Noi crediamo e rendiamo grazie

praying-hands_opt*di don Walter Ruspi*

I sentieri che offrono le parole per parlare con Dio
1 Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli le sue opere.
2 A lui cantate, a lui inneggiate,
meditate tutte le sue meraviglie.
5 Ricordate le meraviglie che ha compiuto,
i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca,
8 Si è sempre ricordato della sua alleanza,
parola data per mille generazioni,
45 perché osservassero i suoi decreti
e custodissero le sue leggi.

Il salmo 105 con la poesia e il canto è una professione di fede nel Dio della storia della salvezza, una professione che è piena di felicità e di gratitudine. I termini traducono questa esperienza di fede: alleanza, giuramento, parola, legge. Si tratta di un Dio che in modo unilaterale ed incondizionato si è legato alla storia di Abramo con un patto di alleanza ed in lui il patto si estende a tutte le generazioni. Il salmo intende parlarci di questo Dio personale, che ha fatto alleanza con l’uomo ed il cui giuramento non conosce limiti di tempo e di spazio. Egli è sempre all’opera ed il suo ricordo non viene mai meno, perché ogni generazione possa imparare ad entrare nella terra e nella vita.

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I Salmi ci parlano di Dio

Rendete grazie al Signore, perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
2 Chi può narrare le prodezze del Signore,
far risuonare tutta la sua lode?
45 Si ricordò della sua alleanza
e si mosse a compassione, per il suo grande amore.
47 Salvaci, Signore Dio nostro,
radunaci dalle genti,
perché ringraziamo il tuo nome santo:
lodarti sarà la nostra gloria.
48 Benedetto il Signore, Dio d’Israele,
da sempre e per sempre.
Tutto il popolo dica: Amen.

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Dio Padre, Gesù Cristo, Spirito Santo: i tre nomi di Dio

Il salmo 106 prolunga la professione di fede in confessione di lode con un’altra motivazione: “perché buono, perché eterna la sua misericordia (grazia, tenerezza, pietà)”. Nonostante la lunga litania di peccati, l’accento non è posto sulla irredimibilità dell’uomo, ma sulla “misericordia” di Dio, di fronte al quale l’uomo non può accampare alcun merito, ma soltanto aprirsi alla lode e all’accoglienza del perdono. Emblematici dell’agire di Dio sono i vv. 44-45 con quattro verbi che illustrano in modo plastico tutto l’essere di Dio coinvolto in un atto di amore e di salvezza: guardò, ascoltò il grido, si ricordò dell’alleanza, si mosse a pietà. Perciò l’orante con tutta fiducia può dire nel suo oggi: “Salvaci, Signore Dio nostro, raccoglici di mezzo ai popoli”.
Questa storia di fede e di preghiera narrata nell’Antico Testamento ci introduce a comprendere e far nostro il Credo che abbiamo ricevuto il giorno del Battesimo e che rinnoviamo nella professione dell’Eucaristia domenicale.
Il testo si articola attorno a tre Nomi con cui Dio si è fatto incontrare: Dio Padre, Gesù Cristo, lo Spirito Santo. Questi tre Nomi non vanno letti in una semplice successione, quasi fossero messi l’uno accanto all’altro. Vanno articolati sui diversi tempi del nostro incontro con Dio.
A volte può sembrare di entrare in una lunga ripetizione, una frettolosa narrazione di enunciati su Dio Padre, Gesù e lo Spirito Santo, quando si recita o canta il Credo durante la Sacra Liturgia. Eppure il Credo è il cuore di una professione, di un atto di attestazione che coinvolge la parola, il cuore, la comunità, la propria presenza nel mondo.
Paolo VI affermava che la fede è la risposta alla Parola di Dio alla sua rivelazione, al suo dialogo di amore. È il “sì” che consente al Pensiero divino d’entrare nel nostro; è l’adesione dello spirito, intelletto e volontà, alla Verità divina. È l’atto di Abramo che credette a Dio (Gen 15,6) e che da ciò trasse salvezza … Ma la fede ha bisogno di formulazioni con cui esprimerci, le quali ci permettono di esprimere e trasmettere la fede, di celebrarla in comunità, d assimilarla e di viverne sempre più intensamente.

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È a partire da Gesù Cristo e dall’incontro con lui che Dio ci appare col volto del Padre onnipotente, creatore di tutte le cose, che invita le sue creature a entrare nel segreto della sua vita, nella relazione paterno-filiale che lo congiunge intimamente a Gesù. Quest’incontro con Dio in Gesù è un dono che si rinnova per ogni generazione e apre un futuro sempre nuovo.

Queste affermazioni “sanno di antico”, ma non sono superate. Esse sono il risultato della condensazione di un dialogo e di una relazione con Dio durata millenni e maturati nel tempo. Qui ritroviamo il ricordo dei gesti di Dio, nei quali si incarna una relazione di amore che raggiunge ogni uomo e donna. Qui abbiamo il ricordo dell’incontro preveniente di Dio con l’uomo che ha dato inizio a un nuovo e indistruttibile legame di salvezza.
Sappiamo che lungo la storia di Israele la fede in un Dio unico si è sviluppata costantemente a partire dall’alleanza prospettata ad Abramo. La preghiera dello Shema (Ascolta) divenne la professione quotidiana di fede, dando origine alla formula più antica recitata in Israele: “Mio padre era un arameo errante: scese in Egitto…Gli Egiziani ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore… Egli ci fece uscire dall’Egitto con mano potente…e ci condusse in questo luogo dove scorre latte e miele” (Deut 26,5-9). Essa riassume la storia della salvezza, centrata sulla liberazione dall’Egitto. Questa era la professione di fede del popolo d’Israele! Qui c’è tutta l’identità di tutto un popolo. Ogni padre israelita era tenuto ad imparare a memoria questa professione di fede così da insegnarla ai propri figli! Israele non doveva dimenticare le sue origini povere e nomadi, non doveva dimenticare che Dio lo aveva liberato dalla schiavitù e che la terra in cui si era stabilito era un dono. Dio aveva stretto un’alleanza unica con Israele.
Al centro – quale secondo tempo di tutto il Simbolo – si trova l’incontro con Gesù Cristo. Siamo chiamati a contemplare l’evento di Gesù di Nazaret, vero Figlio di Dio, nel quale Dio in persona viene tra noi, aprendoci il suo cuore e facendoci entrare nel dinamismo del suo amore che dona salvezza. Lo sguardo si porta al rapporto con Dio “fin dalle origini”. È a partire da Gesù Cristo e dall’incontro con lui che – nel primo tempo del Credo – Dio ci appare col volto del Padre onnipotente, creatore di tutte le cose, che invita le sue creature a entrare nel segreto della sua vita, nella relazione paterno-filiale che lo congiunge intimamente a Gesù.
Quest’incontro con Dio in Gesù, infine, è un dono che si rinnova per ogni generazione e apre un futuro sempre nuovo. È l’esperienza dello Spirito Santo donato da Gesù e dal Padre – su cui si sofferma il terzo tempo del Simbolo – dalla quale prende avvio una storia concreta di relazioni nuove, che si realizzano nel tempo della Chiesa e che troveranno la loro pienezza e definitività nella vita eterna.
chiesa“Noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore: chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1 Gv 4, 16), diceva il discepolo amato da Gesù. Il Credo è una storia di amore. L’atto di fede dice la confidenza in un mistero di amore. Apriamo la porta del mistero, accogliamo la piccola fiamma della fede, e lasciamo entrare la luce nel cuore del nostro castello interiore.