Un decalogo per l’educatore

o-teens-facebook*di mons. Simone Giusti*
Il cammino di fede con gli adolescenti dovrà costantemente essere incentrato sui seguenti dieci cardini educativi:

1. Avere con gli adolescenti un profondo, vero, rapporto di amicizia. Costruire negli anni un bella relazione educativa. Più essa sarà autentica, più sarà forte il vincolo che unirà l’animatore e i adolescenti.

2. Si rispettino le aggregazioni dei preadolescenti e non sia abbia troppa fretta a fondere gruppi insieme oppure a dare vita a gruppi in maniera artificiale . Si abbia il coraggio di fare la scelta del piccolo gruppo e la volontà di dare continuità ai gruppi che già si sono formati durante gli anni del catechismo delle elementari o dei primi anni delle medie.

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Il gruppo non sia mai un luogo chiuso

3. Il gruppo sia una fraternità. Lo stare insieme non è causato dal dovere studiare e giungere a sapere qualcosa, ma dal fatto che “l’amore“ ci unisce e fa divenire sempre più amici, fratelli. Educare i preadolescenti al coraggio della correzione fraterna, alla revisione di vita comunitaria, alla limpidezza dei rapporti interpersonali. Educarli alla condivisione fraterna anche economica; educarli alla vita profonda attraverso esperienze personali e comunitarie di preghiera. Educarli alla bellezza della vita liturgica e sacramentale.

4. Il gruppo sia una fraternità in missione. E’ la missione che motiva la formazione. E’ bello stare qui, è bello stare insieme nel gruppo, ma il gruppo non può e non deve diventare un luogo chiuso, tutto e tutti morirebbero per asfissia. Il gruppo è chiamato ad essere una fraternità per vivere la missione che il buon Dio ha affidato a ciascun cristiano. Si eviti che il gruppo avendo principalmente una caratterizzazione amicale – culturale si concluda con il ripiegamento su se stesso, bensì si apra alla carità e quindi al territorio , ai bisogni degli altri adolescenti , dei poveri , al mondo della scuola , alla realtà sociale e politica. L’impegno di giustizia sia caratterizzante la vita di un gruppo di preadolescenti.

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Il gruppo e l’educatore: due parti di una stessa realtà che interagiscono all’interno e all’esterno della comunità parrocchiale. Se questo legame “funziona” niente è impossibile.

5. Il gruppo sappia farsi ascoltare e abbia la capacità di agire. Il gruppo abbia il ruolo di cassa di risonanza del pensiero dei adolescenti, li educhi a sapersi far ascoltare dal mondo degli adulti e li abiliti a imparare a dire cose significative. Il gruppo mostri quali capacità hanno i adolescenti di trasformazione della realtà presente attraverso una visibile e rilevante azione. Il gruppo abbia un ruolo ben preciso in parrocchia, non sia soltanto uno dei gruppi della parrocchia ma gestisca iniziative specifiche, rilevanti e ben visibili, rivolte a tutta la parrocchia e a tutto il territorio: ad esempio un’agenzia di informazione sulle povertà del territorio parrocchiale, un gemellaggio con un analogo gruppo di preadolescenti d’Africa o d’Asia o dell’America Latina, un gruppo teatrale, un complesso musicale, un centro parrocchiale per la produzione di videotape. Le idee potranno essere tantissime, l’importante è che gli adolescenti avvertano la Chiesa crede in loro, scommette su di essi, li rende protagonisti importanti della vita parrocchiale e del territorio dove abitano: palestra di educazione all’impegno ecclesiale, sociale, politico.

6. Il gruppo viva esperienze di comunità con gli altri gruppi della parrocchia sia adolescenti che adulti. Non si isoli il gruppo in esperienze solo con coetanei , lo si apra alla vita della comunità, lo si educhi a saper collaborare con gli altri ed ad avere rapporti di reciproca stima con adulti.

7. Il gruppo sia educato alla dimensione della Chiesa Locale e Universale. Occorre educare i preadolescenti a conoscere altre esperienze, a mettersi in discussione, ad essere provocati da stili di vita diversi e radicali che contestano la massificazione borghese. A questo scopo molto utili sono i gemellaggi, l’esperienza di soggiorno in comunità viventi scelte radicali (mense dei poveri, Monasteri di Clausura, Nomadelfia, Loppiano, Gruppo Abele di Torino, Arsenale della Pace di Ernesto Oliviero, Comunità Giovanni XXIII, Comunità di Capodarco ecc…ecc…..), la partecipazione agli incontri promossi dalla Diocesi o dalla Chiesa Universale (GMG).

8. L’animatore segua personalmente ciascun adolescente e non termini la sua azione educativa quando l’adolescente ha smesso di venire al gruppo. L’animatore sappia valutare la strada quale luogo educativo, sappia intessere un rapporto personale che diverrà il principale luogo educativo , ancor più del gruppo.

9. L’animatore viva una spiritualità ove c’è posto per i preadolescenti affidatigli. Preghi per gli adolescenti del gruppo e si interroghi nella preghiera su cosa il Signore desidera da Lui e dal suo servizio educativo. Sia consapevole che educa prima di tutto ciò che egli vive.

10 Nessuno è preparato ed ha doti sufficienti per fare l’animatore. Il compito affidatogli è più grande di lui e nessuna persona ragionevole può accettarlo. Ma il cristiano è persona di fede e sa che a Dio niente è impossibile, sa pure che chi ha fede può smuovere anche le montagne e pertanto va dove lo Spirito lo conduce. Chi è innamorato non incontra fiumi senza guado. Chi ti deve incontrare, Cristo, con amore ti deve cercare

La spiritualità del laico animatore

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di mons. Simone Giusti

1. La spiritualità

La spiritualità non è un aspetto marginale dell’esistenza cristiana, anzi è il riflesso dello stile di vita e dell’autoconsapevolezza delle scelte compiute.

Dire pertanto spiritualità come coincidenza dello spirito umano con quello di Dio, è affermare che una persona possiede una spiritualità cristiana quando ha una identità personale risignificata e organizzata attorno a Gesù Cristo e al suo messaggio.

Un educatore è quindi “uomo spirituale”, quando inizia a comprendere ed ad organizzare la sua vita a partire da una consapevole decisione per Gesù Cristo e la sua causa del Vangelo. E’ uomo spirituale quando il suo spirito, la sua identità personale, inizia a coincidere con quella dello Spirito Divino.

 

2. La spiritualità del laico

La spiritualità del laico è definita ed espressa nei suoi tratti costitutivi nel decreto del Concilio Vaticano II sull’Apostolato dei laici al n. 4. Poche righe nelle quali è tratteggiato il volto di una spiritualità propria dei laici, non subalterna a nessun altra, avente il suo cuore in una sintesi vitale di tutte le esperienze quotidiane di un laico intorno a Cristo.

Esperienze, attività non giammai di per sé allontananti dal Signore ma bensì a loro modo arricchenti e potenzialmente capaci di far crescere e di andare sempre di più incontro al Signore che viene. Né la cura delle amicizie o degli affetti né tanto meno il lavoro o l’impegno sociale, devono essere estranei alla spiritualità della loro vita.

maxresdefault-2_1Quella del laico è quindi una spiritualità unificante, integrante tutti gli aspetti della vita, proponente un’identità cristiana personale armonica e sinfonica. Quella verso cui un laico e in particolare un educatore, è chiamato ad andare anche grazie al servizio educativo che rende in una comunità cristiana.

La spiritualità dell’educatore è quindi un tratto peculiare ma pur sempre tratto, della più ampia e generale spiritualità laicale.

 

3. La spiritualità dell’animatore

La spiritualità dell’animatore nasce da un fatto che viene ad incidere in maniera determinante sulla sua persona: la relazione educativa che si instaura fra lui e un gruppo di persone.  E’ una relazione che provoca una rivisitazione della propria spiritualità laicale e la costringe a prendere i tratti di una spiritualità della comunicazione intergenerazionale.

L’animatore è uno che sollecita a mettere la vita, quella di tutti a partire da chi ne ha di meno, al centro; ma anche a collocare tutta la vita in tutte le situazioni al centro affinché sia illuminata dalla fede.

Questo ci permette di individuare nella relazione educativa centrata sulla vita dell’altro, il tema generatore e il nucleo di una spiritualità dell’educatore

 

4. Essere educatori

Essere educatori e vivere come educatori non è anzitutto “fare determinate attività” educativa, ma è vivere l’imperativo e la competenza di saper stare e consolidare la relazione con le persone.

mons. Simone Giusti

giugno 2016