modo di essere felice è stare come intontito. È certo che la droga fa male, ma ci sono molte altre droghe socialmente accettate che finiscono per renderci molto o comunque più schiavi. Le une e le altre ci spogliano del nostro bene più grande: la libertà. Ci spogliano della libertà.
Amici, Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”. Gesù non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall’amore di Dio, la gioia che lascia nel tuo cuore ogni gesto, ogni atteggiamento di misericordia. Andare per le strade seguendo la “pazzia” del nostro Dio che ci insegna a incontrarlo nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nell’amico che è finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo. Andare per le strade del nostro Dio che ci invita ad essere attori politici, persone che pensano, animatori sociali. Che ci stimola a pensare un’economia più solidale di questa. In tutti gli ambiti in cui vi trovate, l’amore di Dio ci invita a portare la Buona Notizia, facendo della propria vita un dono a Lui e agli altri. E questo significa essere coraggiosi, questo significa essere liberi!
linno-della-gmg-2016_optPotrete dirmi: Padre, ma questo non è per tutti, è solo per alcuni eletti!
Sì, è vero, e questi eletti sono tutti quelli che sono disposti a condividere la loro vita con gli altri. Allo stesso modo in cui lo Spirito Santo trasformò il cuore dei discepoli nel giorno di Pentecoste. Dio viene a rompere le nostre chiusure, viene ad aprire le porte delle nostre vite, delle nostre visioni, dei nostri sguardi. Dio viene ad aprire tutto ciò che ti chiude. Ti sta invitando a sognare, vuole farti vedere che il mondo con te può essere diverso. È così: se tu non ci metti il meglio di te, il mondo non sarà diverso. È una sfida. Il tempo che oggi stiamo vivendo non ha bisogno di giovani-divano ma di giovani con le scarpe, meglio ancora, con gli scarponcini calzati. Questo tempo accetta solo giocatori titolari in campo, non c’è posto per riserve. Il mondo di oggi vi chiede di essere protagonisti della storia perché la vita è bella sempre che vogliamo viverla, sempre che vogliamo lasciare un’impronta. La storia oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere il nostro futuro. No! Noi dobbiamo decidere il nostro futuro, voi il vostro futuro! Il Signore, come a Pentecoste, vuole realizzare uno dei più grandi miracoli che possiamo sperimentare: far sì che le tue mani, le mie mani, le nostre mani si trasformino in segni di riconciliazione, di comunione, di creazione. Egli vuole le tue mani per continuare a costruire il mondo di oggi. Vuole costruirlo con te. E tu, cosa rispondi? Cosa rispondi, tu? Sì o no?
Mi dirai: Padre, ma io sono molto limitato, sono peccatore, cosa posso fare?
Quando il Signore ci chiama non pensa a ciò che siamo, a ciò che eravamo, a ciò che abbiamo fatto o smesso di fare. Al contrario: nel momento in cui ci chiama, Egli sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di contagiare. Lui scommette sempre sul futuro, sul domani. Gesù ti proietta all’orizzonte, mai al museo. Per questo, amici, oggi Gesù ti invita, ti chiama a lasciare la tua impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, che segni la tua storia e la storia di tanti. La vita di oggi ci dice che è molto facile fissare l’attenzione su quello che ci divide, su quello che ci separa. Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò

Il Papa parla ai giovani del mondo. L’invito è quello a lasciare un’impronta nella storia, ma soprattutto nella storia di chi ci sta intorno, di chi ci è vicino. L’invito è a costruire “ponti di amore”: questo vuol dire mettersi in gioco, è vero, ma sicuramente è un’avventura che vale la pena vivere. Anche tu vuoi essere tra i giovani che si mettono in gioco?

che ci fa male. Oggi noi adulti – noi, adulti! – abbiamo bisogno di voi, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità. E voi siete un’opportunità per il futuro. Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri! Abbiamo bisogno di imparare questo. E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità. Che siate voi i nostri accusatori, se noi scegliamo la via dei muri, la via dell’inimicizia, la via della guerra. Costruire ponti: sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso. Fate questo ponte umano, datevi la mano, tutti voi: è il ponte primordiale, è il ponte umano, è il primo, è il modello. Sempre c’è il rischio di rimanere con la mano tesa, ma nella vita bisogna rischiare, chi non rischia non vince. Con questo ponte, andiamo avanti. Oggi Gesù, che è la via, chiama te, te, te [indica ciascuno] a lasciare la tua impronta nella storia. Lui, che è la vita, ti invita a lasciare un’impronta che riempia di vita la tua storia e quella di tanti altri. Lui, che è la verità, ti invita a lasciare le strade della separazione, della divisione, del non-senso. Ci stai? Ci stai? Cosa rispondono adesso – voglio vedere – le tue mani e i tuoi piedi al Signore, che è via, verità e vita? Ci stai? Il Signore benedica i vostri cuori.”

Attenti alla “Divano-felicità”

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A poco a poco, senza rendercene conto ci troviamo addormentati

*di mons. Simone Giust* Questa estate il Santo Padre Francesco, a Cracovia alla milionata di giovani presenti alla GMG, ha avuto parole fortissime, che voglio riproporti (sia pure solo in parte e in questo numero della rivista e nel prossimo). Ha parlato a braccio e ha dialogato per un’ora con i giovani. Il Papa è stato schietto quanto incisivo. Esse, le parole del Papa, ti sosterranno nel tuo servizio di animatore e ti motiveranno verso il raggiungimento di traguardi e sogni grandi, degni di essere vissuti e soprattutto raggiunti!

 

LA NOSTRA RISPOSTA A QUESTO MONDO IN GUERRA  SI CHIAMA FRATELLANZA E FAMIGLIA

Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare, non vogliamo distruggere, non vogliamo insultare. Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore. E la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia. (…) Mettiamo alla presenza del nostro Dio anche le vostre “guerre”, le nostre “guerre”, le lotte che ciascuno porta con sé, nel proprio cuore.

 

Papa Francesco alla Messa  con i giovani
Ascolta Papa Francesco alla Messa con i giovani

LA PAURA CI PORTA ALLA CHIUSURA

Dove ci porta, la paura? Alla chiusura. E quando la paura si rintana nella chiusura, va sempre in compagnia di sua “sorella gemella”, la paralisi; sentirci paralizzati. Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita, e specialmente nella giovinezza. La paralisi ci fa perdere il gusto di godere dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme, di camminare con gli altri. Ci allontana dagli altri, ci impedisce di stringere la mano, come abbiamo visto [nella coreografia], tutti chiusi in quelle piccole stanzette di vetro.

LA “DIVANO-FELICITÀ” È UNA PARALISI SILENZIOSA

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Volete che altri decidano per voi il futuro?

Ma nella vita c’è un’altra paralisi ancora più pericolosa e spesso difficile da identificare, e che ci costa molto riconoscere. Mi piace chiamarla la paralisi che nasce quando si confonde la FELICITÀ con un DIVANO! Sì, credere che per essere felici abbiamo bisogno di un buon divano. Un divano che ci aiuti a stare comodi, tranquilli, ben sicuri. Un divano, come quelli che ci sono adesso, moderni, con massaggi per dormire inclusi, che ci garantiscano ore di tranquillità per trasferirci nel mondo dei videogiochi e passare ore di fronte al computer. Un divano contro ogni tipo di dolore e timore. Un divano che ci faccia stare chiusi in casa senza affaticarci né preoccuparci. La “divano-felicità” è probabilmente la paralisi silenziosa che ci può rovinare di più, che può rovinare di più la gioventù. “E perché succede questo, Padre?” Perché a poco a poco, senza rendercene conto, ci troviamo addormentati, ci troviamo imbambolati e intontiti. L’altro ieri, parlavo dei giovani che vanno in pensione a 20 anni; oggi parlo dei giovani addormentati, imbambolati, intontiti, mentre altri – forse i più vivi, ma non i più buoni – decidono il futuro per noi. Sicuramente, per molti è più facile e vantaggioso avere dei giovani imbambolati e intontiti che confondono la felicità con un divano; per molti questo risulta più conveniente che avere giovani svegli, desiderosi di rispondere, di rispondere al sogno di Dio e a tutte le aspirazioni del cuore. Voi, vi domando, domando a voi: volete essere giovani addormentati, imbambolati, intontiti? [No!] Volete che altri decidano il futuro per voi? [No!] Volete essere liberi? [Sì!] Volete essere svegli? [Sì!] Volete lottare per il vostro futuro? [Sì!] Non siete troppo convinti… Volete lottare per il vostro futuro? [Sì!]

Ma la verità è un’altra: cari giovani, non siamo venuti al mondo per “vegetare”, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. E’ molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà. Non siamo liberi di lasciare un’impronta. Perdiamo la libertà. Questo è il prezzo. E c’è tanta gente che vuole che i giovani non siano liberi; c’è tanta gente che non vi vuole bene, che vi vuole intontiti, imbambolati, addormentati, ma mai liberi. No, questo no! Dobbiamo difendere la nostra libertà!

PAROLE PER I GIOVANI
Le parole di Papa Francesco ai giovani di tutto il mondo riuniti a Cracovia, sono uno stimolo continuo ad alzarsi dalle proprie comodità e sicurezze per riprendere in mano la propria vita.
A maggior ragione un educatore giovane, a contatto con i giovani, può trovare in queste parole il sostegno al suo servizio e la motivazione ai propri sogni.

Un decalogo per l’educatore

o-teens-facebook*di mons. Simone Giusti*
Il cammino di fede con gli adolescenti dovrà costantemente essere incentrato sui seguenti dieci cardini educativi:

1. Avere con gli adolescenti un profondo, vero, rapporto di amicizia. Costruire negli anni un bella relazione educativa. Più essa sarà autentica, più sarà forte il vincolo che unirà l’animatore e i adolescenti.

2. Si rispettino le aggregazioni dei preadolescenti e non sia abbia troppa fretta a fondere gruppi insieme oppure a dare vita a gruppi in maniera artificiale . Si abbia il coraggio di fare la scelta del piccolo gruppo e la volontà di dare continuità ai gruppi che già si sono formati durante gli anni del catechismo delle elementari o dei primi anni delle medie.

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Il gruppo non sia mai un luogo chiuso

3. Il gruppo sia una fraternità. Lo stare insieme non è causato dal dovere studiare e giungere a sapere qualcosa, ma dal fatto che “l’amore“ ci unisce e fa divenire sempre più amici, fratelli. Educare i preadolescenti al coraggio della correzione fraterna, alla revisione di vita comunitaria, alla limpidezza dei rapporti interpersonali. Educarli alla condivisione fraterna anche economica; educarli alla vita profonda attraverso esperienze personali e comunitarie di preghiera. Educarli alla bellezza della vita liturgica e sacramentale.

4. Il gruppo sia una fraternità in missione. E’ la missione che motiva la formazione. E’ bello stare qui, è bello stare insieme nel gruppo, ma il gruppo non può e non deve diventare un luogo chiuso, tutto e tutti morirebbero per asfissia. Il gruppo è chiamato ad essere una fraternità per vivere la missione che il buon Dio ha affidato a ciascun cristiano. Si eviti che il gruppo avendo principalmente una caratterizzazione amicale – culturale si concluda con il ripiegamento su se stesso, bensì si apra alla carità e quindi al territorio , ai bisogni degli altri adolescenti , dei poveri , al mondo della scuola , alla realtà sociale e politica. L’impegno di giustizia sia caratterizzante la vita di un gruppo di preadolescenti.

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Il gruppo e l’educatore: due parti di una stessa realtà che interagiscono all’interno e all’esterno della comunità parrocchiale. Se questo legame “funziona” niente è impossibile.

5. Il gruppo sappia farsi ascoltare e abbia la capacità di agire. Il gruppo abbia il ruolo di cassa di risonanza del pensiero dei adolescenti, li educhi a sapersi far ascoltare dal mondo degli adulti e li abiliti a imparare a dire cose significative. Il gruppo mostri quali capacità hanno i adolescenti di trasformazione della realtà presente attraverso una visibile e rilevante azione. Il gruppo abbia un ruolo ben preciso in parrocchia, non sia soltanto uno dei gruppi della parrocchia ma gestisca iniziative specifiche, rilevanti e ben visibili, rivolte a tutta la parrocchia e a tutto il territorio: ad esempio un’agenzia di informazione sulle povertà del territorio parrocchiale, un gemellaggio con un analogo gruppo di preadolescenti d’Africa o d’Asia o dell’America Latina, un gruppo teatrale, un complesso musicale, un centro parrocchiale per la produzione di videotape. Le idee potranno essere tantissime, l’importante è che gli adolescenti avvertano la Chiesa crede in loro, scommette su di essi, li rende protagonisti importanti della vita parrocchiale e del territorio dove abitano: palestra di educazione all’impegno ecclesiale, sociale, politico.

6. Il gruppo viva esperienze di comunità con gli altri gruppi della parrocchia sia adolescenti che adulti. Non si isoli il gruppo in esperienze solo con coetanei , lo si apra alla vita della comunità, lo si educhi a saper collaborare con gli altri ed ad avere rapporti di reciproca stima con adulti.

7. Il gruppo sia educato alla dimensione della Chiesa Locale e Universale. Occorre educare i preadolescenti a conoscere altre esperienze, a mettersi in discussione, ad essere provocati da stili di vita diversi e radicali che contestano la massificazione borghese. A questo scopo molto utili sono i gemellaggi, l’esperienza di soggiorno in comunità viventi scelte radicali (mense dei poveri, Monasteri di Clausura, Nomadelfia, Loppiano, Gruppo Abele di Torino, Arsenale della Pace di Ernesto Oliviero, Comunità Giovanni XXIII, Comunità di Capodarco ecc…ecc…..), la partecipazione agli incontri promossi dalla Diocesi o dalla Chiesa Universale (GMG).

8. L’animatore segua personalmente ciascun adolescente e non termini la sua azione educativa quando l’adolescente ha smesso di venire al gruppo. L’animatore sappia valutare la strada quale luogo educativo, sappia intessere un rapporto personale che diverrà il principale luogo educativo , ancor più del gruppo.

9. L’animatore viva una spiritualità ove c’è posto per i preadolescenti affidatigli. Preghi per gli adolescenti del gruppo e si interroghi nella preghiera su cosa il Signore desidera da Lui e dal suo servizio educativo. Sia consapevole che educa prima di tutto ciò che egli vive.

10 Nessuno è preparato ed ha doti sufficienti per fare l’animatore. Il compito affidatogli è più grande di lui e nessuna persona ragionevole può accettarlo. Ma il cristiano è persona di fede e sa che a Dio niente è impossibile, sa pure che chi ha fede può smuovere anche le montagne e pertanto va dove lo Spirito lo conduce. Chi è innamorato non incontra fiumi senza guado. Chi ti deve incontrare, Cristo, con amore ti deve cercare