Animare un grest: 2 esperienze

L’esperienza della parrocchia San Benedetto a Livorno

La  parrocchia di S. Benedetto offre il servizio dell’oratorio estivo al quartiere da ormai molti anni. Questo progetto è partito dal nostro parroco Tomasz che, se non sbaglio, nel 2012 mise a disposizione i locali dell’oratorio per i bambini del quartiere e insieme a un gruppettino di ragazzi e di adulti volontari organizzò un vero e proprio oratorio estivo. Anche se molto piccola, ho avuto la fortuna di partecipare ad ogni oratorio sempre e solo come animatrice, dico fortuna perché ho visto mutare e crescere questo grande progetto che sento anche un po’ mio! I primi anni avevamo pochi bambini iscritti  e non avevamo un tema che ci accompagnasse per tutta la durata dell’oratorio, avevamo i momenti di preghiera (sia cristiana che di altre religioni per rispetto di ogni bambino), i momenti di gioco, vari laboratori ma non una storia, non un filo conduttore che ci accompagnasse giorno dopo giorno. I numeri dei bambini e dei ragazzi iscritti inizia a crescere anno dopo anno e l’oratorio inizia a mutare. Nel 2014 don Tomasz propone di intraprendere i temi e le storie degli oratori estivi del FOM di Milano e da questo momento l’oratorio cambia in tutto e per tutto. Cresce anche il numero di animatori e questo ci aiuta a organizzare meglio ogni singola giornata! Storie, balli, preghiere, giochi, gruppi di riflessione! I bambini si divertono e imparano giocando, i ragazzi riflettono su temi improntati, gli animatori si mettono in gioco! Posso dire che la mia esperienza in tutti questi anni da Animatrice sia stata molto bella ed istruttiva! Adoravo svegliarmi presto per andare ad animare quei bambini che, anche se spesso mi facevano ammattire, mi riempivano il cuore di gioia! Non c’è niente di più bello dei loro sorrisi, dei loro abbracci, dei loro “ti voglio bene” o “sei la mia Animatrice preferita” sussurrato all’orecchio! La gioia nei loro occhi faceva dimenticare la fatica che ognuno di noi organizzatori aveva provato per far sì che tutto fosse perfetto, quei sorrisi ti facevano capire che tutto il nostro impegno era servito a qualcosa, quelle letterine e quei disegni lasciati nascosti dove tieni la borsa ti facevano capire che nonostante le brontolate che potevano ricevere quando combinavano qualcosa che non dovevano tu per loro rimanevi importante, rimanevi il punto di riferimento, colui o colei che cercano quando hanno bisogno di aiuto o hanno voglia di giocare! Fare l’animatrice mi è servito veramente tanto, come ho già detto prima, dopo pochi anni ho iniziato a sentire questo progetto anche un po’ mio e mi sono impegnata per portarlo avanti con tutte le mie forze! Non riesco ad immaginare un anno senza oratorio estivo, per questo spero con tutta me stessa che i nuovi giovani della parrocchia possano portare avanti questo grande progetto anche quando noi “vecchi animatori” non potremo più farlo, perché questo è veramente un grande servizio che la parrocchia offre alle famiglie del quartiere e spero veramente che tutto l’impegno messo in questi anni dal nostro parroco, da noi ragazzi e dagli adulti che si rendevano disponibili non sia stato vano!  In ogni caso, il ricordo di tutti questi anni rimarrà ben impresso nel mio cuore come tutti i nomi dei ragazzi e dei bambini che ho incontrato e visto crescere! È bello vedere che a distanza di anni tanti di loro ti salutano da lontano per strada o ti corrono incontro per abbracciarti, questo vuol dire che abbiamo lasciato un segno e credo sia veramente una cosa bellissima.

Martina Cecioni

Vivere l’oratorio: l’esperienza alla parrocchia del Sacro Cuore  Salesiani a Livorno

Oltre ad animare un gruppo di ragazzi del percorso di iniziazione cristiana, ho deciso di dedicare il mio tempo anche ad animare l’oratorio quotidiano. Ma cosa vuol dire animare nel quotidiano? Una possibile risposta potrebbe essere: Mettersi a servizio dei ragazzi per aiutarli a crescere, trasmettendo loro il “principio” della vita, servire gli altri perché li sento importanti. Cosa significa? Significa sostanzialmente educarLi e educarCi ad essere “Buoni cristiani, onesti cittadini e futuri abitatori del cielo”. Con questa frase San Giovanni Bosco ci insegna come educare i ragazzi, sia nei vari percorsi di iniziazione cristiana sia, in modo più continuativo, nel quotidiano dell’oratorio. “Ma i ragazzi che vengono all’oratorio non tutti sono cristiani”. Vero, ma come cristiani abbiamo il dovere di accogliere le diversità dei ragazzi, di tutti i tipi: razziale, religiosa, culturale, sociale, economica… Ricordandoci che l’obiettivo finale è il paradiso, essere felici con Dio. Come mettere dunque in pratica le prime due espressioni? Parto dalla seconda che è più semplice: Educare ad essere buoni cittadini vuol dire fare le azioni che svolgiamo quotidianamente con allegria: studiare, giocare, rispettare le regole, scherzare con gli amici… Facendolo con allegria. La prima espressione è un po’ più spinosa: dobbiamo educare i ragazzi all’essere buoni cristiani non a parole, ma con tutte quelle piccole azioni quotidiane che facciamo a modello di quello che Gesù ci ha insegnato. Potremmo dire “Testimoniamo per quello che siamo “. L’animatore non può scindere il proprio servizio dalla sua fede. Sono due cose che vanno in parallelo tra loro. Nel nostro DNA di cristiani sono radicati l’aiuto per il prossimo e la fede. Per poter mettere in pratica queste cose dobbiamo ESSERE Animatori e non FARE gli Animatori. Perché essere animatore vuol dire che la tua esperienza quotidiana non è circoscritta allo stare in oratorio, ma si allarga h24, 7 giorni su 7.

Possiamo dunque rappresentare con qualche parola l’identikit dell’animatore dell’oratorio. Deve essere: Allegro, “uno che non molla mai”, un educatore, coerente, responsabile, entusiasta, innamorato di Cristo, un buon ascoltatore, ma soprattutto umile a modello, come dicevamo prima, di Gesù.

Dunque, non scoraggiamoci leggendo tutti questi aggettivi, perché l’essere animatore non è una cosa che succede da un giorno ad un altro, ma dobbiamo continuamente educarCi ad essere anche noi in primis “Buoni cristiani, onesti cittadini e futuri abitatori del cielo”.

Giorgio Ciccotelli

L’educazione è frutto di esperienze educative

L’educazione viene da esperienze dirette. Tutto quello che viviamo in prima persona da bambini e in età adolescenziale aiuta a formare le nostre coscienze e il nostro carattere. Facendo questa osservazione come premessa è facile capire come le esperienze educative che riusciamo a far vivere ai nostri adolescenti, siano di estrema importanza: hanno la capacità di influenzare tutta la loro vita! Anzi, per essere ancora più incisivo, le esperienze che viviamo anche da adulti rieducano le nostre coscienze sempre e ci aprono a vivere orizzonti sempre nuovi.

Proprio per questo vanno curate nei minimi dettagli con attenzione alle particolari sensibilità di ogni ragazzo.

Una stessa esperienza può causare emozioni diverse, è bene per questo dare un valore previo all’esperienza che si vuole affrontare e dopo canalizzare le emozioni che i ragazzi esprimeranno.

È importante che le esperienze educative facciano sentire i ragazzi protagonisti e che abbiano una forte valenza simbolica.

Come costruire un itinerario educativo esperienziale? Ogni esperienza educativa dovrebbe essere composta da alcuni momenti[1].

È importante anzitutto individuare i bisogni concreti di carità dei ragazzi. Ognuno di noi ha diverse sensibilità ed è importante valorizzare le esigenze concrete dei ragazzi del gruppo, che siano capaci di suscitare stupore nel loro cuore. I ragazzi devono essere consapevoli che c’è bisogno di loro.

Nel vivere le esperienze educative dobbiamo far sì che nascano delle domande: come posso cambiare io questa realtà? Qual è l’aiuto concreto che posso dare in questa esigenza caritativa?

Papa Francesco ci parla spesso delle periferie esistenziali: penso che proprio queste periferie siano capaci di suscitare domande di senso nei ragazzi come anche nei più grandi sono capaci di suscitare sempre grandi interrogativi. È importante che ai ragazzi si mostrino, per quanto possibile, le radici delle realtà di necessità. Da dove viene il male, la povertà, il dolore?

Solo formando coscienze nel bene possiamo estirpare il male!

Il Vescovo Simone ci parla spesso dell’Amore: nell’affrontare queste esperienze educative è importante far venir fuori il cuore dei ragazzi e far comprendere loro che nel fare certi servizi è indispensabile donare tutto l’amore possibile: solo donando si riceve!

Le esperienze che si vorranno far vivere ai ragazzi, avendo forte valenza simbolica, dovranno aiutarli a saper rileggere la propria vita per aprirla al dono a Dio e ai fratelli [2].

L’itinerario educativo esperienziale dovrà sempre essere ritmato dalla liturgia, dalla catechesi e dalla carità[3]. Bisogna porre molta attenzione a vivere la carità senza Cristo: le nostre esperienze sono fondate su Gesù e sono vissute per scoprire il Suo volto nelle nostre coscienze. Proprio per questo è indispensabile vivere queste esperienze nella preghiera personale e comunitaria. Sono infatti indispensabili le scuole di Preghiera per gli adolescenti.

 

 

Don Vincenzo Cioppa

[1] Cfr. Sentieri di Pastorale Giovanile, Simone Giusti, 2016, Ed. Pharus, pag.174;

[2] Sentieri di Pastorale Giovanile, Simone Giusti, 2016, Ed. Pharus, pag.175;

[3] Ibid.;

SABATI DELLA CARITÀ: “i poveri” generatori di fede e maestri di vita

A cura di: Le Figlie della Carità di La Spezia*

Come fare perché la Cresima non diventi l’ultima tappa nel cammino di fede? Come trasmettere la passione per Cristo e per l’uomo ai ragazzi? Come poter mostrare che una vita senza Dio è una vita vuota, triste, senza orizzonte? Come poter rispondere al bisogno di sicurezza,
stabilità, benessere, felicità, amore dei ragazzi? Questi sono alcuni degli interrogativi che quotidianamente ci assillano … chi ha incontrato Cristo, chi sperimenta il Suo Amore non può trattenerlo per sé ma desidera mostrarlo e donarlo al mondo, San Vincenzo de Paoli ripeteva “non mi basta amare Dio se il mio prossimo non lo ama”. Ma possiamo noi aiutare i ragazzi ad amare Dio? Noi possiamo essere “facilitatori d’incontro”, possiamo metterli davanti a un incontro e poi pregare. Sì, pregare perché i loro occhi sappiano “vedere”, le loro ginocchia sappiano piegarsi, la porta del loro cuore si possa aprire, l’incontro possa avvenire, la vita acquisire un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Questa convinzione ci ha spinte a promuovere “i sabati della Carità”.
Iniziati con il gruppo del post-cresima e superiori all’interno di una parrocchia, sono ora l’espressione della collaborazione di 4 parrocchie
all’interno della Diocesi di La Spezia. Tanti di questi ragazzi sono nostri ex alunni che tante volte non hanno una parrocchia di riferimento ma che sentono la scuola come loro “casa”.
In cosa consistono i “Sabati della Carità”?
Nella Scuola delle Figlie della Carità alla Spezia incontriamo i ragazzi il sabato ogni 15 giorni. La cadenza quindicinale è per poter lasciare due
incontri formativi al mese all’interno della parrocchia di appartenenza e non rischiare di perdere il legame con la propria comunità, alimentando la consapevolezza di essere “inviati” dalla stessa. I ragazzi arrivano intorno alle 16.45/17.00 per un primo momento di
gioco, dialogo e merenda insieme. Dopo la preghiera, l’invocazione allo Spirito, ha inizio “il servizio ai poveri”. In realtà non ci piace chiamarli poveri, chi ha sperimentato lo sa, … chi è più povero: chi dona o chi riceve? Allora preferiamo chiamarli “fratelli”, “amici” … Finita la preghiera “usciamo per le strade” e mentre i ragazzi più grandi delle superiori a piccoli gruppi di due o tre vengono inviati per le visite a domicilio ai “nonni”, anziani soli, e ad alcune famiglie in difficoltà per la consegna del pacco viveri, i giovanissimi del post cresima si mettono in cammino per le strade del centro.
Possiamo riassumere questa esperienza in 5 punti.
CERCARE. PIEGARSI. CHIEDERE PERMESSO. GUARDARE NEGLI OCCHI.
LASCIARSI TRASFORMARE.
L’incontro con i questi fratelli non può lasciarci come prima. Chi incontra i “poveri” può non vederci subito Gesù, i ragazzi scoprono però che, nella misura in cui aprono il cuore alle persone che hanno davanti, la vita cambia, pian piano si trasforma. Essi diventano per loro veri maestri. Il contatto con le loro storie e l’incrocio di sguardi e sorrisi diventa quella piccola goccia che pian piano lavora la roccia e la trasforma …. Su questo punto vogliamo riportare direttamente la voce al alcuni ragazzi:

• Ho capito che è cambiato in me qualcosa da quando ho iniziato a intraprendere questa esperienza perché facendo del bene alle persone
che si aiutano si riceve la gioia di aver aiutato qualcuno.
• Ho consapevolezza che c’è sempre qualcuno che sta peggio di me e questo, anche se poco, cambia le mie azioni quotidiane.
• È cambiato di vedere il mondo con occhi diversi.

• Sì, ora mi sento qualcosa nel cuore grazie a voi signori della strada.
• Ho capito il senso della povertà, i sacrifici, e che si può vivere anche senza tutte le cose che abbiamo.
• Vedendo alcuni anziani ho imparato che la vita è una e non dobbiamo sprecarla.
• Ho imparato ad essere altruista.
• È cambiata la mia vita. Prima ci passavo vicino e provavo disprezzo, mentre ora mi calo nei loro panni.
• Sì, ho imparato a non sprecare il cibo; anche se sono piena o non mi piace, lo mangio lo stesso perché so che ci sono persone che non hanno quello che ho nel piatto..
• Da quanto ho incontrato questi fratelli più poveri sento di essere più generosa e altruista con il prossimo.
• Adesso se mi metto nei panni dei poveri riesco a capire di più.
• Dopo che li ho incontrati metto più impegno nelle cose che faccio. Ho imparato inoltre a non sprecare nessun tipo di cosa per qualsiasi motivo.
• Ho capito che io sono molto fortunata e che mi devo accontentare delle cose più semplici perché sono quelle essenziali.
• Ho capito che le cose per me normali per tutti non lo sono, quindi devo cercare di apprezzare di più quello che ho senza darlo per
scontato.
• Ha cambiato la mia sensibilità. So che sono fortunata ad avere degli amici perché nei loro sguardi ho notato solitudine.
• Mi sono resa conto che devo imparare ad essere meno superficiale.
• Pensando alla forza con cui affrontano la vita i poveri non mi butto giù per ogni stupidità ma penso che ci sono cose peggiori.
• Vedo i poveri sotto un’altra prospettiva: li sento tutti come amici.
• Quest’esperienza non solo mi dona gioia ma mi ha anche aiutato a superare la timidezza che avevo, e mi fa capire che aiutare i più poveri
è una cosa veramente importante.
• Ho capito meglio come vivono. Sono più consapevole.
• Grazie! Grazie Signore, perché ogni volta ci dai l’opportunità di incontrarti, di stringerti la mano e di tornare a casa più ricchi…non di cose, ma di qualcosa che si chiama gioia, senso della vita, dono ricevuto
• ci insegnano grandi valori quali: la pazienza; il coraggio nell’affrontare situazioni difficili; la riconoscenza e la capacità di essere felici per le piccole cose; la solidarietà tra di loro; l’affidamento la capacità di soffrire in silenzio che si esprimono nell’atteggiamento dignitoso dello stare lì seduti spesso senza neppure chiedere, ma pronti ad aprirsi nel dialogo con chi, fermandosi un poco, li fa sentire accolti come persone, vivi perché qualcuno si accorge di loro…
Alle 19.00 generalmente rientriamo e i sabati della Carità proseguono
con il momento di formazione in Chiesa e a seguire alle 19.45 la pizza e poi i giochi insieme. Questo è un punto di forza perché risponde al bisogno molto forte a questa età di parlare, di essere ascoltati e soprattutto di stare insieme.
San Vincenzo questo ce lo ha trasmesso e noi vogliamo ripeterlo a voi, lui aveva capito che Dio non lo attendeva nei libri o nelle contemplazioni estatiche, non lo attendeva nel silenzio di un monastero ma lo attendeva nell’uomo: nel piccolo, nel misero, nel carcerato, nello straniero, nel sofferente, nel peccatore e in ogni persona povera di amore, bisognosa di Dio stesso. Anche noi lo abbiamo trovato lì. Ciascuno di noi ha un luogo in cui il Signore lo aspetta, ciò che ci consente di trovarlo è il desiderio e la voglia di cercare, piegarsi, chiedere permesso, guardare negli occhi e lasciarsi trasformare.

Teniamo il ritmo! L’incontro con i centennials

di Luca Paolini*

Il mondo dell’educazione, si trova oggi ad affrontare una sfida importante direi epocale, che è quella dell’incontro con i “centennials”, come vengono chiamati i giovani adolescenti nati dopo il 2000, che sono i principali soggetti dell’intervento educativo di scuole e parrocchie. Una sfida difficile perché in pochi anni le mode, il linguaggio, i gusti degli adolescenti sono cambiate radicalmente per l’arrivo nel panorama culturale ma soprattutto commerciale delle nuove tecnologie. Infatti, mentre nel passato le generazioni cambiavano al ritmo di 20-30 anni, oggi questi tempi si sono molto ristretti e ogni 3-4 anni ci sono nuove mode, nuove parole, nuove tendenze che richiedono da parte dell’educatore uno sforzo di aggiornamento e “inculturazione” non indifferente. Per fare un esempio, gli adolescenti di 20 anni fa avevano a disposizione solo il computer, la Tv, la Playstation e il cinema. In venti anni il “background digitale” degli adolescenti è cresciuto a ritmi vertiginosi e oggi comprende: Tv on demand (Youtube, Netflix ecc…), Smartphone, Tablet, Computer, Social Network, Cinema in 3D, Realtà virtuale, Realtà aumentata, Consolle di Gioco (XBox, ecc), Visori 360°, Film interattivi. La scienza ha cercato di andare di pari passo con questa evoluzione, basta pensare alle sale operatorie di 20 anni fa e a quelle di oggi, dotate di sofisticatissimi sistemi di intervento chirurgico robotizzato e comandato a distanza tramite joystick. La scuola sta cercando con grande fatica e grandi ritrosie da parte di molti docenti, di innovare la didattica ed ha introdotto nelle classi la LIM o un monitor interattivo, ha avviato numerose sperimentazioni, a partire dalle Classi 2.0 e Scuole 2.0, che hanno implementato l’uso dei devices a scuola, la robotica educativa, il coding e il gaming. Che dire invece della Catechesi? Le nostre aule di catechismo sono rimaste ancorate saldamente al passato, spesso molto lontane dal mondo degli adolescenti: ambienti freddi, spogli, senza nessuna connessione ad internet, nessuna LIM o videoproiettore, nessun tentativo (tranne rari casi) di usare i nuovi linguaggi per gettare le reti nel mare delle nuove generazioni per farne dei cristiani adulti e consapevoli. E non si tratta solo di usare la tecnologia, ma anche di conoscere il loro mondo, la loro lingua che spesso è già diversa anche da quella degli educatori più giovani. Parole come postare, taggare, tweetare, screenshot, selfie, linkare, loggare, baggato, spammare, spoilerare, hashtag, avatar, meme, bannare, trollare, youtuber, nabbo, pro, shoppare, bro, sis, sono sconosciute alla maggior parte dei catechisti di oggi. Eppure spesso basta pronunciarle per ottenere la loro attenzione e aprire un varco nel loro cuore! Purtroppo siamo in ritardo, gli stessi sussidi ufficiali per la catechesi risalgono agli anni ’70, niente a che vedere con i libri sui quali studiano oggi i ragazzi fatti di una grafica e di immagini accattivanti ma anche di realtà aumentata o realtà virtuale, visibile semplicemente con lo smartphone. C’è bisogno di un radicale ripensamento della catechesi oggi che non può prescindere da una attenzione costante e puntuale al mondo che circonda gli adolescenti. L’educatore di oggi deve essere come quel padrone di casa di cui ci parla il Vangelo di Matteo, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.

 

Vediamo come muovere i primi passi verso un nuovo modo di fare catechesi oggi, più attento al mondo che gira e ai nuovi linguaggi. Premettiamo che un eventuale uso della tecnologia deve avere un suo senso nell’ora di catechesi: la trasmissione dei contenuti della fede con un linguaggio nuovo! Non deve essere dunque qualcosa di forzato o peggio ancora di giovanilistico per fare colpo sui ragazzi. Solo avendo ben chiaro questo concetto, si può provare a sperimentare i nuovi linguaggi che sicuramente toglieranno quella che i ragazzi sentono come un patina di vecchio nell’ora di catechesi e nel messaggio del Vangelo.

 

Per tutti coloro che volessero cominciare a creare momenti di catechesi più innovativi suggerisco innanzitutto di parlare con i ragazzi per farsi raccontare il loro mondo, i loro neologismi, dove insomma batte il loro cuore. E’ un lavoro che non si può fare una volta sola, ma deve diventare una attitudine dell’educatore, quella dell’ascolto continuo e appassionato. I ragazzi non sono vasi vuoti da riempire, hanno una loro vita, delle loro passioni spesso in continuo mutamento, che l’educatore deve saper accogliere in ogni momento. La “lezione” di catechesi deve poi uniformarsi al modo di apprendere dei ragazzi che oggi non è più solo verbale, ma è fatto di interattività, di autorialità, di continui input/output (provocazioni, domande, attività diversificate anche all’interno di una stessa ora). In questo senso si la tecnologia che i ragazzi hanno a disposizione ci può aiutare. Se la parrocchia ha la possibilità di dotarsi di un pc e di un videoproiettore o una LIM, esistono numerose applicazioni web oppure per smartphone che possono aiutare il catechista e rendere la “lezione” più interattiva. Vediamone qualcuna:

 

–        Mentimeter – permette di creare brainstorming con nuvole di parole che si creano instantaneamente, sondaggi, quiz ecc…

–        Hypersay – con Hypersay si possono creare presentazioni in stile powerpoint, che appariranno sullo smartphone dei ragazzi, i quali potranno interagire con il catechista

–        Padlet – Bacheca interattiva dove lasciare commenti, immagini, messaggi vocali…

–        Kahoot – applicazione per creare quiz interattivi

–        Steller – applicazione che permette di creare storie in stile Instagram

–        Minecraft, Fortnite – applicazioni molto amate dai ragazzi che permettono di creare mondi virtuali

–        Autorap – semplice applicazione che trasforma testi in musica Rap

–        Textingstory – semplice applicazione che simula i dialoghi in stile whatsapp

 

Queste applicazioni funzionano senza nessuna registrazione da parte dei ragazzi e sono quindi ben utilizzabili anche in una sola ora di catechesi. E’ importante però sottolineare che prima di lanciarsi in questa avventura il catechista deve capire bene il funzionamento di queste applicazioni, ma ancor di più deve valutare l’opportunità di inserirle all’interno dell’ora di catechesi magari gradatamente. Ci potrebbe essere il rischio ad esempio di un utilizzo improprio dello smartphone da parte dei ragazzi, che non gioverebbe certo all’immagine della catechesi in parrocchia. E’ bene perciò dosare il loro utilizzo, finalizzarlo ad uno scopo ben preciso e comunque subordinarlo ad un comportamento corretto e responsabile da parte dei ragazzi. Nel momento in cui i nostri ragazzi percepiranno che la tecnologia non è vista come un nemico da parte dell’educatore ma come una opportunità, apprezzeranno anche momenti di “deserto”, di dieta mediale, nel quale l’educatore immerso nel loro mondo e dalla loro parte, potrà far loro assaporare occasioni di disconnessione dei quali sicuramente i ragazzi apprezzeranno i benefici e la novità.

 

Usare Mentimeter per fare Braistorming.

L’applicazione Mentimeter permette di fare brainstorming creando nuvole di tag, sondaggi, bacheche di messaggi, interagendo insomma in tempo reale con il cellulare dei nostri ragazzi. Se vogliamo creare una nuvola di parole che i nostri ragazzi andranno a riempire, colleghiamoci al sito www.mentimeter.com. Clicchiamo in alto a destra su “Get Started” e inseriamo i dati richiesti. Una volta fatto il log in clicchiamo sul pulsante “New presentation” e successivamente diamo un nome alla nostra presentazione. Nella schermata che segue abbiamo diverse opzioni disponibili, nel nostro caso scegliamo “Word cloud”.

A questo punto inseriamo il titolo della nostra nuvola di parole ad esempio “Definisci la Chiesa con una parola”. Per rendere la nostra presentazione interattiva clicchiamo in alto a destra sul pulsante “Present”. Ai nostri ragazzi dobbiamo dare solo il sito al quale collegarsi www.menti.com e il numero che apparirà in alto a destra. Con questi soli dati saranno in grado di interagire con il nostro computer, tablet, smartphone, LIM e inviarci le loro parole. Vedrete che immediatamente si comincerà a formare la nostra nuvola di Tag con le parole più grandi o più piccole a seconda della frequenza di utilizzo da parte dei ragazzi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sant’Agostino: una parrocchia livornese dove convivono realtà giovanili diverse

La parrocchia di S. Agostino ha una caratteristica unica, un dono prezioso rispetto alle altre parrocchie della nostra Diocesi: la presenza di un’associazione parrocchiale di Azione Cattolica numericamente significativa. La presenza dell’AC in questi ultimi 30 anni ha donato alla comunità parrocchiale un bel numero di adulti corresponsabili nella pastorale e tutt’oggi gode della collaborazione e del servizio di un bel gruppo di adulti e giovani. Tra i vari servizi che svolge l’AC è di particolare importanza quello dell’ACR (Azione Cattolica Ragazzi), un percorso formativo per i ragazzi dai 6 ai 14 anni, e quello dei Giovanissimi (15-18 anni). I soci adulti e i giovani si mettono al servizio dei più piccoli per far fare anche a loro esperienza associativa, ovvero per farli crescere in uno stile di collaborazione e corresponsabilità nell’annuncio del Vangelo. Dai primi anni ’90, a livello nazionale, all’AC è stata data la possibilità anche di proporre percorsi di iniziazione cristiana. Ecco che a s. Agostino, grazie alla presenza dell’AC, esiste un percorso di iniziazione cristiana che dalla prima elementare accompagna i ragazzi fino ai 18-20 alla Solenne Professione di Fede! Quest’anno, per la prima volta, un gruppetto di “superstiti” del gruppo Giovanissimi giungerà al termine del percorso: in agosto andremo in pellegrinaggio a Santiago de Compostela e sulla tomba dell’apostolo Giacomo saranno chiamati a dire il loro sì definitivo a Cristo recitando solennemente il Credo.

A fianco della proposta dell’AC si va ricostituendo un percorso di catechesi parrocchiale non associativo e dall’ottobre 2016 in parrocchia è presente anche l’AGESCI con il gruppo Livorno 7, autorizzato dal Vescovo a proporre un cammino di iniziazione cristiana con un progetto proprio che si conclude con la famosa Partenza. Per i genitori c’è così la possibilità di scelta tra tre percorsi formativi diversi, ma tutti di iniziazione cristiana, ovvero con l’obiettivo comune di accompagnare il ragazzo verso i 18-20 anni a prendere la decisione di essere cristiano.

Quest’ultimo punto è un nodo cruciale e non possiamo nascondere la difficoltà che anche a s. Agostino si ha nel far comprendere ai ragazzi, ma soprattutto ai genitori, che il catechismo non “serve” per prepararsi alla Comunione e alla Cresima. Questo è un retaggio del Concilio di Trento e così andava bene fino a 50 anni fa: il catechismo, come lo intendiamo comunemente, nasce davvero come un periodo breve in cui qualcuno, di solito il parroco che aveva una certa preparazione teologica, preparava i ragazzi alla Comunione e alla Cresima, ma si inseriva all’interno di un’educazione cristiana solida che si riceveva in famiglia ed era sostenuto da una società cristiana. Oggi non è più così! Si rende necessario un percorso integrale di educazione alla vita cristiana, alla vita di preghiera, alla carità, senza certamente dimenticare l’aspetto dottrinale. Perché questo si realizzi è necessario dunque un tempo più lungo, durante il quale non solo essere costanti al catechismo, ma anche e soprattutto acquisire la “buona abitudine” di non mancare mai alla Messa domenicale ed essere educati a vivere la carità. Nel percorso rivestono un ruolo fondamentale i campi estivi ed invernali, momenti nei quali si può sperimentare la bellezza del vivere insieme nell’amicizia del Signore Gesù, si possono fare esperienze forti, si possono creare relazioni e si può maturare così un senso di appartenenza al gruppo, prima, e alla comunità parrocchiale, poi.

Non è facile rompere questo legame catechismo-sacramenti e far comprendere che i sacramenti sono solo delle tappe del percorso. A s. Agostino ci stiamo provando, con qualche difficoltà, ma anche con qualche frutto. Nel rispetto delle indicazioni del Vescovo, che prevedono almeno 4 anni di catechismo prima della Comunione e 6 prima della Cresima con tutta una serie di requisiti, e d’accordo col Vescovo, già da qualche anno non celebriamo un’unica Messa di Prima Comunione a maggio tutti insieme! Non si riceve più la Comunione ad una certa età! Ogni ragazzo ha il suo percorso personale e il suo tempo per le tappe sacramentali. Questa sperimentazione è favorita e sta dando frutti in particolare nell’ACR, perché il percorso prevede una suddivisione dei ragazzi in fasce (6-8; 9-11; 12-14) e non in classi, spesso troppo simili alle classi scolastiche. All’inizio dell’anno vengono presentate ai genitori alcune date (un paio in autunno, un paio in inverno e una in primavera). I genitori dei ragazzi che stanno frequentando il 4° anno di catechismo (non importa l’età, dipende da quando si è cominciato!) in un rapporto di confronto col parroco e con gli educatori decidono quando è arrivato il momento e chiedono di fare la Comunione in una determinata data. Quando abbiamo cominciato molti si sono quasi scandalizzati: “Cosa c’entra la Comunione a dicembre!”. Perché tanta meraviglia? La Comunione non si fa tutte le domeniche? Tale sperimentazione rende anche la celebrazione della Prima Comunione, che è un evento straordinario, al tempo stesso ordinaria: i ragazzi sono un piccolo gruppetto e non c’è la folla dei parenti, la comunità parrocchiale non viene avvisata (altrimenti i fedeli vanno ad altre Messe per evitare la confusione) e la celebrazione è davvero vissuta come un qualcosa di ordinario, non che si fa una volta sola nella vita, ma che si comincia a fare oggi e ci si augura di farlo per tutta la vita!

Quest’anno stiamo provando una sperimentazione simile anche con la tappa della Cresima. Il Vescovo Simone si è reso disponibile a venire due volte l’anno ad amministrare questo sacramento. Così, tra i ragazzi del gruppo 12-14 dell’ACR, con lo stesso spirito di collaborazione coi genitori, si cerca di capire per chi è arrivato il momento di celebrare questa tappa. Per la Cresima si richiede che sia assodata la partecipazione alla Messa domenicale e che ci si impegni a svolgere un piccolo servizio nella comunità parrocchiale.

Non è semplice la via che stiamo sperimentando, ma penso che il Signore ci stia guidando e sostenendo col suo Spirito in questa direzione. I frutti non mancano. Non mancano anche delle difficoltà, ma ci proponiamo di verificare continuamente il cammino intrapreso e di riuscire a comprendere come migliorare il tutto per riuscire davvero a generare cristiani!

Don Valerio Barbieri

Dalla parrocchia al paese, le idee ispirano e le persone creano

10338481_1496362810582_opt*di Francesca Anedda*
L’Associazione il Miglio inizia la propria avventura ufficialmente nel 2003. A differenza di tante realtà, il Miglio prese forma perché già c’era una cultura, c’erano le persone e la volontà di stare insieme e lavorare per un beme
più grande, la condivisione e l’amicizia. Dare un nome a tutto è stata una tappa di un percorso che aveva iniziato a delinearsi anni prima. Le idee ispirano, come dice il titolo. E l’idea giusta vent’anni fa circa, l’ebbe il nostro parroco,
oggi vescovo, Don Simone Giusti. Dai giovani dovevano germogliare le idee, a loro doveva essere affidata l’iniziativa. Furono scelti giovani animatori a cui affidare le decine di ragazzi che frequentavano la parrocchia. Giovani
che insegnavano ai più giovani. L’intuizione di ridurre le distanze tra gli animatori e gli animati con lo scopo di dare forza alle iniziative, dare quella necessaria coesione che avrebbe poi generato il primo gruppo musicale “Non
Volendo”. Ad oggi si può dire che l’importanza di quel gruppo non era su come suonava o quanti erano a farlo. La loro vera forza risiedeva nel come lo facevano. La canonica era diventata la loro officina, dava un senso di condivisione a tutti coloro che la frequentavano, un senso derivato certamente da quegli insegnamenti, da quel modo di vivere che tutti avevano scelto di impegnare al servizio degli altri. Era la prima importante affermazione
che dentro ad ambienti religiosi potesse nascere qualcosa di estremamente rock.
Nacque presto la consapevolezza che l’officina di idee potesse e dovesse abbracciare anche chi la musica non la sentiva tra le proprie corde. Fu così che da quei ragazzi un tempo animati e poi animatori nacque l’idea del gruppo teatrale. Iniziando dalle rappresentazioni sacre come la Via Crucis fino a spettacoli per le feste del paese, il gruppo

Dal canto al teatro
Dal canto
al teatro

teatrale vide l’avvicinamento di oltre 50 giovani del paese. Fu poi Don Simone, nel 2003 a farci capire che avevamo tutto, proprio tutto, fatto salvo di un nome. Nacque così il Miglio!
Da quel giorno l’Associazione ha sempre portato avanti, nel paese e fuori, iniziative teatrali e musicali. Musical con la partecipazione di 40 persone minimo, contest musicali e molto altro hanno fatto del Miglio il centro teatrale di Cascine. Dal “Fantasma dell’Opera” alla “Bella e la Bestia”, da “Hercules” a “Moulin Rouge”, spettacoli che hanno portato in scena emozioni forti e fuori scena hanno dato vita a quel gruppo che negli anni ha raggiunto anche 80 persone. Dal Miglio è nato il Festival Musicale, un weekend di musica con artisti da tutta Italia.

Il Miglio gestisce oggi, insieme ad altre realtà, il Teatro Vittoria e realizza spettacoli professionali con l’obiettivo di divertire e divertirsi, non dimenticando mai quel principio di condivisione che la nostra stessa storia ci ricorda,
ogni volta che sfogliamo i nostri spettacoli. Siamo un esempio e siamo orgogliosi di esserlo, di come si può costruire nuove realtà partendo dall’idea che la parrocchia guida ed ispira quelle idee basate sul principio fondamentale che fare e condividere sono due cose distinte oppure sono un’unica realtà che oggi, a Cascine, si chiama Miglio.

TUTTI PER UNO E UNO PER TUTTI
Alla base la parrocchia, la comunità su di essa si costruisce un’idea che piano piano diventa una cosa grande. Questa è un’esperienza vera! Fatta da gente vera, da persone che dal nulla hanno creato qualcosa di bello, credendoci!

Qualcosa di veramente "rock"
Qualcosa di veramente “rock”

La lettura sociologica di quest’esperienza:  LE IDEE GIOVANI
*di Maria Chiara Michelini*
La ragione pedagogica del successo de Il miglio è, a mio modo di vedere, riconducibile al suo mettere al centro i giovani e le loro idee. Questa scelta, che sarebbe potuta apparire scontata venti o trenta anni fa, cioè prima che
questi giovani nascessero, oggi si mostra nel suo essere avanguardista, nel nostro gergo, potremmo dire, profetica. Se in passato la Chiesa ha rischiato, a volte, forme di vero e proprio giovanilismo, nelle priorità, nelle forme, nei linguaggi, oggi la situazione presenta tutt’altre caratteristiche che rendono ancora più visibile il valore dell’intuizione de Il miglio. La tensione complessiva della pastorale ecclesiale reale, infatti, oggi appare attenuata nella direzione del mondo giovanile, non di rado lamentosa e pessimista. Di “questi giovani” si tende a sottolineare il profilo critico (sono sempre su Fb, non sanno più parlare e interagire, non si riesce più ad interessarli a nulla, etc.), quasi rinunciando a evidenziarne il potenziale positivo e, quindi, venendo meno all’esercizio del proprium educativo,
nel senso etimologico del termine (e-ducere). Si rinuncia, cioè, a credere nei giovani, in nome dei loro limiti e dei profili di modernità che non sempre riusciamo a capire. Gli effetti negativi di questa tendenza sono visibili nell’invecchiamento della nostra Chiesa (pensate alle celebrazioni liturgiche), ma, potrebbero esserlo molto di più in
futuro, quando gli effetti a lungo periodo di questo disinvestimento diventeranno più evidenti, e irreversibili.

Il miglio, al contrario scommette sui giovani, crede in loro, affida loro l’iniziativa. Non si occupa di organizzare attività o eventi per i giovani, ma crea uno spazio per idee, attività, eventi pensati e organizzati dai giovani.
Ciò implica un riposizionamento educatore/educando, «l’intuizione di ridurre le distanze tra gli animatori e gli animati con lo scopo di dare forza alle iniziative, dare quella necessaria coesione che avrebbe poi generato il
primo gruppo musicale Non Volendo», si dice. In altri termini, si sperimenta un diverso modello educativo, non più prevalentemente trasmissivo, ma centrato sull’educando, messo in condizioni di esprimersi, proporre, inventare,

Una scommessa vinta
Una scommessa vinta

provare, sbagliare….Ciò consente ai valori di raggiungere la vita dei ragazzi, attraverso proposte che nascono
da loro, dal loro vissuto, dalle loro idee, dal loro sentire, proposte sulle quali gli educatori possono incidere nella direzione della passione evangelica che li anima. Questo trasforma la canonica in officina delle loro idee,
restituendole la sua vocazione ad essere casa di tutti. La musica rock, Il teatro, con la predilezione di opere estremamente contemporanee, sono la veste di quelle idee e di quella scelta. Non sono la scelta. La scelta sono I giovani e le loro idee. L’intuizione educative non è il teatro o la musica, ma il protagonismo dei giovani, la fiducia
nelle loro proposte, la chance di opzione loro offerta. In questo la proposta de il miglio si offre a noi come esempio educativo fecondo, attuale, innovativo, Inesorabilmente il fuoco della proposta si allarga, oltrepassa I confini della sacrestia, per estendersi al paese, al territorio, con le sue cattedrali (come il teatro) e la sua vita. Come dire che
I giovani, percepiti come lontani dalla politica, disinteressati alla loro terra e alla loro città, se messi in condizioni di pensare e creare, fanno politica, quella alta, capace di trasformare la città. E di cambiare il volto (e non solo) della Chiesa. Penso davvero ci sia di che trarre ispirazione da questa esperienza, lasciando che la frizzante aria di cui I giovani sono espressione circoli e si espanda. Chissà che anche attraverso essa lo Spirito soffi.

Gli sconosciuti di Facebook

Su internet  è sempre una sorpresa  nel bene e nel male
Su internet
è sempre una sorpresa
nel bene e nel male

*don Mario Simula*
Non so chi siano. Che faccia abbiano. Come si vestano e cosa mangino a merenda.
I nomi poi! Ne ho catturato qualcuno per caso. Ma non so a chi di essi corrispondano.
Tutto è nato da un altro anonimo (o anonima?), che leggendo le mie paginette quotidiane sul sito si è chiesto: “Perché le devo tenere soltanto per me? Quasi quasi provo a “postarle”. Con tutti i rischi. Quando si posta puoi avere in risposta parole bellissime e parolacce ricercatissime. Tutto poteva capitare.

Primo miracolo: gli interlocutori, che poi ho capito essere ragazzi adolescenti, non solo non usano parole “fiorite”, ma si impegnano a non usarle per tutta la quaresima. Mai capitato nella loro vita, una volta compiuti gli otto anni.
Era l’inizio della quaresima. Se di quel tempo avevano dimenticato tutto, non era passata dalla loro memoria la voglia di impegnarsi in qualcosa: “Non useremo parolacce”.
Secondo miracolo: non hanno difficoltà ad avere come interfaccia un prete. Un segreto: Donnnnnnnnnnnnnnnnnnn! PREDICHEeeeeeeeeeeeeeeeeeee! NOoooooooooooooooo!.
Si può arrivare al cuore dei ragazzi anche di quelli lontani senza fare prediche. Raccontando, incoraggiando la vita ad essere vita, non cadendo sempre sulla buccia di banana della paura.
Terzo miracolo: “Stiamo imparando a conoscere il Vangelo e il nostro “amichissimo Gesù”.
Non sapevamo che esistessero certe pagine del Vangelo, alcuni racconti. Nessuno ce ne aveva parlato. E poi, quando ce ne parlava la suora al catechismo: che “palle”.
Stiamo capendo che Dio è nostro amico, ci vuole bene e non è sempre pronto a spingerci nell’inferno.
Quarto miracolo: caro donnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnn, la sai una cosa. Da quando i nostri genitori ci hanno visto con le cuffie alle orecchie anche di notte, si sono incuriositi. Carla ha visto che la mamma, di nascosto “ficchettava” tre le cose della figlia. Stava anche lei ascoltando le storie, il Vangelo.
Qualche giorno fa è avvenuto l’impensabile. Ci siamo trovati io papà e mamma, seduti sullo stesso divano, mentre ascoltavamo insieme quella storia che il papà aveva raccontato al figlio. Mio padre è rimasto meravigliato: “Scusami se io non l’ho mai fatto con te”. Io ho visto una lacrima scendergli lungo il viso”. Ehi! Don, sei “togo”.
Quinto miracolo: i genitori sono felici che qualcuno parli ai loro figli e li aiuti a crescere. Intanto dal padre e dalla madre non accettano nulla.
Spigolature varie
Si parla di un fatto increscioso avvenuto in classe. Tutti hanno visto il maltrattamento riservato ad una ragazza con difficoltà, ma nessuno è intervenuto.
Ecco l’intervento alla lettera da parte di un ragazzo: “Allora nessuno dice avete paura????? Anche io sono stato di quelli che ho detto non ho visto e non ho sentito ma don amico che posti parlo con voi visto che i miei amici se la stanno facendo sotto perché leggono anche i nostri genitori. Le cose sono tutte vere, hanno abbassato i pantaloni tutti abbiamo visto chi ha deriso, approfitta solo perché è ritardata perché è malata perché non si sa difendere tutti abbiamo riso e la prof se l’ha presa con lei che doveva andare a dirlo alla prof. Stronza se avesse capito ciò che

FACEBOOK NON È IL DIAVOLO I social network possono diventare uno strumento per comunicare, ma vanno usati con saggezza. A volte possono essere un valido alleato per arrivare a chi è più “lontano”, altre per far sentire la propria voce a chi è solo o disorientato e invece ha bisogno di una guida
FACEBOOK NON È IL DIAVOLO
I social network possono diventare uno strumento per comunicare, ma vanno usati con saggezza. A volte possono essere un valido alleato per arrivare a chi è più “lontano”, altre per far sentire la propria voce a chi è solo o disorientato e invece ha bisogno di una guida

succedeva si sarebbe difesa. Invece la prof di sostegno a fare salotto. Facciamo schifo. Sara ha pianto anche se malata si è sentita umiliata e noi qui a leggere. Don siamo, io compreso, tutti codardi. Semplice scrivere don è vero hai ragione e poi … adulti neanche voi intervenite vero??? Anche voi sapete ma meglio tenere bocca chiusa. Don bravo complimenti per chi non capisce, hai messo anche le emoctions”.
Potrei dire infinite altre esperienze emerse. Mi riservo di farlo con cura.

Di una cosa mi sono convinto.
• Facebook non è il diavolo
• Deve essere proibito a chi lo trasforma in tempo da perdere a vuoto
• Deve essere proibito ai preti attaccabrighe e ficcanaso, e a quelli che lo utilizzano anche nei tempi morti delle concelebrazioni quando si distribuisce la comunione
• Deve essere interdetto a chi lavora in ufficio e dimentica di sbrigare le pratiche facendo aspettare la gente
• Deve essere assolutamente vietato a chi soffre di allergia congenita alla comunicazione diretta per paura di vedere l’espressione del viso di chi gli sta di fronte, di sentire il tono della sua voce e il significato dei silenzi, pieni di gesti.

Qualche volta può diventare un alleato imprevisto attraverso il quale molti XXXXXX diventano AMICI senza avergli chiesto l’amicizia.

La frase: “dipende dall’uso che se ne fa”
La frase: “dipende dall’uso che se ne fa”

L’ALTRA FACCIA DI FACEBOOK
di Maria-Chiara Michelini
Finalmente si entra nel gotha dei social, nel cuore delle relazioni della rete, nella bolla comunicativa del tempo presente, nel mito dell’apparire che coincide perfettamente con l’esserci: Facebook. E finalmente, qualcuno di parte ecclesiale, si prova a dire: facebook non è il diavolo, con facebook si possono fare miracoli, ci sono limiti che possono essere superati per l’annuncio della buona Novella.
Chiarirò immediatamente, a scanso di equivoci, che sono tra quelli che condividono le convinzioni con cui si chiude il contributo di Don Mario Simula. Ma sono anche persuasa che attualmente il social si presti troppo e venga ancora prevalentemente utilizzato da chi lo trasforma in tempo da perdere a vuoto, dai preti attaccabrighe e ficcanaso, e da quelli che lo utilizzano anche nei tempi morti delle concelebrazioni quando si distribuisce la comunione, da chi lavora in ufficio e dimentica di sbrigare le pratiche facendo aspettare la gente, da chi soffre di allergia congenita alla comunicazione diretta per paura di vedere l’espressione del viso di chi gli sta di fronte, di sentire il tono della sua voce e il significato dei silenzi, pieni di gesti. Conseguentemente ho ancora l’atteggiamento di chi vede una montagna di spazzatura da smuovere per rintracciare, sotto “la perla” nascosta. L’impresa mi appare davvero titanica e chi lodevolmente si avventura in essa, sostenuto dalla convinzione del tanto potenziale insito, dovrebbe avere questa chiarezza, evitando ingenuità e scivoloni.
Fatta questa precisazione che ritengo doverosa, vediamo perché credo che “finalmente” parliamo di facebook.
Finalmente parliamo in chiave attuale del rapporto mezzi/fini e della loro separazione/unione. Nel linguaggio comune questo tema è sintetizzato dall’espressione “dipende dall’uso che se ne fa”. Vero. Fino a un certo punto. Ma andiamo per gradi.

social, che fare?
social, che fare?

La separazione dei fini dai mezzi (e viceversa) è un problema serio e il nostro tempo dovrà fare i conti con questa scelta che ha fatto storicamente. Come si può pensare, ad esempio, di perseguire la pace, investendo risorse, energie, ricchezze dei popoli su mezzi bellicosi? La separazione, in questo caso, è riferibile alla distanza ontologica ineliminabile tra i mezzi (nocivi, letali, aggressivi) e il fine (pace, armonia, benessere, condivisione…). Questa separazione, viceversa, comporta un disallineamento degli uni rispetto agli altri e, soprattutto, un processo di vorace fagogitazione degli uni (i mezzi) sugli altri (i fini). I mezzi, con la loro rassicurante concretezza, tendono a catalizzare ogni energia, mentre i fini, con la loro spiritualità, tendono alla trasparenza e alla volatilità. Tanto da diventare essi stessi padroni del loro destino, fissando e determinando i fini stessi. Così se il focus diventa il possesso del telefonino di ultima generazione, esso da mezzo diventa scopo del mio agire (per il possesso, per la sua conoscenza, per l’utilizzo), ma, ancor di più esso stabilirà gli scopi dell’uso: funzioni, tempi, modalità….Così, attraverso il mezzo, abbiamo stabilito fini comunicativi, ad esempio, che non avremmo immaginato (ad esempio: contatto in tempo reale con una chat su wa con persone mai viste e conosciute, ma accomunate da un interesse comune (uno sport, un cibo, un evento…).
Facebook, in questo senso, rappresenta un iperbolico esempio: la potenza del mezzo veicola fini (a volte aberranti, come il maltrattamento della ragazza con difficoltà), li rende possibili e per ciò stesso, attribuisce loro un potere di esistere che schiaccia e ammutolisce.
E arriviamo, finalmente, al tentativo di cui si parla ne Gli sconosciuti di facebook. Si tratta di un’esperienza che cerca proprio di valorizzare il potenziale del mezzo, coniugandolo con i fini dell’annuncio evangelico e dei valori intrinseci. Ci si stupisce addirittura che funzioni (l’elenco dei miracoli è indicativo, in tal senso) e che crei alleati. I grandi educatori del ‘900, compresi quelli del mondo cattolico, sono stati spesso intelligenti interpreti del potenziale dei mezzi nuovi del loro tempo (un esempio per tutti: l’uso didattico del giornale nella scuola di Barbiana di don Milani). È bene condurre esperienze di questo genere che cerchino di riconciliare la potenza di facebook, con i fini dell’evangelizzazione. Si tratta di un mezzo, potente, pervasivo, che può funzionare.
Certo occorre sapienza. Che non è il sapere dell’uso di facebook, il suo tecnicismo, pur inevitabilmente necessario. Occorre la saggezza del sapere critico, della vigilanza costante sui continui rischio di scivolamenti, di subordinazioni culturali, delle fascinazioni ingannevole dell’apparire. Davide, contro (o con) il gigante Golia. Chi pensasse ancora di “farsi grande” perché capace di stare su facebook e di avere molti “mi piace”, non farebbe che alimentare la voracità del mezzo senza aggiungere nulla alla storia della salvezza. Ma Davide può vincere.

TAU: quando la musica è strada di fede

tau_fmt*di Giulia Sarti* Bastano tre lettere per darsi uno stile di vita. Nella diocesi di Livorno la T, la A e la U, sono quelle scelte da ventisei ragazzi tra i 20 e i 30 anni di diverse parrocchie che attraverso la musica provano a raggiungere anche quei giovani più lontani dalla realtà ecclesiale.
Nato col nome “Rockettari di Cristo” nel 2011, oggi il gruppo dei TAU è conosciuto un po’ da tutti in diocesi. Era stata la GMG di Madrid a metterli insieme, spontaneamente senza decisioni a tavolino. Quel nome li ha accompagnati fino al 2014, anni durante i quali hanno animato diverse celebrazioni e feste diocesane.
Poi l’entusiasmo di papa Francesco, il suo amore verso i giovani, ha coinvolto anche loro tanto da portarli a un rinnovamento personale e come gruppo, un cambiamento di consapevolezza e priorità, raccontano. E, come scrivono sulla loro pagina Facebook, per rendere ancora più marcata l’adesione al Vangelo, hanno deciso di affidarsi a un simbolo tanto caro al Santo a cui anche il Papa si era voluto ispirare, che ricordasse l’impegno di vita nella sequela di Cristo.

un simbolo, un'idea
un simbolo, un’idea
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Concerti e spettacoli per cercare Dio e raccontarlo agli altri

Il TAU dicono, era anche stato il simbolo che il Vescovo della diocesi livornese, Simone Giusti, aveva regalato loro a uno dei primi concerti. Da lui e da alcuni diaconi e sacerdoti il gruppo in questi anni si è sempre sentito sostenuto e incoraggiato.
Coro a quattro voci, tastiera, chitarra elettrica e acustica, batteria e percussioni hanno dato vita al loro spettacolo d’esordio, “Dottore che sintomi ha la felicità”, scritto dopo uno scambio di testimonianze tra i membri del gruppo che avevano vissuto esperienze di diverso tipo, chi con il volontariato in Africa, chi con l’estate insieme a Libera, chi con momenti forti vissuti in ambienti di varia spiritualità.
Due le canzoni scritte e musicate al termine di questo percorso, tante le letture scelte che aiutassero il pubblico a una personale riflessione sulle Beatitudini e la propria ricerca della felicità. Un genere particolare di serata, un concerto-spettacolo in preghiera. Un mix di musica, canto, ballo e recitazione, nel quale ogni membro trovasse il suo spazio, impegnato in quello che sa fare meglio.
Un modo “giovane” per cercare di trasmettere un messaggio che accomuna tutti i ragazzi della loro età, spiegano.

TROVIAMO LA NOSTRA CHIAVE Coro a quattro voci, tastiera, chitarra elettrica e acustica, batteria e percussioni: mix di musica, canto, ballo e recitazione, nel quale ogni membro trova il suo spazio. I Tau diventano testimoni del Vangelo con la musica, i loro spettacoli si fanno coinvolgenti, raggiungono il cuore dei coetanei e dei più adulti e, con il loro linguaggio, arrivano anche i più lontani.
TROVIAMO LA NOSTRA CHIAVE
Coro a quattro voci, tastiera, chitarra elettrica e acustica, batteria e percussioni: mix di musica, canto, ballo e recitazione, nel quale ogni membro trova il suo spazio.
I Tau diventano testimoni del Vangelo con la musica, i loro spettacoli si fanno coinvolgenti, raggiungono il cuore dei coetanei e dei più adulti e, con il loro linguaggio, arrivano anche i più lontani.

A distanza di poco più di un anno per loro è poi arrivato il momento di un nuovo spettacolo, replicato in questi mesi in diverse parrocchie cittadine. “Trova la tua chiave” è pensato per riflettere sulla ricerca di Dio nella propria vita, attraverso quattro tappe a simboleggiare il cammino che ogni cristiano compie nel suo rapporto con Dio. “Ama e dillo con la vita”, un nuovo inedito in questo secondo lavoro interamente pensato e prodotto dal gruppo, con canti e letture scritte sulla base di testi biblici ed omelie di Papi accompagnate da brani del Vangelo, il tutto legato insieme da alcuni momenti di recitazione per “leggere” in modo diverso il disegno di Dio su ciascuno.

Ma i TAU non sono solo testimoni del Vangelo con la musica, le offerte raccolte durante tanti dei loro spettacoli sono servite per contribuire a diverse opere di solidarietà, oltre che per il proprio autofinanziamento.
Passo dopo passo il gruppo dei TAU cerca di farsi strada tra i giovani soprattutto i più lontani…che possa un giorno incidere un CD inedito come ha suggerito il loro Vescovo?

 

 

LEZIONI DI BEL CANTO
di Maria-Chiara Michelini

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La musica da sempre è un linguaggio di grande potenza

Leggendo l’esperienza dei TAU e guardando le loro foto, coloratissime e festose si pensa istintivamente: “Bello!”.

Bello il senso di quest’esperienza, bello l’impatto visivo, bella la storia, bello il percorso riflessivo, bello il messaggio, gli obiettivi e le modalità, belli i temi e le circolarità virtuose create attorno al nucleo centrale della proposta, bella la contaminazione di linguaggi. Bello.

Davanti alla bellezza di una proposta si genera un senso di grata evidenza e la liberatoria sensazione che, di una cosa del genere, ce ne fosse bisogno. La musica da sempre è un linguaggio di grande potenza e fascino. Per i giovani si aggiunge una cifra generazionale positiva, con valenza identitaria, carica di significati. L’idea di valorizzare questo canale privilegiato dalle giovani generazioni per esprimere e comunicare con loro i valori del vangelo, è sicuramente un’idea vincente. Riemerge, insomma, il tema delle forme del dialogo con i giovani, soprattutto quelli più lontani dalla realtà ecclesiale. Le forme rappresentano, certamente un primo passo nella direzione della comprensione, intesa come farsi prossimo, andando verso le esigenze e i linguaggi delle persone che conosciamo poco. Come abbiamo già avuto modo di dire per altre esperienze, questo primo passo non è però sufficiente. Neppure per spiegare il “successo” dei TAU. Non si tratta solo di confezionare un bel prodotto, appetibile e piacevole per raggiungere e coinvolgere i giovani “lontani”. Credo che i TAU lo abbiano capito e che, in ogni caso, siano impegnati in questa direzione.

A Torino una performance musicale di successo
Esprimersi, emozionarsi, contare: nuove forme di evangelizzazione

Torino_opt*di don Domenico Cravero*
Il fatto
La commissione-giovani di un’unità pastorale di una grande città alla periferia di Torino prende atto del distacco dei giovani dalla chiesa e decide di rilanciare la pastorale giovanile. Vuole fare qualcosa per interessare e convocare giovani e adolescenti. Pensa e un evento cittadino. Gradualmente si orienta a una performance musicale. Dopo una prima sperimentazione in oratorio e un percorso formativo di un anno di un gruppo di giovani e di adulti, la performance (“una discoteca comunicativa”) debutta in città, in un ampio padiglione riservato alle manifestazioni musicali.Un successo: aderiscono più di 600 giovani, la notte del 3 giugno 2016. Domandiamoci: come mai questa risposta così massiccia a una iniziativa della PG?
Il progetto e la realizzazione
La nuova cultura della comunicazione e l’espandersi straordinario del web sono il fatto caratteristico dell’epoca attuale. Questa nuova condizione esige non solo un aggiornamento e un riassetto superficiale delle metodologie ma un cambiamento di priorità e di paradigma nell’animazione giovanile. I percorsi educativi rivolti agli adolescenti devono raccogliere la sfida delle nuove possibilità di mobilitazione. I mondi virtuali non sono necessariamente alternativi alle performance reali, possono invece entrare in una sinergia virtuosa. L’intervento educativo deve ripartire da dove più è difficile: i ragazzi che “non vengono”, quelli che non pongono esplicite domande educative. Le comunità parrocchiali possono così compiere scelte missionarie e darsi nuovi strumenti di comunicazione “in Torino_Piazza_San_Carl_optuscita”. Andare là dove stanno i giovani ed essere portatori di speranza, calarsi nel loro vuoto di senso per individuare e stimolare, poi, le loro risorse e creatività. L’impegno richiesto dall’aggiornamento dei linguaggi e degli strumenti metodologici è sicuramente faticoso ma è ripagato dalla possibilità di entrare in relazione con masse di adolescenti e giovani secondo linguaggi di sicuro effetto.
La sfida è stata raccolta più dall’industria del divertimento che dalle agenzie educative.
La”festa di massa”, soprattutto nei grandi eventi del divertimento notturno, è stata organizzata secondo precisi copioni che comprendono almeno quattro fasi che si susseguono e s’intrecciano: l’identificazione, l’eccitazione, la catarsi e la risoluzione. Ognuno dei quattro tempi è vissuto secondo le caratteristiche specifiche di ogni locale e di ogni serata, e sono resi possibili dall’uso imponente delle tecnologie, architettoniche ed elettroniche, senza dimenticare l’apporto di professionalità del tutto nuove.
L’identificazione è particolarmente curata in senso selettivo (le regole del locale, la selezione all’ingresso) e mediatico (l’uso e l’abuso dell’effettistica elettronica).
L’eccitazione definisce lo stile con cui la massa di festa raggiunge l’unisono, fino alla fusione. La mente ne è travolta in un’euforia che il gergo chiama “sballo”. L’intensa esperienza emotiva trova il suo culmine nel punto della notte che il dj ha scelto come meta del lungo ed estenuante viaggio: la catarsi e la risoluzione, l’eccitazione emozionale che raggiunge il suo apice e si risolve poi nel rilassamento della passione indotto mediaticamente.
L’effetto performativo del viaggio della discoteca è affidato alla trama di un’epopea, raccontata e mimata da d.j. e vocalist, composta secondo i criteri del linguaggio virtuale. Essa allude a gesta e imprese dove l’eccitazione è condotta verso un’esperienza sempre più intensa che non è eccessivo chiamare di tipo simul-orgiastico, visti i continui riferimenti sessuali nel linguaggio del d.j. e nella scenografia (cubiste, proiezioni, immagini).

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L’idea: ricreare una discoteca per rilanciare la pastorale giovanile

La pastorale giovanile
Oggi non ci sono più riti d’iniziazione ma solo più eventi commerciali.
La festa dell’adolescenza, la celebrazione dell’ingresso nella vita adulta, possono diventare nuovi spazi educativi, ambiti dove sperimentare scoperte audaci, costruire ideali nuovi, maturare scelte coraggiose, per rispondere in modi autentici alle domande più profonde. Il debutto sociale degli adolescenti è un evento da programmare e da preparare con cura. Costituisce un’occasione concreta con cui gli adulti (genitori, insegnanti, educatori) danno un contributo e rendono una testimonianza per la realizzazione di una società più capace di credere e investire sul suo futuro. La performance della discoteca può essere organizzata in termini diversi e anche opposti e diventare un evento aggregativo, comunicativo e artistico in grado di fungere come rito di iniziazione. L’identificazione può essere resa aperta e non selettiva, centrata sullo stile dell’accoglienza e della comunicazione e il divertimento essere inteso in senso attivo e partecipativo. La massa di festa può rendere i giovani protagonisti nella creazione di un tempo di loisir vissuto anche come occasione in cui si valorizzare una pluralità di talenti. L’epopea, soprattutto, può consistere nel racconto simbolico della vita reale (il “dramma” sociale sopra accennato) attraverso i linguaggi artistici. L’intensa partecipazione emozionale della catarsi può essere mediata e sorretta dal ruolo attivo dell’animazione e della libera espressione di sé. Il popolo della notte può essere trasformato in una “massa di festa”, unita e identificata non nella simulazione di un’epopea astratta e virtuale, non nel racconto di un’impresa mitica ed eroica che dj e vocalist costruiscono artificialmente, quasi come surrogato di un bisogno di trascendenza consumistica. Si può invece creare un evento collettivo di grande portata, in un laboratorio del racconto di sé, delle paure e delle conquiste, delle contraddizioni e dei sogni, come denuncia e dissenso ma anche immaginazione e speranza. Le performance estetiche, i loro linguaggi e la loro musica possono diventare un laboratorio in cui gli adolescenti si raccontano, parlano delle paure e delle conquiste, delle contraddizioni e dei sogni, denunciano, esprimono dissenso e consenso e possono farlo di fronte agli adulti.

L'idea parte da un gruppo promotore composto di giovani animatori, rappresentanti degli adolescenti e dei giovani; si propongono dei laboratori di formazione sui linguaggi performativi; si discute la forma estetica da dare all'evento (Pratica educativa? Azione sociale? Forma di evangelizzazione?). Si decide poi un soggetto, una storia da presentare e attorno ad esso lavorano le equipe dei dj, dei vocalist e dell'animazione. Ci sarà  dunque un programma di animazione con la scelta di tecnologie ed effetti. Gli adulti saranno chiamati a garantire la gestione della sicurezza ed il recupero delle risorse economiche, ma il resto lo fanno i giovani.
L’idea parte da un gruppo promotore composto di giovani animatori, rappresentanti degli adolescenti e dei giovani; si propongono dei laboratori di formazione sui linguaggi performativi; si discute la forma estetica da dare all’evento (Pratica educativa? Azione sociale? Forma di evangelizzazione?). Si decide poi un soggetto, una storia da presentare e attorno ad esso lavorano le equipe dei dj, dei vocalist e dell’animazione. Ci sarà  dunque un programma di animazione con la scelta di tecnologie ed effetti. Gli adulti saranno chiamati a garantire la gestione della sicurezza ed il recupero delle risorse economiche, ma il resto lo fanno i giovani.

Il percorso per una “discoteca performativa”
Per realizzare un evento aggregativo non sono necessari adulti competenti nelle performance giovanili. Basta l’estro giovanile e l’inesauribile ventaglio di soluzioni originali che prontamente individuano (sacerdoti, suore, genitori sono importanti nel loro ruolo proprio). È utile invece di individuare una metodologia d’intervento e una strategia operativa efficace. Indico sinteticamente i passi compiuti nell’evento sopra indicato.
Si è costituito innanzitutto un gruppo promotore composto di giovani animatori, rappresentanti degli adolescenti e dei giovani dei diversi oratori dell’unità pastorale, di educatori adulti e di rappresentanti dei genitori. Sono stati poi proposti dei laboratori di formazione sui linguaggi performativi. Si è successivamente discussa la “forma estetica” da dare all’evento (pratica educativa? azione sociale? forma di evangelizzazione?). Si è deciso di raccontare un “dramma”: l’attesa di futuro dei giovani di oggi, usando la metafora del viaggio travagliato degli immigrati che salvandosi dalla sciagura approdano sulle nostre coste. Attorno a questo soggetto artistico hanno lavorato le equipe dei dj, dei vocalist e dell’animazione. Si è così costruito il programma musicale e il “piano animazione”, con la scelta oculata delle tecnologie comunicative e dell’effettistica. Gli adulti sono stati coinvolti soprattutto per garantire il consenso delle comunità, la gestione della sicurezza e il reperimento delle risorse economiche

 

La discoteca comunicativa:  coraggio, innovazione, partecipazione. Altro che sballo!
*di Maria Chiara Michelini*

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Siamo di fronte ad un’esperienza certamente coraggiosa

L’esperienza raccontata da Domenico Cravero propone profili innovativi per la pastorale giovanile ed esige, necessariamente, un approccio critico-problematico ai temi e alle soluzioni proposte. Questa è la prima chiave di lettura di interesse pedagogico: affrontare questioni complesse come quelle del distacco dei giovani dalla Chiesa, richiede di abbandonare certezze consolidate, in favore del dubbio, dell’interrogarsi pensoso e critico su cause e soluzioni. Non perché una “formula” ha funzionato in passato, ciò significa necessariamente che funzioni oggi, tentare una nuova strada, interrogandosi appassionatamente su una questione, animati dalle migliori intenzioni, non ci mette al riparo di rischi, né esclude la possibilità di errore.
Siamo di fronte ad un’esperienza certamente coraggiosa, credo, consapevolmente coraggiosa, per il tema affrontato, per la strada intrapresa, per la quota di innovazione e pericolosità insita in essa. “Andare là dove stanno i giovani”, “calarsi nel loro vuoto di senso” interpretare grandi eventi del divertimento notturno, parlando di eccitazione e catarsi, sono scelte difficili, discutibili, nel senso che vanno discusse per essere pensate e realizzate, come un’impresa pericolosa e ignota. Credo che questa sia la prima ragione del successo dell’iniziativa: le persone percepiscono, ben al di là delle formule, chi va loro incontro, con atteggiamento positivo e non giudicante, con coraggio, alla ricerca di un dialogo fatto di parole diverse da quelle a cui si è abituati normalmente.
C’è poi, indubbiamente, il tema del linguaggio delle nuove generazioni che questa iniziativa decide di apprendere e parlare: inventarsi una discoteca performativa, tra apprendistato da dj e vocalist, attraverso laboratori di formazione sui linguaggi performativi da parte del gruppo promotore, è scelta impegnativa e decisamente innovativa. Ciclicamente la questione del linguaggio riemerge in ambito pastorale non sempre riuscendo a sciogliere un possibile equivoco di fondo: apprendere i nuovi linguaggi è senz’altro necessario per comunicare con gli uomini del nostro tempo, ma non è sufficiente e, in ogni caso, non coincide con l’inseguimento delle mode e delle nuove tendenze.

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Compito della Chiesa è raggiungere l’uomo, dovunque esso si trovi oggi

Periodicamente ci si illude che basti un po’ più di computer, di face-book, di musica metal, per risolvere il problema della pastorale per le nuove generazioni. Certo che i nuovi linguaggi vanno appresi e parlati, per interagire con i giovani, ma se essi rovesciano il rapporto fine/mezzi, se essi non vengono interpretati in maniera creativa e critica, diventano solo parvenza di modernità. Inseguire il nuovo è impresa titanica e inutile, nel senso che non è possibile stare al passo con le trasformazioni della nostra epoca e, soprattutto, anche se ciò fosse possibile, non è il compito della chiesa e non basta a rendere comprensibile la buona novella alle giovani generazioni. L’uso dei linguaggi di nuova generazione è un aspetto, importante ma non esaustivo, della interpretazione dell’identità e della missione della chiesa oggi. Compito della Chiesa è raggiungere l’uomo, dovunque esso si trovi oggi, per camminare con lui alla scoperta dei segni della presenza positiva e salvifica di Dio, dentro le stanze, gli abissi, i linguaggi e le contraddizioni del suo vivere. Questo dialogo ha bisogno di un vocabolario comune, che include quello della quotidianità, da interpretare in maniera creativa, innovativa ed efficace e che, anzitutto, dice ai giovani: siamo qui con voi e siamo disponibili a camminare con voi nella ricerca di senso di ciascuna vita; siamo dentro la vostra ricerca, parliamo la vostra lingua, per capire le vostre paure e i vostri sogni e, forse, siamo in grado di dire alcune parole nuove, per voi comprensibili, per interpretarli e per crescere.
Mi sembra che sia da intendere in questo senso l’anno dedicato dal gruppo promotore di questa esperienza (giovani animatori dei diversi oratori, educatori adulti e rappresentanti dei genitori) alla preparazione dell’evento che ha richiesto formazione specifica, progettualità, scelte di ogni tipo, oltre che gestione della sicurezza, reperimento risorse economiche, coinvolgimento delle comunità per garantire il consenso.

stock-photo-san-franci_optQuest’ultimo elemento, dal punto di vista pedagogico, mi sembra il più interessante e quello oggi più a rischio rispetto alle derive autoreferenziali di tante iniziative ecclesiali: le scelte pastorali, soprattutto quelle più coraggiose e innovative, non possono che nutrirsi di partecipazione. Il soggetto dell’azione è la comunità, non la mente o il gruppo carismatico che pure hanno il merito dell’intuizione, dell’impulso, della visione profetica. Mi pare che nel caso di Torino l’attenzione a questo aspetto rappresenti la cifra stilistica essenziale, che si snoda attorno ai molti interrogativi (che fare per i giovani che si distaccano dalla chiesa? Che c’entra la Chiesa con lo sballo notturno? Quali strumenti di comunicazione usare? Quali nuove priorità pastorali? Quale forma estetica? Come affrontare i problemi connessi con un evento? Eccetera). Si tratta della cifra stilistica che fa la comunità, realtà che troppo frequentemente diamo per scontata nella Chiesa e che, invece, va pensata, costruita, interpretata, resa carne attraverso la partecipazione attiva di tutti. In questo senso, credo, la discoteca comunicativa di Torino è stata qualcosa di più di una performance, qualcosa di molto più vicino all’esperienza comunitaria, a partire dall’interno (il gruppo promotore) fino a giungere ai destinatari della “missione”, passando attraverso i portatori di interessi (i genitori) e i mandanti (le comunità ecclesiali, appunto), mai considerati come semplici spettatori di un evento.
In ciò, credo, stia il “successo”, oltre i pur significativi numeri della partecipazione e la novità del sentiero tracciato. Che merita, certo, di essere consolidato, sostenuto, esteso.

CORAGGIO E INNOVAZIONE
Le scelte pastorali, soprattutto quelle più coraggiose e innovative, non possono che nutrirsi di partecipazione. Il soggetto dell’azione è la comunità, non la mente o il gruppo carismatico che pure hanno il merito dell’intuizione, dell’impulso, della visione profetica. L’esperienza di Torino è significativa proprio per questo: ha coinvolto
non solo i giovani, ma un gruppo più ampio di persone che si sono poste degli interrogativi, che si sono formate e hanno costruito insieme. Quella di Torino è stata molto più che una performance.

Il cammino delle 10 parole

L’esperienza dei frati francescani di Fossabanda a Pisa
L’esperienza dei frati francescani di Fossabanda a Pisa

*di Elisabetta Tomasi*

Cosa può convincere centinaia di persone a riunirsi, regolarmente ogni settimana, per 14 mesi, tolta una breve pausa estiva? E aggiungere ogni mese un sabato dedicato a incontri dal nome quasi incomprensibile come “scrutatio”, o dal nome un po’ triste di “ritiro”, per concludere nell’agosto del secondo anno con una intera settimana dedicata al “ritirone”?

Sembra impossibile, ma ciò che coinvolge così tante persone è qualcosa di semplice ed essenziale: le 10 parole che Dio ha inciso sulla pietra, più note forse come 10 comandamenti.

image2In questo tempo di individualismo e di autosufficienza, di relativismo e di insofferenza verso ogni limitazione della libertà, molte persone si ritrovano per mettersi in ascolto delle “Parole” di Dio, per scoprire il significato profondo di un messaggio che da senso alla vita, che la libera dai falsi idoli, che la riempie con  parole di verità, di libertà e di amore.

Proprio questo è forse il successo di questa originale formula di catechesi: aiutare le persone a leggere i comandamenti come messaggi di realizzazione di sé alla luce del progetto di Dio, prima che come regole da osservare.

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In ascolto delle parole di Dio per scoprire il senso della vita

Gli incontri sono veramente, in senso letterale, “ascolto”. Il catechista parla, medita e commenta il singolo comandamento, conduce la riflessione senza dibattito, senza domande, senza discussioni. Queste sono lasciate alla condivisione che avviene durante i ritiri, due nel corso dell’anno, e nel “ritirone” finale. La catechesi trascorre veloce, il primo quarto d’ora è dedicato a riprendere il filo dell’incontro precedente, poi ci si addentra tra episodi evangelici, riflessioni teologiche, aneddoti personali e riferimenti alle discipline che aiutano a guardare dentro di sé in profondità, per mettere a confronto la Parola dell’ annuncio divino con la vita di ogni giorno. Molto si basa sulla capacità del catechista di adottare una esposizione vivace e di mantenere l’attenzione, ma le esperienze fatte finora sono positive. I partecipanti ricordano con un sorriso alcune sottolineature umoristiche, o l’esegesi di brani biblici noti ma su cui non si è mai riflettuto abbastanza.

Per ogni comandamento è previsto un momento di approfondimento particolare. La scrutatio è una forma di “lectio divina” a cui segue una breve condivisione. Il ritiro è tenuto nell’arco di mezza giornata. Il “ritirone” finale, di solito a fine agosto in un luogo balneare, è una intensa esperienza di vita comunitaria, ritmata dalle meditazioni, dalla riflessione personale, da momenti liberi.

Per diversi anni i frati francescani di Santa Croce in Fossabanda a Pisa hanno visto passare nel tendone allestito in giardino circa duecento persone per ogni edizione. E da qualche anno si è aggiunta una versione per i giovani, significativamente tenuta in un’aula universitaria. Il percorso è lo stesso delle catechesi per gli adulti, solo le esperienze di vita sono attualizzate per gli ascoltatori giovani.

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http://fratipisa.blogspot.it/2016/09/10-comandamenti-giovani.html

Le 10 parole sono un modello di catechesi ideato nel 1993 da un sacerdote romano, don Fabio Rosini, responsabile per l’ ufficio vocazioni del vicariato di Roma e rivolte inizialmente ai giovani. Sono attualmente diffuse in tutta Italia, in ben 60 diocesi, e annualmente gli animatori si coordinano per mantenere uno stesso stile di presentazione. Sono pensate come un ciclo di catechesi da seguire per una sola volta. Da qualche tempo viene offerta una prosecuzione delle catechesi con il nome di “Cammino delle sei giare”, allusione alle giare del miracolo di Cana.

In una intervista così descrive don Fabio la sua esperienza: “I Dieci Comandamenti durano un anno e attraverso di essi si contribuisce alla maturazione delle persone. Il successo dei Dieci Comandamenti è dovuto anche all’assenza di altri punti di riferimento. Non a caso i sacerdoti che li fanno hanno buoni esiti.”

Sono parole che molti possono sottoscrivere.

RIPARTIRE DALLE BASI
Ben 60 diocesi hanno adottato il cammino delle 10 parole e tutte con ottimi risultati, questo è indicativo di quanto giovani e adulti abbiano bisogno di ripartire proprio dalle basi, dalle Scritture per vivere l’esperienza di Cristo. Le catechesi sono pensate come un ciclo, durano un anno e contribuiscono alla maturazione delle persone. Gli animatori si coordinano continuamente per mantenere uno stesso stile di presentazione.

 

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Trovare la rotta giusta non è sempre facile

UNA BUSSOLA PER IL CAMMINO

di Maria-Chiara Michelini

In questi giorni nella mia piccolissima parrocchia stiamo vivendo l’esperienza della mancanza della chiesa, intesa come edificio, in seguito al terremoto che ha colpito il centro Italia. Siamo abbastanza lontani dall’epicentro per non avere subito conseguenze drammatiche, ma sufficientemente vicini per il verificarsi di danni seri, solo ad alcuni edifici, quelli più storici ed esposti, come le chiese, appunto. Ci si ritrova smarriti, perché privati all’improvviso di qualcosa che si è sempre dato per scontato, a volte con una buona dose di sufficienza e stanchezza. Ci si ritrova, così, ad accorgersi che quell’edificio così familiare da risultare noioso e superato, aveva un’acustica che restituiva come gradevole il canto normale del popolo riunito, aveva dimensioni assolutamente adeguate al paese in cui sorge, la luce calda della festa, colori che aiutavano a riconciliarsi con i propri vissuti interiori.

Mi si perdoni la nota forse troppo autobiografica, ma mi sembra che una delle chiavi interpretative della bontà del Cammino delle 10 parole di cui ci parla Elisabetta Tomasi consista proprio nel fare centro su qualcosa che tendiamo a dare per scontato, in questo caso i dieci comandamenti, i quali rappresentano in qualche misura l’a,b,c della nostra cultura catechistica. Imparati a memoria da tutti i bambini fino a qualche generazione fa, sono presenti alla memoria di noi adulti con lo stesso sapore delle filastrocche dell’infanzia, dei proverbi, delle poesie recitate ancor prima di imparare a leggere e scrivere.

Il tempo e la polvere sono scesi sui 10 comandamenti, ne abbiamo data per scontata la conoscenza, la comprensione, l’attribuzione di valore; abbiamo concentrato l’attenzione su altri aspetti di fede, più evoluti... ma l’analfabetismo catechistico  di nuova generazione ha sentito questa assenza, per questo abbiamo sperimentato il desiderio di “ridire” di nuovo queste parole e partendo da esse riproporre il senso profondo della fede cristiana.
Il tempo e la polvere sono scesi sui 10 comandamenti, ne abbiamo data per scontata la conoscenza, la comprensione, l’attribuzione di valore; abbiamo concentrato l’attenzione su altri aspetti di fede, più evoluti… ma l’analfabetismo catechistico
di nuova generazione ha sentito questa assenza, per questo abbiamo sperimentato il desiderio di “ridire” di nuovo queste parole e partendo da esse riproporre il senso profondo della fede cristiana.

Le 10 parole sono state, legittimamente, considerate per lungo tempo segno dell’Antico, che doveva essere reinterpretato positivamente alla luce del Nuovo, perfezionato dalla ricchezza della Buona Novella di Gesù. Entro questa sintesi estrema si può riassumere una sorta di storica messa in stand-by dei dieci comandamenti, considerati come qualcosa di ovvio, di implicito. Abbiamo dato per scontato che un cristiano non dovesse uccidere, rubare, dire falsa testimonianza, tanto da non doverci soffermare troppo sul significato di queste parole lapidarie, dandone per scontata la conoscenza, la comprensione l’attribuzione di valore. Se e quando abbiamo continuato a credere, abbiamo concentrato la nostra attenzione su altri aspetti della fede, più evoluti, meno minimali, più adeguati ai tempi.

Nel frattempo la polvere dell’incuria ha cominciato a posarsi su queste parole che hanno iniziato a perdere, in parte, il loro potere illuminante sui fatti della vita. Così, ad esempio, è accaduto che non abbiamo pensato che non rubare, potesse essere riferibile anche al mancato pagamento delle tasse o allo sfruttamento del lavoro di persone disperate o, comunque, prive della possibilità di scegliere. È accaduto anche che l’analfabetismo catechistico di nuova generazione includesse la mancanza di conoscenza del segno della croce, del padre nostro e dei dieci comandamenti. Su questa assenza, forse, è nata l’intuizione della formula del cammino delle 10 parole: non rintracciarle più nel patrimonio, nel sapere, nel vissuto delle persone e delle giovani generazioni, in particolar modo, ha fatto sorgere il desiderio di dirle di nuovo, offrendo, tramite esse una sintesi del senso profondo della fede cristiana. Come nel caso della piccola chiesa chiusa per un terremoto, così la percezione dell’assenza delle 10 parole nel linguaggio di giovani e ragazzi, fa pensare, restituendo il potenziale che esse potrebbero liberare nella loro vita.

Cosa può significare: non avrai altro Dio al di fuori di me? per i cosiddetti nativi digitali, per l’umanità opulenta dell’occidente, per chi sente di non avere futuro o per chi fonda le proprie certezze su quanto ha faticosamente costruito nella sua vita?

Pensare una catechesi che rimetta al centro, uno alla volta, questi messaggi ha un significato pedagogico chiaro: ascoltare, scrutarne il valore profondo per la vita di ciascuno, condividerne in forma comunitaria l’eco, per andare oltre la “regola” che essi ci offrono. Mi sembra una proposta intitolata all’essenziale, rappresentato dalle scarne 10 regole antiche, non dato per scontato, ma ri-compreso alla luce dell’attualità e della contemporaneità della vita, attraverso un itinerario didattico preciso.

In questo senso la proposta supera il rischio di essere nostalgica o della semplicità ad ogni costo: la vita è complicata e le 10 parole non ne riducono la difficoltà, rappresentano però una bussola che può aiutare la comunità che si ritrova per comprenderle meglio, ad orientarsi in essa, nonostante i terremoti che ogni tanto ne scuotono le fondamenta.