Uscire, voce del verbo incontrare

Dove sono i giovani?
Dove sono i giovani?

*di mons. Simone Giusti*
Carissimi
una sera di giugno ero alla Rotonda di Ardenza e cercavo un luogo dove mi aspettavano per un saluto, non sapendo di preciso ove fosse, ho chiesto informazioni a un gruppo di giovani i quali non solo prontamente mi hanno dato le notizie che chiedevo ma riconoscendomi, e ricordando quando li avevo cresimati, hanno voluto accompagnarmi
sino a destinazione con grande calore e cordialità. Ma dove sono i giovani oggi per poterli incontrare?
Nelle piazze e nelle pizzerie. Per la strada e nei pub. Sul sentimento e sulle emozioni. Sugli affetti e nella poesia.
Nella soggettività che sovente diventa individualismo. Sono transitati dal mondo del “cogito ergo sum” a quello solo biologico del: “ho pulsioni dunque sono”. Sono quindi nella cultura della sensitività: il sesso e la sessualità ne sono la sua epifania. Ciò che è piacere è per molti di loro sicuramente bene e parimenti ciò che è dolore è male.

Questa è la cultura dell’adolescenza, dei giovani nell’età delle scelte difficili senza più orizzonti di senso. Tutto è liquido, non esistono scelte irreversibili neppure quelle affettive. Rimangano ancora i legami di sangue con i genitori, i fratelli, i parenti ma anch’essi si vanno indebolendo. La famiglia di appartenenza o quella in edificazione,
è vissuta tra adolescenza affettiva, paure, convivenze occasionali o effettive. Il lavoro a cui ci si prepara è visto come un miraggio e quando il lavoro già lo si vive, è sovente alienante perché finalizzato spesso solo all’obiettivo di avere denaro. Ma spesso il lavoro non c’è e non è neppure intravisto o si presenta in forme molto occasionali.

Dove poter incontrare i giovani?
– Sul cellulare, sul web: sono sempre connessi.
– Nella notte: in particolare il sabato e la domenica notte.
– Alla TV, li vede per ore presenti.
– Nella mondo della musica, li accompagna costantemente.
– Nel tempo libero: la natura, lo sport, le città d’arte, i santuari, le belle chiese, i monasteri li vedono non poco presenti
– A scuola: superiore e università.
– Nell’alternanza scuola lavoro.
– Nei luoghi di lavoro.
La Comunità Cristiana con con le sue “stanze” (chiesa e oratorio)  e con le persone che le abitano (ma se sono adulti e
giovani significativi), incontrano i giovani quando riescono a farsi ascolto, compagnia, presenza: nel mondo del lavoro, nella scuola, nello sport, nel tempo libero, nella famiglia. Per incontrare occorre uscire. Uscire dalle nostre
paure, dal nostro quieto vivere, dalle nostre stanze… come tante volte ripete Papa Francesco.

QUESTIONE DI INCONTRI
Incontrare i giovani può essere difficilissimo o facilissimo. Basta capire dove sono per raggiungerli o starsene nelle proprie “stanze” e aspettare inutilmente che arrivino. Per incrociare le loro strade occorre uscire. Uscire dai luoghi comuni, dalle proprie sicurezze, dai posti “canonici” per avventurarsi alla loro ricerca… l’incontro avviene e se è significativo può rappresentare una tappa importante nella vita di ciascuno.

Come far conoscere il Signore ai giovani se non attraverso la via dell’amore?

Depositphotos_11790528_opt*di mons. Simone Giusti*

Dove risiede oggi la possibilità di un radicamento della fede cristiana nelle nuove generazioni, se non in belle esperienze di incontro personali con il Signore e in belle esperienze di appartenenza e di condivisione ecclesiale?

Afferma Pàvel Nikolàjevîc Evdokìmov: «Si dimostra l’esistenza di Dio con l’adorazione, non con le prove»[1]. Certo questa tesi può apparire alquanto radicale e svilente l’intelligenza dell’uomo a cui è dato, per grazia di Dio, di poter, dalla creazione in poi, contemplare con l’intelletto le sue perfezioni invisibili nelle opere da lui compiute (Rm 1,18-20), ma nella sua unilateralità ci richiama con forza alla via del cuore, alla via della preghiera, alla via della carità. È data certamente all’uomo la possibilità di una conoscenza di Dio grazie all’intelletto (Rm 1,1), ma ugualmente è donata a ogni persona la grazia di conoscerlo attraverso i sentieri del cuore. Prova ne è che la Chiesa annovera fra i suoi dottori teologi sommi come san Tommaso d’Aquino e illetterati come santa Caterina da Siena. In un tempo in cui la ragione, la verità, sembrano smarrite e l’intelligenza dell’uomo non arriva neppure più a riconoscere al proprio figlio il diritto alla vita, occorre, contemporaneamente agli itinerari catechistici, far vivere ai ragazzi e ai giovani, esperienze prettamente orientate all’educazione alla vita interiore, alla preghiera e alla vita di carità.

La razionalità occidentale ha bisogno dell’esperienza mistica
La razionalità
occidentale
ha bisogno
dell’esperienza
mistica

La razionalità occidentale oggi ha estremo bisogno di essere illuminata tramite l’esperienza mistica anche e soprattutto quella dei ragazzi e dei giovani. È questa la direzione indicata da Giovanni Paolo II quando ha affermato: «Non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quello della santità (…) sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica e di una religione superficiale (…). È ora di riproporre a tutti con convinzione questa misura alta della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione (…). I percorsi della santità esigono una vera e propria pedagogia della santità. Per questa pedagogia della santità c’è bisogno di un cristianesimo che si distingua innanzitutto nell’arte della preghiera» (Novo millennio ineunte 32). La grande tradizione mistica della Chiesa, sia in Oriente che in Occidente, può dire molto a tal proposito. Essa mostra come la preghiera possa progredire, quale vero e proprio dialogo d’amore, fino a rendere la persona totalmente posseduta dall’Amore divino, vibrante tocco dello Spirito. Si fa allora l’esperienza viva della promessa di Cristo: «Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21). Si tratta di un cammino interamente sostenuto dalla Grazia, che chiede tuttavia forte impegno spirituale e conosce anche dolorose purificazioni (la «notte oscura»), ma approda in diverse forme possibili, all’indicibile gioia vissuta dai mistici come «unione sponsale». «Sì, carissimi fratelli e sorelle», ribadiva con forza Giovanni Paolo II, «le nostre comunità cristiane devono diventare autentiche “scuole” di preghiera» (Novo millennio ineunte 30-33). Il giovane dovrà intuire, sperimentandola, la presenza e la bellezza di Dio. Solo dopo può avvenire la scelta di essere cristiano e quindi vivere appieno un percorso mistagogico verso la Solenne eucaristia della professione della fede. Occorre promuovere quindi una pastorale giovanile a partire dall’esperienza di Dio, da un’esperienza sacramentale del Signore, ovvero si dovrà promuovere una pastorale sempre più mistagogica.

ECCO LA STRADA
Giovanni Paolo II lo dice nella “Novo millennio ineunte”: mostrare Dio alle persone significa condurle attraverso percorsi di santità, attraverso la preghiera, l’esperienza mistica e sacramentale. Occorre partire dall’esperienza di Dio per colmare il vuoto lasciato dalla razionalità occidentale, solo dopo può avvenire la scelta.

[1] Cfr. Teologia della bellezza, EdP.

Siate audaci, fate sentire il vostro grido

1460117805-papa-france_fmt*a cura di mons. Simone Giusti*
Carissimi giovani(1),
sono lieto di annunciarvi che nell’ottobre 2018 si celebrerà il Sinodo dei vescovi sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Ho voluto che foste voi al centro dell’attenzione perché vi porto nel cuore. Proprio oggi viene presentato il Documento preparatorio, che affido anche a voi come “bussola” lungo questo cammino.

Mi vengono in mente le parole che Dio rivolse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Queste pa role sono oggi indirizzate anche a voi: sono parole di un Padre che vi invita a “uscire” per lanciarvi verso un futuro non conosciuto ma portatore di sicure realizzazioni, incontro al quale Egli stesso vi accompagna. Vi invito ad ascoltare la voce di Dio che risuona nei vostri cuori attraverso il soffio dello Spirito Santo.

Quando Dio disse ad Abramo «Vattene», che cosa voleva dirgli? Non certamente di fuggire dai suoi o dal mondo. Il suo fu un forte invito, una vocazione, affinché lasciasse tutto e andasse verso una terra nuova. Qual è per noi oggi questa terra nuova, se non una società più giusta e fraterna che voi desiderate profondamente e che volete costruire fino alle periferie del mondo? Ma oggi, purtroppo, il «Vattene » assume anche un significato diverso. Quello della prevaricazione, dell’ingiustizia e della guerra. Molti giovani sono sottoposti al ricatto della violenza e costretti a fuggire dal loro paese natale. Il loro grido sale a Dio, come quello di Israele schiavo dell’oppressione del Faraone (cfr Es 2,23).

è arrivata l’ora di cambiare, il cambiamento nasce prima di tutto dentro di voi, nel vostro cuore che non riesce a piegarsi alle ingistizie
è arrivata l’ora di cambiare, il cambiamento nasce prima di tutto dentro di voi, nel vostro cuore che non riesce a piegarsi alle ingiustizie

Desidero anche ricordarvi le parole che Gesù disse un giorno ai discepoli che gli chiedevano: «Rabbì […], dove dimori? ». Egli rispose: «Venite e vedrete» (Gv1,38- 39). Anche a voi Gesù rivolge il suo sguardo e vi invita ad andare presso di lui. Carissimi giovani, avete incontrato questo sguardo? Avete udito questa voce? Avete sentito quest’impulso a mettervi in cammino? Sono sicuro che, sebbene il frastuono e lo stordimento sembrino regnare nel mondo, questa chiamata continua a risuonare nel vostro animo per aprirlo alla gioia piena. Ciò sarà possibile nella misura in cui, anche attraverso l’accompagnamento di guide esperte, saprete intraprendere un itinerario di discernimento per scoprire il progetto di Dio sulla vostra vita. Pure quando il vostro cammino è segnato dalla precarietà e dalla caduta, Dio ricco di misericordia tende la sua mano per rialzarvi.

A Cracovia, in apertura dell’ultima Giornata mondiale della gioventù, vi ho chiesto più volte: «Le cose si possono cambiare?». E voi avete gridato insieme un fragoroso «Sì». Quel grido nasce dal vostro cuore giovane che non sopporta l’ingiustizia e non può piegarsi alla cultura dello scarto, né cedere alla globalizzazione dell’indifferenza. Ascoltate quel grido che sale dal vostro intimo! Anche quando avvertite, come il profeta Geremia, l’inesperienza della vostra giovane età, Dio vi incoraggia ad andare dove Egli vi invia: «Non aver paura […] perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8).

Il Papa crede nei giovani ed è proprio a loro che si rivolge per iniziare il cambiamento della so-cietà. Anche la Chiesa si mette in ascolto della voce
Il Papa crede nei giovani ed è proprio a loro che si rivolge per iniziare il cambiamento della so-cietà. Anche la Chiesa si mette in ascolto della voce delle nuove generazioni, della loro sensibilità, della loro fede e si prepara ad un Sinodo dedicato.

Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori. San Benedetto raccomandava agli abati di consultare anche i giovani prima di ogni scelta importante, perché «spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore» (Regola di san Benedetto III, 3).

Così, anche attraverso il cammino di questo Sinodo, io e i miei fratelli vescovi vogliamo diventare ancor più «collaboratori della vostra gioia» (2 Cor 1,24). Vi affido a Maria di Nazareth, una giovane come voi a cui Dio ha rivolto il Suo sguardo amorevole, perché vi prenda per mano e vi guidi alla gioia di un «Eccomi» pieno e generoso (cfr Lc 1,38).

 

Con paterno affetto,

Papa Francesco

(1)Il testo della Lettera del Papa ai giovani, pubblicata insieme al documento preparatorio alla XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi.

 

Amici, Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”

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Sei disposto a metterti in gioco?

*di mons. Simone Giusti*
Il Papa a Cracovia ha detto ai tanti giovani presenti:
“Proprio qui c’è una grande paralisi, quando cominciamo a pensare che felicità è sinonimo di comodità, che essere felice è camminare nella vita addormentato o narcotizzato, che l’unico modo di essere felice è stare come intontito. È certo che la droga fa male, ma ci sono molte altre droghe socialmente accettate che finiscono per renderci molto o comunque più schiavi. Le une e le altre ci spogliano del nostro bene più grande: la libertà. Ci spogliano della libertà.
Amici, Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”. Gesù non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall’amore di Dio, la gioia che lascia nel tuo cuore ogni gesto, ogni atteggiamento di misericordia. Andare per le strade seguendo la “pazzia” del nostro Dio che ci insegna a incontrarlo nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nell’amico che è finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo. Andare per le strade del nostro Dio che ci invita ad essere attori politici, persone che pensano, animatori sociali. Che ci stimola a pensare un’economia più solidale di questa. In tutti gli ambiti in cui vi trovate, l’amore di Dio ci invita a portare la Buona Notizia, facendo della propria vita un dono a Lui e agli altri. E questo significa essere coraggiosi, questo significa essere liberi!
linno-della-gmg-2016_optPotrete dirmi: Padre, ma questo non è per tutti, è solo per alcuni eletti!
Sì, è vero, e questi eletti sono tutti quelli che sono disposti a condividere la loro vita con gli altri. Allo stesso modo in cui lo Spirito Santo trasformò il cuore dei discepoli nel giorno di Pentecoste. Dio viene a rompere le nostre chiusure, viene ad aprire le porte delle nostre vite, delle nostre visioni, dei nostri sguardi. Dio viene ad aprire tutto ciò che ti chiude. Ti sta invitando a sognare, vuole farti vedere che il mondo con te può essere diverso. È così: se tu non ci metti il meglio di te, il mondo non sarà diverso. È una sfida. Il tempo che oggi stiamo vivendo non ha bisogno di giovani-divano ma di giovani con le scarpe, meglio ancora, con gli scarponcini calzati. Questo tempo accetta solo giocatori titolari in campo, non c’è posto per riserve. Il mondo di oggi vi chiede di essere protagonisti della storia perché la vita è bella sempre che vogliamo viverla, sempre che vogliamo lasciare un’impronta. La storia oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere il nostro futuro. No! Noi dobbiamo decidere il nostro futuro, voi il vostro futuro! Il Signore, come a Pentecoste, vuole realizzare uno dei più grandi miracoli che possiamo sperimentare: far sì che le tue mani, le mie mani, le nostre mani si trasformino in segni di riconciliazione, di comunione, di creazione. Egli vuole le tue mani per continuare a costruire il mondo di oggi. Vuole costruirlo con te. E tu, cosa rispondi? Cosa rispondi, tu? Sì o no?
Mi dirai: Padre, ma io sono molto limitato, sono peccatore, cosa posso fare?
Quando il Signore ci chiama non pensa a ciò che siamo, a ciò che eravamo, a ciò che abbiamo fatto o smesso di fare. Al contrario: nel momento in cui ci chiama, Egli sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di contagiare. Lui scommette sempre sul futuro, sul domani. Gesù ti proietta all’orizzonte, mai al museo. Per questo, amici, oggi Gesù ti invita, ti chiama a lasciare la tua impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, che segni la tua storia e la storia di tanti. La vita di oggi ci dice che è molto facile fissare l’attenzione su quello che ci divide, su quello che ci separa. Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò

Il Papa parla ai giovani del mondo. L’invito è quello a lasciare un’impronta nella storia, ma soprattutto nella storia di chi ci sta intorno, di chi ci è vicino. L’invito è a costruire “ponti di amore”: questo vuol dire mettersi in gioco, è vero, ma sicuramente è un’avventura che vale la pena vivere. Anche tu vuoi essere tra i giovani che si mettono in gioco?

che ci fa male. Oggi noi adulti – noi, adulti! – abbiamo bisogno di voi, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità. E voi siete un’opportunità per il futuro. Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri! Abbiamo bisogno di imparare questo. E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità. Che siate voi i nostri accusatori, se noi scegliamo la via dei muri, la via dell’inimicizia, la via della guerra. Costruire ponti: sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso. Fate questo ponte umano, datevi la mano, tutti voi: è il ponte primordiale, è il ponte umano, è il primo, è il modello. Sempre c’è il rischio di rimanere con la mano tesa, ma nella vita bisogna rischiare, chi non rischia non vince. Con questo ponte, andiamo avanti. Oggi Gesù, che è la via, chiama te, te, te [indica ciascuno] a lasciare la tua impronta nella storia. Lui, che è la vita, ti invita a lasciare un’impronta che riempia di vita la tua storia e quella di tanti altri. Lui, che è la verità, ti invita a lasciare le strade della separazione, della divisione, del non-senso. Ci stai? Ci stai? Cosa rispondono adesso – voglio vedere – le tue mani e i tuoi piedi al Signore, che è via, verità e vita? Ci stai? Il Signore benedica i vostri cuori.”

Attenti alla “Divano-felicità”

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A poco a poco, senza rendercene conto ci troviamo addormentati

*di mons. Simone Giust* Questa estate il Santo Padre Francesco, a Cracovia alla milionata di giovani presenti alla GMG, ha avuto parole fortissime, che voglio riproporti (sia pure solo in parte e in questo numero della rivista e nel prossimo). Ha parlato a braccio e ha dialogato per un’ora con i giovani. Il Papa è stato schietto quanto incisivo. Esse, le parole del Papa, ti sosterranno nel tuo servizio di animatore e ti motiveranno verso il raggiungimento di traguardi e sogni grandi, degni di essere vissuti e soprattutto raggiunti!

 

LA NOSTRA RISPOSTA A QUESTO MONDO IN GUERRA  SI CHIAMA FRATELLANZA E FAMIGLIA

Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare, non vogliamo distruggere, non vogliamo insultare. Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore. E la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia. (…) Mettiamo alla presenza del nostro Dio anche le vostre “guerre”, le nostre “guerre”, le lotte che ciascuno porta con sé, nel proprio cuore.

 

Papa Francesco alla Messa  con i giovani
Ascolta Papa Francesco alla Messa con i giovani

LA PAURA CI PORTA ALLA CHIUSURA

Dove ci porta, la paura? Alla chiusura. E quando la paura si rintana nella chiusura, va sempre in compagnia di sua “sorella gemella”, la paralisi; sentirci paralizzati. Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita, e specialmente nella giovinezza. La paralisi ci fa perdere il gusto di godere dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme, di camminare con gli altri. Ci allontana dagli altri, ci impedisce di stringere la mano, come abbiamo visto [nella coreografia], tutti chiusi in quelle piccole stanzette di vetro.

LA “DIVANO-FELICITÀ” È UNA PARALISI SILENZIOSA

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Volete che altri decidano per voi il futuro?

Ma nella vita c’è un’altra paralisi ancora più pericolosa e spesso difficile da identificare, e che ci costa molto riconoscere. Mi piace chiamarla la paralisi che nasce quando si confonde la FELICITÀ con un DIVANO! Sì, credere che per essere felici abbiamo bisogno di un buon divano. Un divano che ci aiuti a stare comodi, tranquilli, ben sicuri. Un divano, come quelli che ci sono adesso, moderni, con massaggi per dormire inclusi, che ci garantiscano ore di tranquillità per trasferirci nel mondo dei videogiochi e passare ore di fronte al computer. Un divano contro ogni tipo di dolore e timore. Un divano che ci faccia stare chiusi in casa senza affaticarci né preoccuparci. La “divano-felicità” è probabilmente la paralisi silenziosa che ci può rovinare di più, che può rovinare di più la gioventù. “E perché succede questo, Padre?” Perché a poco a poco, senza rendercene conto, ci troviamo addormentati, ci troviamo imbambolati e intontiti. L’altro ieri, parlavo dei giovani che vanno in pensione a 20 anni; oggi parlo dei giovani addormentati, imbambolati, intontiti, mentre altri – forse i più vivi, ma non i più buoni – decidono il futuro per noi. Sicuramente, per molti è più facile e vantaggioso avere dei giovani imbambolati e intontiti che confondono la felicità con un divano; per molti questo risulta più conveniente che avere giovani svegli, desiderosi di rispondere, di rispondere al sogno di Dio e a tutte le aspirazioni del cuore. Voi, vi domando, domando a voi: volete essere giovani addormentati, imbambolati, intontiti? [No!] Volete che altri decidano il futuro per voi? [No!] Volete essere liberi? [Sì!] Volete essere svegli? [Sì!] Volete lottare per il vostro futuro? [Sì!] Non siete troppo convinti… Volete lottare per il vostro futuro? [Sì!]

Ma la verità è un’altra: cari giovani, non siamo venuti al mondo per “vegetare”, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. E’ molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà. Non siamo liberi di lasciare un’impronta. Perdiamo la libertà. Questo è il prezzo. E c’è tanta gente che vuole che i giovani non siano liberi; c’è tanta gente che non vi vuole bene, che vi vuole intontiti, imbambolati, addormentati, ma mai liberi. No, questo no! Dobbiamo difendere la nostra libertà!

PAROLE PER I GIOVANI
Le parole di Papa Francesco ai giovani di tutto il mondo riuniti a Cracovia, sono uno stimolo continuo ad alzarsi dalle proprie comodità e sicurezze per riprendere in mano la propria vita.
A maggior ragione un educatore giovane, a contatto con i giovani, può trovare in queste parole il sostegno al suo servizio e la motivazione ai propri sogni.

Un decalogo per l’educatore

o-teens-facebook*di mons. Simone Giusti*
Il cammino di fede con gli adolescenti dovrà costantemente essere incentrato sui seguenti dieci cardini educativi:

1. Avere con gli adolescenti un profondo, vero, rapporto di amicizia. Costruire negli anni un bella relazione educativa. Più essa sarà autentica, più sarà forte il vincolo che unirà l’animatore e i adolescenti.

2. Si rispettino le aggregazioni dei preadolescenti e non sia abbia troppa fretta a fondere gruppi insieme oppure a dare vita a gruppi in maniera artificiale . Si abbia il coraggio di fare la scelta del piccolo gruppo e la volontà di dare continuità ai gruppi che già si sono formati durante gli anni del catechismo delle elementari o dei primi anni delle medie.

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Il gruppo non sia mai un luogo chiuso

3. Il gruppo sia una fraternità. Lo stare insieme non è causato dal dovere studiare e giungere a sapere qualcosa, ma dal fatto che “l’amore“ ci unisce e fa divenire sempre più amici, fratelli. Educare i preadolescenti al coraggio della correzione fraterna, alla revisione di vita comunitaria, alla limpidezza dei rapporti interpersonali. Educarli alla condivisione fraterna anche economica; educarli alla vita profonda attraverso esperienze personali e comunitarie di preghiera. Educarli alla bellezza della vita liturgica e sacramentale.

4. Il gruppo sia una fraternità in missione. E’ la missione che motiva la formazione. E’ bello stare qui, è bello stare insieme nel gruppo, ma il gruppo non può e non deve diventare un luogo chiuso, tutto e tutti morirebbero per asfissia. Il gruppo è chiamato ad essere una fraternità per vivere la missione che il buon Dio ha affidato a ciascun cristiano. Si eviti che il gruppo avendo principalmente una caratterizzazione amicale – culturale si concluda con il ripiegamento su se stesso, bensì si apra alla carità e quindi al territorio , ai bisogni degli altri adolescenti , dei poveri , al mondo della scuola , alla realtà sociale e politica. L’impegno di giustizia sia caratterizzante la vita di un gruppo di preadolescenti.

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Il gruppo e l’educatore: due parti di una stessa realtà che interagiscono all’interno e all’esterno della comunità parrocchiale. Se questo legame “funziona” niente è impossibile.

5. Il gruppo sappia farsi ascoltare e abbia la capacità di agire. Il gruppo abbia il ruolo di cassa di risonanza del pensiero dei adolescenti, li educhi a sapersi far ascoltare dal mondo degli adulti e li abiliti a imparare a dire cose significative. Il gruppo mostri quali capacità hanno i adolescenti di trasformazione della realtà presente attraverso una visibile e rilevante azione. Il gruppo abbia un ruolo ben preciso in parrocchia, non sia soltanto uno dei gruppi della parrocchia ma gestisca iniziative specifiche, rilevanti e ben visibili, rivolte a tutta la parrocchia e a tutto il territorio: ad esempio un’agenzia di informazione sulle povertà del territorio parrocchiale, un gemellaggio con un analogo gruppo di preadolescenti d’Africa o d’Asia o dell’America Latina, un gruppo teatrale, un complesso musicale, un centro parrocchiale per la produzione di videotape. Le idee potranno essere tantissime, l’importante è che gli adolescenti avvertano la Chiesa crede in loro, scommette su di essi, li rende protagonisti importanti della vita parrocchiale e del territorio dove abitano: palestra di educazione all’impegno ecclesiale, sociale, politico.

6. Il gruppo viva esperienze di comunità con gli altri gruppi della parrocchia sia adolescenti che adulti. Non si isoli il gruppo in esperienze solo con coetanei , lo si apra alla vita della comunità, lo si educhi a saper collaborare con gli altri ed ad avere rapporti di reciproca stima con adulti.

7. Il gruppo sia educato alla dimensione della Chiesa Locale e Universale. Occorre educare i preadolescenti a conoscere altre esperienze, a mettersi in discussione, ad essere provocati da stili di vita diversi e radicali che contestano la massificazione borghese. A questo scopo molto utili sono i gemellaggi, l’esperienza di soggiorno in comunità viventi scelte radicali (mense dei poveri, Monasteri di Clausura, Nomadelfia, Loppiano, Gruppo Abele di Torino, Arsenale della Pace di Ernesto Oliviero, Comunità Giovanni XXIII, Comunità di Capodarco ecc…ecc…..), la partecipazione agli incontri promossi dalla Diocesi o dalla Chiesa Universale (GMG).

8. L’animatore segua personalmente ciascun adolescente e non termini la sua azione educativa quando l’adolescente ha smesso di venire al gruppo. L’animatore sappia valutare la strada quale luogo educativo, sappia intessere un rapporto personale che diverrà il principale luogo educativo , ancor più del gruppo.

9. L’animatore viva una spiritualità ove c’è posto per i preadolescenti affidatigli. Preghi per gli adolescenti del gruppo e si interroghi nella preghiera su cosa il Signore desidera da Lui e dal suo servizio educativo. Sia consapevole che educa prima di tutto ciò che egli vive.

10 Nessuno è preparato ed ha doti sufficienti per fare l’animatore. Il compito affidatogli è più grande di lui e nessuna persona ragionevole può accettarlo. Ma il cristiano è persona di fede e sa che a Dio niente è impossibile, sa pure che chi ha fede può smuovere anche le montagne e pertanto va dove lo Spirito lo conduce. Chi è innamorato non incontra fiumi senza guado. Chi ti deve incontrare, Cristo, con amore ti deve cercare

PASSIONE EDUCATIVA E VERITA’ DI FEDE
L’identikit dell’animatore

Sentieri N5_High_Affiancate_Pagina_03_Immagine_0002*di mons. Simone Giusti*
La spiritualità è coincidenza dello spirito umano con lo spirito di Dio, è risignificazione della propria identità personale intorno alla persona di Cristo, pertanto per individuare la meta e il modello di una spiritualità dell’animatore, è necessario allora meditare sul Signore educatore del suo popolo. Riflettendo sull’agire di Dio verso il suo popolo emergono delle linee educative ben precise che da molti sono state definite come “pedagogia divina” [1]

Esse possono essere così sintetizzate:

— Tutta la pedagogia divina è finalizzata a creare un rapporto interpersonale di comunione tra Dio e l’uomo. La struttura del dialogo e dell’incontro è perciò essenziale a tale pedagogia: Dio comunica se stesso e interpella l’uomo perché liberamente si apra nella fede ed entri in amicizia con lui.

— Nel comunicarsi all’uomo, Dio si fa condiscendente verso di lui e si adegua alla sua realtà umana fino ad assumere egli stesso in pienezza l’umanità.

— Nel rispetto della struttura sociale dell’uomo, Dio lo incontra e gli offre la sua salvezza in un popolo, così che la comunione con Dio si attua sempre nella mediazione di una comunità.

— Poiché l’uomo si manifesta e comunica attraverso i segni, Dio ha scelto la stessa via per rivelare e comunicare se stesso. Il segno pieno della sua auto comunicazione personale è l’umanità del Figlio Gesù Cristo. Ma a partire da essa si possono leggere i segni della sua rivelazione nella creazione, nella storia, nella Chiesa e nella sua azione sacramentale.

— Nel rispetto della storicità dell’uomo, Dio fa sua la legge della gradualità educando passo passo l’uomo verso un incontro sempre più profondo con lui.

– Nel contempo, per l’attenzione alle condizioni storiche e culturali degli uomini a cui si rivolge, Dio vuole che la sua eterna Parola di salvezza si incarni nella storia e nei linguaggi degli uomini.

 

Questi tratti della pedagogia divina hanno fin dai primi secoli ispirato la pedagogia della Chiesa nell’atto della trasmissione della fede ed hanno plasmato e generato grandi figure educative quali Don Bosco. Interiorizzata da ogni animatore, essa costituirà lo scheletro intorno alla quale costruire la relazione educativa, meditata aiuterà a comprendere la meta verso cui si è chiamato ad andare. Più l’animatore farà propria la “passione educativa” del Signore, più vivrà autenticamente la propria spiritualità.

 

Tratti specifici della spiritualità dell’educatore

a)  Il primo è la passione educativa.

E’ questo un sentimento espressivo di una maturità di fede. E’ proprio di colui che ha intuito la passione di Dio per ogni uomo, il forte desiderio del Signore affinché ogni uomo sia salvo, viva e gusti con gioia il dono della vita. E’ tipico di colui che ha compreso due verità importanti: la fede è un dono di Dio ma la risposta di fede dell’uomo a Dio abbisogna di educazione, necessita di essere aiutata a svilupparsi ed a farsi piena, consapevole, sempre più coinvolgente.

b)  Il secondo dice un riferimento privilegiato ad alcune verità della fede.

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L’amore di Dio è gratis. Dio agisce gratuitamente. Per questo fare l’animatore è un qualcosa da fare altrettanto gratuitamente, senza aspettarsi niente in cambio. L’animatore non deve costruire i ragazzi a sua immagine e somiglianza, ma promuovere le loro proprie personalità perché crescano e si sviluppino. Casomai il modello a cui dovranno ispirarsi è Cristo. A lui dovranno assomigliare e l’animatore dovrà fare in modo che abbiano ben presente questo modello.

Vi sono alcune verità della fede che nella spiritualità del catechista vengono ad acquisire un particolare rilievo divenendo illuminanti e ispiranti atteggiamenti educativi conseguenti. Esse sono:

Dio in ricerca dell’uomo

Tutta la storia della salvezza ci presenta il Signore come un buon pastore che esce nella notte per ritrovare chi era sperso, è questa verità fondamentale che motiva l’azione dell’educatore e lo porta ad essere una manifestazione della “passione” di Dio per l’uomo, un annuncio dell’amore del Padre per tutti i suoi figli, un grido forte e dolce per coloro che più sono lontani da Lui. Dio in cerca dell’uomo per liberarlo e redimerlo: è incarnando questa verità che nasce una tensione educativa che non si arresta mai di fronte a nessuna difficoltà e che mira alla promozione integrale di tutto l’uomo e di tutta la società.

Dio è l’educatore del suo popolo
«Uno solo è il vero maestro e voi siete tutti fratelli» [2]

E’ questo quanto ci dice il Vangelo di Matteo riportandoci le parole di Gesù, è questa una verità della fede da meditare lungamente per comprendere che il servizio educativo è partecipazione dell’azione educativa divina da viversi secondo lo stile della pedagogia divina. “Dio stesso, infatti, nel corso della storia sacra e soprattutto nel Vangelo si è servito di una pedagogia che deve restare a modello per la pedagogia della fede” [3]

Dio in cerca dell’uomo perché l’uomo viva
La gloria di Dio è l’uomo vivente (S. Ireneo) [4]

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La fede è un dono di Dio ma la risposta di fede dell’uomo a Dio abbisogna di educazione

L’agire di Dio è all’insegna della totale gratuità, non cerca niente per se perché “Dio è amore”.[5]

Questa verità della fede ispirando l’agire dell’educatore lo porterà a non cercare mai nessuna diretta gratificazione dal servizio che svolge, lo condurrà a non voler strumentalizzare i ragazzi per suoi secondi fini, lo orienterà a promuovere pienamente le personalità dei ragazzi e a non voler mai farne esseri a propria immagine e somiglianza: non tu sei il modello ma Cristo.  Gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date [6]

[1] Cfr. Itinerario per la vita cristiana CEI/UCN pg 22 anno 1983 LDC
[2]  Mt. 23,8
[3]  Catechesi Tradente n° 58
[4]  S.Ireneo , Contro le Eresie
[5]  1 Gv 4, 8
[6]  Mt10,8

La spiritualità del laico animatore

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di mons. Simone Giusti

1. La spiritualità

La spiritualità non è un aspetto marginale dell’esistenza cristiana, anzi è il riflesso dello stile di vita e dell’autoconsapevolezza delle scelte compiute.

Dire pertanto spiritualità come coincidenza dello spirito umano con quello di Dio, è affermare che una persona possiede una spiritualità cristiana quando ha una identità personale risignificata e organizzata attorno a Gesù Cristo e al suo messaggio.

Un educatore è quindi “uomo spirituale”, quando inizia a comprendere ed ad organizzare la sua vita a partire da una consapevole decisione per Gesù Cristo e la sua causa del Vangelo. E’ uomo spirituale quando il suo spirito, la sua identità personale, inizia a coincidere con quella dello Spirito Divino.

 

2. La spiritualità del laico

La spiritualità del laico è definita ed espressa nei suoi tratti costitutivi nel decreto del Concilio Vaticano II sull’Apostolato dei laici al n. 4. Poche righe nelle quali è tratteggiato il volto di una spiritualità propria dei laici, non subalterna a nessun altra, avente il suo cuore in una sintesi vitale di tutte le esperienze quotidiane di un laico intorno a Cristo.

Esperienze, attività non giammai di per sé allontananti dal Signore ma bensì a loro modo arricchenti e potenzialmente capaci di far crescere e di andare sempre di più incontro al Signore che viene. Né la cura delle amicizie o degli affetti né tanto meno il lavoro o l’impegno sociale, devono essere estranei alla spiritualità della loro vita.

maxresdefault-2_1Quella del laico è quindi una spiritualità unificante, integrante tutti gli aspetti della vita, proponente un’identità cristiana personale armonica e sinfonica. Quella verso cui un laico e in particolare un educatore, è chiamato ad andare anche grazie al servizio educativo che rende in una comunità cristiana.

La spiritualità dell’educatore è quindi un tratto peculiare ma pur sempre tratto, della più ampia e generale spiritualità laicale.

 

3. La spiritualità dell’animatore

La spiritualità dell’animatore nasce da un fatto che viene ad incidere in maniera determinante sulla sua persona: la relazione educativa che si instaura fra lui e un gruppo di persone.  E’ una relazione che provoca una rivisitazione della propria spiritualità laicale e la costringe a prendere i tratti di una spiritualità della comunicazione intergenerazionale.

L’animatore è uno che sollecita a mettere la vita, quella di tutti a partire da chi ne ha di meno, al centro; ma anche a collocare tutta la vita in tutte le situazioni al centro affinché sia illuminata dalla fede.

Questo ci permette di individuare nella relazione educativa centrata sulla vita dell’altro, il tema generatore e il nucleo di una spiritualità dell’educatore

 

4. Essere educatori

Essere educatori e vivere come educatori non è anzitutto “fare determinate attività” educativa, ma è vivere l’imperativo e la competenza di saper stare e consolidare la relazione con le persone.

mons. Simone Giusti

giugno 2016

Educare con il cuore di Dio

 

educare con il cuore di dioFare, ma soprattutto essere, educatore è un dono che faccio agli altri
Educare con il cuore di Dio è aver iniziato a conoscere la passione d’amore che l’Onnipotente e buon Dio ha per ciascuna persona, per ogni ragazzo. Educare con il cuore di Dio è ricerca progressiva e costante di far coincidere il nostro cuore con il cuore di Dio, S. Paolo direbbe “ non sono più io che vivo ma Cristo che vive in me” oppure “per me vivere è Cristo”. Continua a leggere “Educare con il cuore di Dio”