Il volto della notte

image1*di Annapaola Tomasi*
La strada del passeggio, sabato sera. A pochi metri dai locali affollati da giovani che bevono una birra, o sostano sulla strada a chiacchierare, una chiesa col portone aperto. Alcuni giovani invitano ad entrare. Qualcuno, curioso, si affaccia.

La chiesa è nel buio, ma una chitarra accompagna un canto suggestivo. In lontananza, dentro la chiesa, una luce illumina il viso di un uomo, su un quadro che spicca nel buio circostante. Continua a leggere “Il volto della notte”

GIOVANI DI PAROLA
L’esperienza dell’AC della Diocesi di Fano Fossombrone -Cagli – Pergola

Sentieri N5_High_Affiancate_Pagina_07_Immagine_0004“L’ignoranza delle scritture è ignoranza di Cristo”. La maggior parte dei cattolici “ferrati” attribuisce la citazione a San Girolamo, chiedendolo ad un giovane della Diocesi di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola la paternità verrebbe sicuramente affibbiata a “Giovani di Parola”.  (Scopri la diocesi di Fano su http://www.fanodiocesi.it/)
“Giovani… di Parola” nasce come risposta a un’esigenza diffusa e condivisa, emersa lampante a un campo-educatori di AC del settembre 2011 che tenemmo vicino ad Ancona per partecipare anche noi al XXV Congresso Eucaristico: rimettere al centro le Scritture, studiarle, conoscerle e meditarle.
Già a giugno 2011, da don Armando Matteo all’Assemblea Pastorale della nostra diocesi era giunto forte l’invito a non essere (o continuare a essere) “cristiani per convenzione, ma per convinzione”.
Così ci siamo resi conto che un primo passo verso questa fede consapevole era quello di riappropriarci personalmente della Mensa della Parola, una priorità che molte volte lasciamo in secondo piano, presi “dall’organizzare e dal fare”.

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prima una lectio divina, poi l’aggiunta di momenti di confronto e gesti significativi

Perché questo nome? Una duplice valenza:
–   per darci l’ambizioso obiettivo della “Fedeltà” a Gesù Cristo e alla Sua Parola;

–   perché “Giovani… di Parola” è un appuntamento pensato per tutti i giovani: dai tanti ragazzi impegnati come operatori pastorali nella nostra diocesi (di tutte le associazioni e movimenti) agli universitari fuori sede, per chi frequenta la parrocchia ma non è necessariamente coinvolto negli impegni pastorali, per chi sente la necessità di accostarsi alle Scritture con regolarità e metodo.
E perché poi, di fronte all’antichità millenaria della Scrittura, siamo veramente tutti giovani. Anche chi ha qualche hanno in più. Veramente per tutti.

Gli strumenti? Bibbia, penna, matita, gomma, fogli/quadernino per appunti e soprattutto un po’ di tempo per l’Ascolto paziente e profondo.
Giovani di Parola ha assunto nei primi due anni di vita la forma della semplice Lectio, tenuta da un religioso/a, alla quale i giovani della Diocesi intera erano invitati a partecipare.

Per i due anni successivi è diventata un incontro più strutturato in cui oltre all’ascolto ed alla riflessione sono stati aggiunti dei gesti ed un momento di confronto. Con l’obiettivo di arrivare nelle parrocchie più disparate della Diocesi gli incontri hanno iniziato ad essere alternativamente zonali e diocesani.

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Partire dalle Scritture per compiere un percorso di approfondimento è una strada positiva. Dalla parola alla vita il salto è breve. Essere cristiani significa esserlo tutti i giorni, in ogni occasione e quella Parola ascoltata, confrontata e interiorizzata si traduce in grazia, testimonianza viva e promessa.

Nell’ultimo anno Giovani di Parola si è evoluto in “Giovani di Parola e Partecipazione”: a due incontri incentrati sul tema della Misericordia sono susseguiti due incontri in cui la Parola si tesse con la Vita. Sono stati ospiti di “Giovani di Parola” dei ragazzi che scontano la loro pena detentiva alla Comunità Papa Giovanni XXII ed uno dei responsabili della Fattoria della Legalità legata a Libera.

L’evoluzione futura? “Giovani di parola” è nato dalle esigenze dei Giovani di una Diocesi delle Marche e si è evoluto aderendosi al loro modo di cercare Cristo, il domani non può essere altro che la concretizzazione delle loro necessità di essere cristiani per convinzione nei modi che meglio permetteranno loro di sentire la vicinanza del nostro Signore.
L’equipe Giovani di AC della diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola.

 

 

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L’esperienza che nasce da un’esigenza

I fatti e le Parole
Maria-Chiara Michelini legge per noi l’esperienza di Fano

Giovani… di Parola non è solo un’efficace espressione linguistica, ma, soprattutto una felice esperienza a misura di giovani impegnati nella Chiesa. Analizziamo alcune caratteristiche che la rendono un esempio interessante e potenzialmente fecondo.

Anzitutto è un’esperienza che nasce da una valutazione autentica, si direbbe in gergo pedagogico. Giovani… di Parola, infatti ha origine da un gruppo di giovani impegnati nella chiesa, che hanno considerato attentamente e autonomamente le proprie esigenze, nello specifico, di riappropriazione della Mensa della Parola.

Questo principio, apparentemente semplice e scontato, trova molte resistenze in campo educativo. Si tende a ritenere di sapere che cosa sia bene, o che cosa sia preferibile, per le persone di cui ci si sta occupando, e non a considerare prioritario creare le condizioni perché ciascuno si interroghi ed esprima le proprie esigenze. Tale principio non dipende dall’età cronologica per cui, ad esempio, al di sotto di una certa soglia non valga. L’assioma è universale e, per noi cattolici, discende direttamente dall’essere creature pensate e volute libere dal Dio creatore. Che cosa vogliano i giovani di oggi, che esigenze abbiano, va, anzitutto domandato ai giovani stessi, mettendoli nelle condizioni di comprenderlo da sé. Non è un caso che i giovani della Diocesi di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola abbiano scoperto e manifestato tale esigenza nel corso di un campo scuola di educatori di AC, preparatorio al XXV Congresso Eucaristico. Quella era, come le tante iniziative analoghe, una situazione di confronto, di approfondimento, di scambio di espressione di sé.  La Chiesa, madre e maestra, ha il dovere di creare queste occasioni, questi ambienti in cui le persone possano riflettere e manifestare le proprie esigenze profonde. Naturalmente abbiamo ben presente il rischio di una deriva autoreferenziale; per evitarlo occorre anche accompagnare l’interpretazione di quanto emerso, attraverso il dialogo e il confronto a più voci. Certamente, però, la voce che non può mancare è quella dei soggetti, nel nostro caso i giovani, che devono poter far sentire la propria voce nella Chiesa (e non solo ovviamente), devono potersi interrogare sui propri bisogni e sulle modalità con cui interpretarli.

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i giovani vanno cercati e seguiti nei loro percorsi esistenziali

Le resistenze all’affermazione di questo principio, sono in gran parte riconducibili alle concezioni trasmissive ed etero-dirette che, sotterraneamente, governano i modelli educativi ed organizzativi prevalenti anche in campo ecclesiale, in cui predomina la preoccupazione dottrinale (che cosa è bene che i giovani facciano, che cosa è necessario che i giovani sappiano per….etc.). Giovani… di Parola, al contrario, è l’esempio di un modello che da fiducia ai giovani, non pretende di sapere sempre e comunque cosa essi preferiscano, ma al contrario desidera anzitutto ascoltarli e, sull’esempio di Gesù chiedere loro: «E voi chi dite che io sia?».

I giovani di FFCP hanno espresso la loro autonomia, letteralmente, dando un nome ad un’esigenza che si sono riconosciuti da sé. Alla Chiesa locale va il merito di aver creato le condizioni perché tale esigenza potesse emergere e, successivamente, realizzarsi concretamente.

Una seconda caratteristica interessante è legata alla disseminazione territoriale dell’iniziativa. Gli incontri, infatti, non si svolgono sempre nella stessa sede, né, tantomeno, in quella centrale della Diocesi (nello specifico la città di Fano), ma hanno carattere itinerante, raggiungendo anche le zone più periferiche e geograficamente distanti. Ad un certo punto, addirittura, gli incontri hanno assunto una forma alternata rispetto allo svolgimento (tra zona e diocesi). I giovani hanno così cercato di interpretare in forma dinamica il rapporto centro/periferia della Chiesa locale, a vantaggio del coinvolgimento delle periferie (impervie, isolate, scarsamente popolate) rispetto al centro (citta popolosa, marittima, ben collegata). Ciò ha permesso anche di valorizzare risorse qualitativamente significative. Questa scelta risponde ad una logica pedagogica importante: le persone (i giovani, nello specifico) vanno cercati, in qualche modo seguiti nei loro percorsi esistenziali, non accontentandosi della soddisfazione dei numeri, per cui le iniziative normalmente si svolgono dove è più facile riempire le sale o le piazze. In questo senso il magistero di papa Francesco ci insegna moltissimo e sintetizza, anche per il nostro discorso, molte cose che non serve aggiungere al riguardo.

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I giovani sono di loro natura persone alla ricerca di ragioni, di risposte, di motivazioni. Per questo l’esperienza dell’AC della diocesi di Fano Fossombrone -Cagli – Pergola è significativa: nasce da un’esigenza di approfondimento, ma per trovare risposte al proprio agire, per andare oltre, per incrementare il proprio impegno, per partecipare attivamente alla vita della Chiesa, per crescere insomma! Sicuramente è un’esperienza che è segno di speranza

La terza caratteristica va al cuore di Giovani…di Parola: il riposizionamento tra l’agire e la Parola. I giovani impegnati (e sono tanti e sono meravigliosi) rischiano di venire fagocitati dal fare, dalle esigenze organizzative, dal moltiplicarsi delle iniziative che li vedono coinvolti.  La Parola rischia di essere messa in secondo piano e, con essa, le ragioni profonde del fare. Giovani…di Parola è un esempio, voluto da giovani per i giovani, di come si possano concretamente creare occasioni in cui Gesù possa ripetere l’invito: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’» (Mc 6,31).  Non si tratta, infatti, di incontri immediatamente finalizzati che so, ad un tema che si intenda approfondire, né prettamente organizzativi, in vista di cose-da-fare-per….Sono incontri in cui i giovani incontrano la Parola, con l’aiuto di qualche esperto, per il loro essere persone alla ricerca di ragioni e non di convenzioni.

Come si comprende dall’epilogo della presentazione dell’esperienza, ciò, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si traduce in una sottrazione di impegno, ma nella generazione di nuove e più autentiche forme di partecipazione attiva alla vita della Chiesa.

In estrema sintesi Giovani… di Parola è un segno di speranza per la Chiesa e un esempio di Chiesa che sia anche dei giovani.

Agesci: dove si cresce nella fede

IMG-20160525-WA0005L’esperienza scout prevede già un’educazione alla fede

Proprio nei giorni in cui gli scout di tutta Italia sono stati accolti in Piazza San Pietro per ascoltare le parole di Papa Francesco, è arrivata la comunicazione da parte del vescovo Giusti e del Consiglio presbiterale, del riconoscimento dato all’AGESCI della zona livornese come luogo dove si compie, in comunione con la Chiesa locale, il cammino di iniziazione cristiana, con tutte le tappe sacramentali previste.

Don Francesco Fiordaliso, nato e cresciuto nella diocesi di Livorno, oggi parroco di una delle chiese più a Sud della città, dal 1991 è l’assistente ecclesiastico di uno dei gruppi scout cittadini e tre anni fa è stato nominato responsabile per tutta la zona. Lui non è nato scout, ma dello scoutismo, col tempo, si è proprio innamorato, ci racconta.
Prendendo spunto dal riconoscimento che il vescovo Giusti e il Consiglio presbiterale hanno dato all’AGESCI della zona come luogo dove si compie, in comunione con la Chiesa locale, il cammino di iniziazione cristiana, con tutte le tappe sacramentali previste ci ha raccontato la sua esperienza e quella dello scoutismo livornese.
«L’opportunità di inserire nel cammino scout la formazione sacramentale era in fase di valutazione da diversi anni in diocesi. Insieme ad un altro giovane sacerdote ci eravamo occupati di studiare il progetto e poi, dopo essere stato sottoposto al Consiglio presbiterale, è stato approvato».
scout2 ScoutIl cammino educativo dello scoutismo AGESCI si propone già di per sé di formare la persona a fare scelte mature per diventare un buon cittadino e cristiano, “uomo e donna della partenza” come si dice nel mondo del fazzolettone.
«Il nostro compito è quello di mettere ogni ragazzo e ragazza nelle condizioni di fare queste scelte. Alla base c’è sempre l’educazione alla fede. E inserire la formazione ai sacramenti è proprio la conseguenza.»
Le tappe scout ripercorrono quelle della vita cristiana: quando il bambino entra nel branco a 8 anni e fa la prima esperienza di accoglienza gli viene chiesto, nel caso ancora non lo avesse fatto, se voglia ricevere il battesimo. Alla fine del primo anno, tutti coloro che avranno espresso questa volontà vivranno la loro nuova vita nella comunità che li accoglie.
IMG-20160525-WA0006«Il secondo anno nel branco, è il cammino che porta a prendere coscienza del sacramento della riconciliazione. Al termine del terzo, all’età di 11 anni, i bambini che hanno deciso di proseguire, ricevono la prima comunione.»
A questo punto avviene il passaggio nel reparto dove ogni ragazzo seguirà un percorso personale che passa per tre tappe: la scoperta, la competenza e la responsabilità. Raggiunta l’ultima, gli verrà riconosciuta la coscienza di essere responsabile verso i più piccoli e ciò che succede intorno a lui in modo attivo. «Questo segna anche il momento della cresima.»
Teoricamente i ragazzi che intraprendono il cammino verso i sacramenti non dovrebbero avere un cammino differenziato perchè già nell’esperienza scout si educa alla fede, ma come gruppo, quello della zona di Livorno ha deciso di programmare momenti specifici per approfondire il significato del sacramento che i ragazzi andranno a ricevere. Per gli educatori si affianca alla formazione canonica, una serie di incontri specifici per poter acquisire competenze più particolari sulla vita cristiana. Questi momenti vengono pensati e vissuti insieme a tutta la zona e fanno capo ad un responsabile e agli assistenti ecclesiastici dei diversi gruppi. «In ogni caso, non esiste una regola, ogni gruppo può decidere o meno se intraprendere il cammino di iniziazione cristiana».
Livorno-10Quello che cambia rispetto al tradizionale catechismo in parrocchia è il diverso approccio,  spiega don Francesco: «L’educazione alla fede in AGESCI, applica le linee fondamentali della chiesa italiana con una catechesi che da sacramentale diventa una catechesi per la vita, vissuta in modo esperienziale. E forse è proprio questo aspetto che fa sì che dopo la cresima siano pochi i ragazzi che lasciano il gruppo, cosa che nelle parrocchie succede più spesso».

Che questo possa scollegare i ragazzi dalle proprie comunità parrocchiali? «La scelta nasce proprio dalla possibilità di proporre un cammino unico, vissuto all’interno del gruppo. È nell’associazione che i ragazzi fanno esperienza di chiesa, mentre la loro comunità parrocchiale la sentiranno comunque visto che ogni gruppo è inserito in una parrocchia della diocesi. Alla fine del loro percorso sarà una loro scelta quella di decidere se continuare a vivere la vita di chiesa nel gruppo o nella parrocchia di appartenenza».

Giulia Sarti

 

don francesco e scoutLa fede come esperienza di vita
di Maria-Chiara Michelini

«L’educazione è, perciò, un processo di vita e non una preparazione a un vivere futuro. […] Quell’educazione che non si compie per mezzo di forme di vita, forme che vale la pena di vivere per loro stesse, è sempre un inadeguato sostituto della realtà genuina e tende a impastoiare e a intorpidire. […] Compito dell’insegnante è semplicemente quello di determinare, sulla scorta di un’esperienza più grande e di una più matura saggezza, come la disciplina della vita dovrà giungere al ragazzo.»

Abbiamo deciso di iniziare questo articolo con la citazione di parole di un grande pedagogista (che sveleremo a breve), il quale esprime concetti di grande ampiezza, modernità e aderenza al tema sollevato dall’intervista su l’AGESCI livornese come luogo dove si compie, in comunione con la Chiesa locale, il cammino di iniziazione cristiana, con tutte le tappe sacramentali previste.

Il senso della decisione della chiesa livornese da un punto di vista pedagogico, infatti, è riconducibile al concetto di esperienza autenticamente educativa, come inserimento in un processo di vita reale. Lo scoutismo rappresenta una tipica proposta di formazione alla fede cristiana attraverso un’esperienza concreta, con caratteristiche specifiche e riconoscibili, ben note alla comunità ecclesiale e civile. Chi entra negli scout viene educato alla fede attraverso un itinerario di vita comunitaria, adeguato all’età dei partecipanti, secondo una progressione di tappe precise. La proposta di fede passa attraverso un’esperienza concreta, non tanto o non solo, attraverso  comunicazione verbale e trasmissione teorica, forme queste ultime che il nostro autore misterioso considera inadeguati sostituti della realtà genuina che tendono a impastoiare e a intorpidire, richiamando in noi l’immagine di sguardi spenti e sbadigli prolungati di ragazzi che ascoltano dotte lezioni.

GBindi_Centenario_Lupettismo_Zona_Livorno_0000La catechesi svolta nel contesto a cui facciamo riferimento, è esperienziale, nel vero senso della parola, trattandosi non solo di un metodo in cui i ragazzi fanno attivamente qualcosa, ma di un’esperienza di vita a tutto tondo, che trova il suo senso e la sua spiegazione nelle fede cristiana. Ciò che i gruppi scout fanno ha un valore per sé stesso, non solo in vista della vita futura. La catechesi, infatti, non dovrebbe solo essere preparazione, ma vita vissuta alla luce del vangelo, che vale per il momento presente, non solo per quello che verrà.

La scelta della chiesa livornese è in sintonia con questa concezione di esperienza e di esperienza di fede, pertanto, da un punto di vista pedagogico è perfettamente in linea anche con l’istanza dell’autenticità dei percorsi di preparazione immediata ai sacramenti.
Veniamo ora al compito dell’insegnante che noi interpreteremo nel senso del catechista educatore, animatore o guida, che dir si voglia. La sua missione è quella di decidere come la disciplina della vita dovrà giungere al ragazzo, cioè di organizzare l’esperienza come immersione nella vita di fede. Don Francesco Fiordaliso, spiegando l’articolazione della proposta scout, descrive le scelte fatte in questo senso, interpretando i sacramenti come segni delle tappe previste.

papaTutto questo esige la scorta di un’esperienza più grande e una più matura saggezza da parte degli adulti che organizzano il cammino di fede. Esperienza e saggezza che vanno coltivati e aumentati, progressivamente, in quanto non sono semplice portato della maggiore età vissuta, ma, soprattutto del maggiore profondità e autenticità ricercate come comunità educante.

É arrivato il momento di svelare il misterioso autore della citazione. Si tratta del grande pedagogista John Dewey, padre dell’attivismo pedagogico. Le parole menzionale sono tratte da Il mio Credo pedagogico, pubblicato originariamente nel 1897. La data fa pensare, se possibile, ancora di più alla modernità della sua affermazione. Egli conclude Il mio Credo pedagogico con un’espressione che vorremmo interpretare come buon augurio per tutti quelli che faticano nel cercare di proporre vere esperienze di fede alle giovani generazioni: «In tal modo l’insegnante è sempre il profeta del Dio vero e l’annunciatore del vero regno di Dio.»

giugno 2016

Mi tocca urlare per farlo venire a catechismo
L’esperienza della parrocchia San Tommaso a Certaldo

sentinellaErano circa 120 cresimati ogni anno a Certaldo, parrocchia di S. Tommaso, e, incredibile a dirsi, otto giovani dai 20 ai 24 anni si rendevano dosponibili a tuffarsi nel servizio di animatori. La situazione davvero favorevole prometteva copiosi frutti di pastorale giovanile: nascerà un bel gruppo dopocresima! E così si parte: corso per animatori, visita alle classi di catechismo per farei conoscere ai ragazzi, mini campo scuola prima della cresima per far Continua a leggere “Mi tocca urlare per farlo venire a catechismo
L’esperienza della parrocchia San Tommaso a Certaldo