DEEPWEB E DARKWEB

*di Luca Paolini*
Se ne sente parlare da tempo, anche perché citato in tante serie tv, ma è solo di recente che del Deepweb se ne è parlato in tutti i giornali
nazionali. In una operazione dei Carabinieri, chiamata non a torto “Delirio”, è stata scoperta infatti una rete di siti criptati che ha coinvolto 25 persone per lo più minorenni, che detenevano e diffondevano materiale pedo-pornografico. Ma la cosa ancora più sconvolgente e terrificante, è che gli indagati, pagavano con criptovalute, per assistere alle torture, mutilazioni e anche all’omicidio di bambini (prevalentemente del sud-est asiatico) in diretta streaming. Tutto nel Darkweb!
Vediamo allora come educatori di capire questo fenomeno per spiegarlo e mettere in guardia i nostri ragazzi dai pericoli che possono correre. Il web come lo conosciamo noi, i siti che visitiamo ogni giorno tramite i nostri browser (Chrome, Firefox, Edge ecc…) viene definito il Surface Web o il Visible web. Tutto ciò che è possibile trovare tramite i motori di ricerca (Google e Bing principalmente) è appunto il web di superficie. Per noi è già un mare inesplorabile, considerando che si parla di circa 2 miliardi di documenti. Ebbene tutto questo è niente rispetto alla grandezza del Deepweb, del web nascosto, che conta circa 550 miliardi di contenuti, in pratica il 96% di tutto ciò che si può trovare in rete. Tutto quello che i motori di ricerca tradizionali non riescono a trovare, a indicizzare, è appunto il Deepweb, che non è necessariamente contenuto pericoloso, si trovano infatti nel Deepweb tutte i siti appena costruiti e non ancora indicizzati, le pagine protette da password, le email, le transazioni bancarie ecc… Diverso invece è il Darkweb, che è la porzione di Deepweb raggiungibile solo attraverso dei browser particolari (Tor, I2P e Freenet) che permettono la navigazione totalmente anonima.
E’ sul Darkweb infatti che si trovano la maggior parte delle attività illegali per le quali è tristemente famoso. Alcune ricerche a livello internazionale hanno “mappato” il Darkweb e classificato le sue attività criminose principalmente come vendita di droga, ma sono molto diffuse anche la vendita di armi, di farmaci, il reperimento di software illegali e di immagini e video pedo-pornografici. La moneta ufficiale del Darkweb è ovviamente il Bitcoin, la criptovaluta anonima e diffusa in tutto il mondo. Ma il Darkweb non è solo vendita o reperimento di materiale illegale, è anche la possibilità di inviare messaggi in modo totalmente anonimo e sicuro o di accedere al web classico in paesi dove è in atto una forte censura mediatica, dei social ad esempio. E per questo che viene usato dagli attivisti dei paesi totalitari per rimanere in contatto con il resto del mondo, ma purtroppo anche da gruppi criminali e terroristici di qualsiasi estrazione.
Su tutto vigilano e intervengono le polizie postali di tutti i paesi, FBI in primis. Non ci sono mezzi termini nel caso del Darkweb, visitarlo, usarlo, specie se uno è inesperto comporta rischi molto alti per la propria sicurezza; ma forse il nostro lavoro di educatori è a monte di tutto questo e cioè quello di capire il motivo per cui i giovani sono così attratti da questo luogo oscuro. Chi vi scrive ha già avuto esperienza di alunni adolescenti che hanno provato ad entrare nel Darkweb e che ne parlano frequentemente, ormai è un fenomeno con il quale dobbiamo fare i conti. Parliamone allora nei nostri gruppi, ascoltiamo quello che i ragazzi hanno da dire in proposito, aiutiamoli a farsi un’idea chiara, non solo per loro ma anche per i loro amici. La testimonianza cristiana fra adolescenti infatti significa anche questo, farsi vicini, mettere in guardia, accompagnare. Quello che come educatori siamo chiamati a fare per primi.

PARLIAMO DI WEB RADIO!

*di Elisa De Marco*

Hai mai sentito parlare di Web Radio? No? Allora devi assolutamente sapere che… È nata nel 1995, circa 100 anni dopo la classica radio che tutti abbiamo avuto e continuano ad avere in casa e nelle nostre auto. In questi 25 anni si è molto diffusa vedendo crescere il numero dei suoi ascoltatori del ben 240% destinato ad aumentare in maniera esponenziale.
Questa grande diffusione, è stata sicuramente resa possibile anche grazie alla facilità di poterla ascoltare su qualunque dispositivo, essa
infatti richiede solo l’accesso ad una rete internet e questo spiega perché i giovani, che con i loro telefoni sono sempre connessi, ne facciano un grande utilizzo.
La Web Radio inoltre è diffusa in tutto il mondo e questo permette di scoprire con estrema facilità culture, espressioni artistiche e sociali diverse da quelle del paese in cui si vive, possiamo perciò immaginarcela come una grande finestra sul mondo.
Un altro vantaggio di queste trasmissioni radiofoniche via internet è la facilità con cui si creano, esse infatti necessitano di un basso dispendio economico, di realizzazione e di gestione, e permettono così di poter diffondere il proprio programma in tutto il mondo.

Quale occasione migliore per l’evangelizzazione? Se è vero che la bellezza della vita cristiana è anche quella di poter essere liberi di usare e convertire ogni cosa per il bene del prossimo, perché non usare la Web Radio per facilitare l’incontro dei radioascoltatori con il Dio di Gesù Cristo che li ama tutti di un amore infinito?! Questa domanda sicuramente se la sarà fatta anche Mons. Simone Giusti Vescovo della Diocesi di Livorno, che ha infatti proposto all’Ufficio diocesano di Pastorale Giovanile di intraprendere questa avventura. La segreteria della Pastorale Giovanile ha accolto con grande entusiasmo questa sfida e si è messa a lavoro durante i mesi estivi dando
vita alla Web Radio “Shekinah Giovani” comprendente al momento tre rubriche radiofoniche. La prima rubrica è rivolta all’educazione giovanile e si prefigge di trattare nell’arco di un anno, tante delle problematiche adolescenziali più ostiche. In ogni puntata, due giovani speaker proveranno ad approfondire le tematiche sia con esperienze personali, sia intervistando ospiti specializzati in materia, il tutto sempre contornato dall’ascolto di alcuni brani musicali che aiuteranno a riflettere sull’argomento. La seconda rubrica è rivolta a tutti i gruppi musicali emergenti e ha l’intento di incoraggiare questo bellissimo canale comunicativo quale è la musica. In ogni puntata verrà intervistato un cantante o una band di giovani e gli verrà data l’opportunità di farsi conoscere con un’intervista, e di farsi ascoltare mandando in rete alcuni loro brani. Infine, l’ultima rubrica progettata, è la rubrica “Notizie” in cui vengono ricordati tutti gli appuntamenti settimanali presenti in diocesi da non perdere! E se anche tu non vuoi perderti nessun appuntamento o aggiornamento, non ti resta che seguire la Pastorale Giovanile su tutte le sue pagine social: Facebook, Instagram, YouTube, e sul suo nuovo sito in arrivo nel mese di ottobre!

IL VOLTO SOCIAL DI CARITAS LIVORNO E IL LOCKDOWN

*di Irene Carlesi*

Il mondo in cui viviamo è letteralmente dominato dalla presenza dei social o di altre piattaforme digitali. Durante il lockdown abbiamo
cambiato ancora di più le nostre abitudini, cercavamo notizie sui social per sapere cosa stava succedendo, cercavamo conforto e risposte
alle nostre paure, dubbi, domande. Molti di noi sempre di più si sono trovati a fare la spesa online o scaricare libri o riviste digitali senza bisogno di uscire di casa ed andare in negozio. Il mondo digitale è divenuto più importante e più presente nelle nostre vite. Chiusi nelle nostre cose, lontani dai nostri amici, dai nostri nonni, dai nostri compagni di classe, abbiamo creato una seconda vita virtuale, reale e presente ogni giorno. Grazie ai social abbiamo potuto continuare a scambiarci idee e opinioni, a parlare di noi, a vedere i nostri amici, a essere informati. Tutti, proprio tutti, hanno dovuto ripensare un nuovo modo di pensarsi, di narrarsi, di farsi vedere, di chiedere aiuto ed aiutare. Anche noi di Caritas Livorno.
Caritas Livorno durante l’emergenza sanitaria ha lavorato a pieno ritmo, volontari e operatori impegnati nell’aiuto di molte famiglie in difficoltà economica, di anziani soli, di persone impossibilitate a muoversi per fare la spesa, o in isolamento fiduciario.
Per noi in questo periodo usare Facebook, Instagram e il nostro sito Caritas è stato un modo per raccontarsi alla città, per promuovere aiuto concreto, per promuovere una cultura e una pedagogia della carità, nell’ottica di uno sviluppo integrale dell‘uomo. (Laudato Si’)
Attraverso un impegno di comunicazione quotidiano abbiamo condiviso esperienze, preoccupazioni e gioie. Abbiamo portato testimonianza di responsabilità sociale di molti volontari impegnati nell’aiutare l’altro, abbiamo chiesto alla città di Livorno di essere con noi in ogni momento, di agire con noi. Grazie ai nostri appelli Social molte persone si sono presentate ogni giorno al Villaggio della Carità per sostenerci con il loro tempo e le loro donazioni, promuovendo una cultura dell’incontro. Abbiamo promosso la raccolta alimentare e abbiamo potuto ringraziare chi ci ha aiutato. Grazie ad un servizio telefonico “Pronto ti ascolto” ci siamo fatti vicini
a chi era nel bisogno, ascoltando, informando, accompagnando, con una voce, una parola, un gesto.

Un’asta online di solidarietà ci ha permesso di superare l’isolamento del Covid: è stato un momento di svago, di condivisione pubblica, nel quale abbiamo potuto raccogliere fondi a sostegno delle famiglie più bisognose della nostra città. Foto, interviste, video, emozioni, sensazioni, una sorta di diario online che testimonia l’agire di molti, in un periodo di fermo, di paure, di stasi. Parlare di noi sui social ha significato e significa raggiungere le case, le famiglie, le persone. Un’occasione unica per vivere narrando la città dentro la città, il quartiere dentro il quartiere, rafforzando il senso di comunità, di appartenenza, attraverso una passione per il lavoro, per il volontariato che porta con sé il rispetto della dignità umana. Dopotutto dei social, non si può più farne a meno. Usati bene, coerentemente, rappresentano un modo nuovo di pubblicare istanze, di fare giornalismo, di dare e fare notizie, di non dimenticare e di dare senso e significato al nostro agire: e tutto, tutto, tutto ciò che pubblichiamo è “la prima bozza della Storia”.

LA COMUNICAZIONE AL TEMPO DEL COVID-19

*di Dario Caturegli*

È innegabile che al tempo del covid-19 la comunicazione più usuale tra persone sia cambiata e ridotta: minori spostamenti tra città e
regioni e soprattutto minore e diversa interazione tra umani: anche terminato il lockdown, abbiamo ancora limiti numerici negli assembramenti; ma soprattutto è stato sconvolto il sistema, il codice delle relazioni comunicative. Si parla di codice nel senso che da millenni gli uomini hanno usato delle modalità condivise per esprimere se stessi, per aggiungere alla parola altri elementi che ne chiarissero e articolassero il messaggio.
In tal senso, come insegna Jakobson e la Scuola di Palo Alto, è evidente che certi scopi della comunicazione (per esempio impartire ordini) debba essere sottolineata, oltre che dal messaggio verbale, anche dal tono della voce e dall’espressione. Anzi, questi, risultano essere ancora più importanti delle parole, se è vero che il 70% della comunicazione si basa su elementi non verbali: il tono della voce, la mimica, i gesti, gli odori.

Importanza rilevante riveste anche la prossemica (che studia il significato che lo spazio assume nelle interazioni comunicative). Pensiamo che pregnanza comunicativa assume, per esempio in ambito scolastico, parlare dall’alto dalla pedana di una cattedra o girare nei banchi avvicinandosi a ciascun alunno. Il codice prossemico, nel primo caso, con la distanza spaziale docente-alunno, chiarisce, pur in assenza di parole, che c’è una sola autorità, che è distante e superiore agli alunni, con i quali si instaura una relazione formale e gerarchica (la pedana pone il docente ‘più alto’ rispetto al piano degli alunni). Nel secondo caso la distanza è ridotta, il docente che passeggia tra i banchi, è alla stessa altezza degli alunni, li incontra con distanze minime. Il messaggio è evidente: non c’è volontà di separazione ma piuttosto di interscambio comunicativo ed educativo; tra docente e discente sarà quindi più facile una forma di collaborazione e di maggior attenzione alla persona. Il codice della distanza spaziale (la prossemica), ovviamente, lo ritroviamo
anche in altri contesti comunicativi. In chiesa, per esempio, un conto (e un messaggio) sono i fedeli allineati nelle panche e un altro
quando si chiamano i bambini intorno all’altare. Ma questo codice è onnipresente soprattutto nelle relazioni quotidiane tra umani. E
quanta importanza hanno (avevano..) la stretta di mano, il colpo sulla spalla, un finto pugno nello stomaco, uno sguardo ammiccante o perplesso, un abbraccio; così come tirare le orecchie per il compleanno, prendere in collo un bambino, baciare come amici o parlare sommesso sfiorando l’orecchio della persona con cui abbiamo e cui esprimiamo la nostra intimità!

Non dobbiamo stupirci, pertanto, se le relazioni distanziate, imposte dalla profilassi covid, ci lasciamo disorientati, impoveriti, con un senso di incompiutezza: per millenni abbiamo usato un codice tattile e prossemico per esprimere le emozioni e i sentimenti, che ora viene impedito. È un po’ come se dovessimo esprimerci verbalmente all’improvviso con il solo uso delle consonanti, o senza punteggiatura: insomma con un codice ridotto e maldestro!
Certo, qualcuno penserà, esistono i social, ed essi non hanno restrizioni; possiamo anzi moltiplicare il loro uso, accompagnarlo con messaggi vocali, inserire emoticon, video… ma non riusciremo a ricostruire l’intensità e la ricchezza della relazione concreta e vicina.
E allora? Non possiamo certo sovvertire le regole di prudenza della pandemia in nome della ricchezza della comunicazione. Ma possiamo
sviluppare due attitudini, che se anche apparentemente opposte, si integrano perfettamente: imparare a stare con noi stessi (da soli) e valorizzare ogni momento di incontro con l’altro. Il primo atteggiamento non risponde ad una vocazione eremitale di fuga dal mondo, ma al coraggio di trovare (non rifuggire) del tempo per sé, vedersi nel nostro intimo così come siamo senza infingimenti. Potremmo forse scoprirci meno belli della nostra immagine sociale, ma per questo potremmo maturare una senso di maggiore umiltà, potremmo fare una viaggio di accettazione di sé (una volta avuto il tempo di scoprire eventuali ‘brutture’ interiori) per finire con l’accettare con più pazienza anche gli altri con i loro limiti; potremmo acquisire l’idea che ciascuno, in ogni età ha necessità di un itinerario di maturazione e purificazione. Ma dovremmo, infine, dopo le varie forme di distanziamento dagli altri, riscoprirci di più come animali sociali, cioè uomini che vivono in pienezza solo nelle relazioni umane. E non si tratta, dell’affermazione un po’ stucchevole (perdonatemi!) che “insieme possiamo farcela” ma della ricoperta dell’incontro con l’altro. Che è sempre un mistero da conoscere, che è sempre un dono da scoprire, che è una realtà così ricca complessa e sfuggente da dover essere colta con tutto l’ascolto possibile, con tutta l’attenzione possibile. Quella che si ha negli incontri irripetibili, come sono, appunto, tutti gli incontri tra uomini.

INSTAGRAM, TIKTOK E NOI?
*di Luca Paolini*
Quali sono i social del momento? Dove passano il loro tempo i nostri ragazzi? Quali mondi culturali li stanno influenzando nella rete? Senza ombra di dubbio il social del momento è sicuramente TikTok, che un tempo si chiamava Musical.ly, una app che appartiene alla tanto discussa ByteDance. Questa società cinese recentemente è stata infatti accusata dal governo americano di violare i dati personali degli utenti e di consegnarli al governo cinese; un’accusa pesante che potrebbe portare all’oscuramento del social, almeno negli USA. Ma TikTok di cui parleremo più avanti, non è l’unico riferimento per le giovani generazioni, almeno tra i ragazzi più grandi resiste ancora Instagram, mentre ormai Facebook è rimasto luogo di incontro quasi esclusivamente per gli adulti. Ma vediamo come funzionano e quali opportunità possono offrirci questi social. Instagram che appartiene a Mark Zuckerberg fondatore di Facebook, nasce come un social di condivisione di foto, ma con il tempo si sono aggiunte altre funzioni, le Stories, i video e recentemente gli Instagram reels, video di breve durata (al massimo 15 secondi), nei quali si possono aggiungere effetti particolari, una nuova funzione creata per contrastare l’avanzata impetuosa di TikTok. Tutte le foto e i video possono essere ovviamente commentati e condivisi. Inoltre su Instagram si possono creare gruppi di persone alle quali inviare direttamente e più velocemente i post pubblicati, un modo che i giovani amano per restare in contatto con i loro amici al di là dei gruppi di Whatsapp.
Con Instagram si comincia a parlare di Influencers, persone che hanno milioni di followers e che veicolano messaggi pubblicitari mirati, ovviamente in cambio di lauti guadagni, una delle più famose e più seguite in rete è sicuramente Chiara Ferragni, moglie del rapper Fedez. Ma anche Instagram seppure conti oltre 1 miliardo di utenti, appare ormai ai giovanissimi fruitori di TikTok, perlopiù statico e limitato: primo perché i video di TikTok rispetto a quelli di Instagram Reels durano fino a 60 secondi e poi perché il nuovo social ha introdotto delle funzionalità interattive nei suoi video (oltre ai tantissimi e divertentissimi effetti e le possibilità di customizzarli).
Per esempio su TikTok si possono fare i duetti, cioè inserire in un unico filmato, i propri video accanto a quelli realizzati in precedenza da
altri, in questo modo utenti sconosciuti si collegano a Tiktokers famosi e molto seguiti, nella speranza di “raccattare” più followers. Infatti uno degli obiettivi di chi comincia a fare video su TikTok o fare post su Instagram (e questo sta irretendo milioni di adolescenti), è proprio l’ottenere migliaia di “mi piace” e di visualizzazioni per i propri video e le proprie immagini, in modo da monetizzare (a volte anche consistentemente), il proprio stare sui social. Ecco allora un primo suggerimento per coloro che vogliono utilizzare queste app in diocesi o in parrocchia, per comunicare con i giovani facendo foto e video: svincolarsi decisamente dalla logica dei likes e dei followers, per mostrare invece un modo di stare in rete che guarda più ai contenuti che non al successo e al guadagno facile.
Ma Tiktok ha un’altra grande criticità, forse più di altri social, mette in piazza non il meglio ma più spesso il peggio, della società di oggi.
Non parlo solo dei commenti al vetriolo che si leggono nella piccola nuvoletta in basso a destra dei video, ma anche di cosa viene prodotto dai Tiktokers più famosi, spesso il niente assoluto, ma se piace o non piace, viene comunque premiato dalle visualizzazioni. Diventare Influencer alla fine non è difficilissimo, basta mettersi in bella mostra con i propri video, e se a farlo sono persone con disturbi mentali, o con problemi fisici, saranno sicuramente offesi, derisi o compatiti, ma otterranno comunque una quantità di like e visualizzazioni tali da far impallidire anche il giornalista più bravo. Quando un utente raggiunge più di 1.000 followers, anche se non ha niente da dire, acquisisce la possibilità di fare una “Live”, una diretta, per incontrare in tempo reale i propri fans e chattare con loro, magari condividendo momenti insignificanti della propria vita: quando fa colazione, quando gira per strada, quando lavora, persino mentre è alla guida (TikTok purtroppo non censura questo tipo di video pericolosissimi), l’importante è essere visti e considerati dal proprio pubblico. Instagram, TikTok, social dunque da evitare? Sicuramente da conoscere, da frequentare per aiutare i nostri adolescenti a non cadere nella trappola del successo a tutti i costi, anche a rischio di perdere la propria dignità. In ogni caso con i nostri ragazzi possiamo partire da alcuni esempi positivi di sacerdoti, suore, semplici credenti che sono presenti su TikTok con i loro video, brevi, anche divertenti, ma portatori di un messaggio diverso.

Ne posso citare alcuni:
@donrobertofiscer
@takeawayjesus
@mauro_don
@donalbertoravagnani
@kramercameronlc
L’importante è sempre accompagnare i ragazzi in questo mondo scivoloso, mostrando loro pregi e difetti, esempi positivi e negativi, facendo nascere in loro uno spirito critico che potrebbe preservarli dal fare sciocchezze e stupidaggini. Per chi decide poi di diventare un educatore- tiktoker, facendo video e postando foto, ci vorrà tanta pazienza ed esercizio, ma è importante essere presenti in questa nuova piazza virtuale, per fare in modo che nello scorrere compulsivamente tanti video banali e superficiali con il solo movimento del pollice, qualcuno si fermi a guardarne uno che invece porti a pensare, a riflettere, a meditare, a trascendere l’attimo presente per gettare lo sguardo su un “Oltre” sconosciuto.

IMPOSSIBLE IS NOTHING

*di Igino Lanforti*
Iniziato il periodo di DAD (didattica a distanza) anche un profano dell’informatica come me, abituato ad antiche tecnologie, ho dovuto
relazionarmi con i miei alunni per non lasciarli soli in questo difficile periodo. Ho quindi scelto di inviare una lettera settimanale e lasciare in calce la mia mail per entrare in dialogo con me. La scelta si è rivelata felice perché ho ricevuto centinaia di lettere e ogni mattina ho passato ore a rispondere ad ognuno. E’ impossibile fare anche solo un sunto di quanto arrivato e pertanto ho lasciato solo le prime lettere. Alla fine ho voluto aggiungere anche poche righe di due genitori. Questo non per vanto personale, ma come testimonianza che la DAD è arrivata nelle case e ha coinvolto anche lefamiglie.

22 marzo 2020
L’IMPORTANZA DI RIFLETTERE SU QUESTI GIORNI
Carissimi alunni e alunne, non son bravo con la tecnologia e probabilmente non riuscirò mai a fare una lezione virtuale, ma volevo condividere con voi alcune riflessioni a quasi venti giorni dalla sospensione della scuola e allora utilizzo questo modo.
Ormai è la terza notte di fila che mi sveglio in preda a brutti sogni. Stanotte non sono riuscito a riprendere sonno, mi sono passate per la testa molte cose, e mi siete venuti in mente voi. Mi sono chiesto quali saranno stati i vostri sogni, i vostri stati d’animo in questo periodo e ho realizzato che in fondo siamo come compagni dell’unico viaggio, anche se dislocati in vagoni diversi, anche se con situazioni e con età diverse; ma da compagni di viaggio alcune riflessioni possiamo condividerle. Non è mia intenzione rattristarvi o farvi perdere troppo tempo, avete già anche troppe gatte da pelare in questi giorni , ma penso che questa brutta storia non finirà troppo presto (i motivi di questo mio sentore ve li esporrò un’altra volta) e allora cogliamo l’occasione per dirci alcune cose, perchè sono certo che ci sono dei concetti che normalmente fanno fatica a essere accolti (nel senso di ascoltati, non necessariamente condivisi) mentre la sofferenza ha questo incredibile pregio di ammorbidire le nostre corazze e permettere che l’autenticità che è in ciascuno, cominci a confrontarsi col “senso” delle cose. Viviamo in una cultura che ci ha insegnato una cosa: che i limiti non esistono. Mi viene in mente una pubblicità della nota marca di articoli sportivi Adidas che recitava: impossible is nothing. Niente è impossibile. Dietro questa concezione c’è sicuramente un’idea, che se niente è impossibile, non c’è niente che non si possa volere e infine “comprare”.
Al di là dei subdoli aspetti economici, questa visione contiene un veleno ancora più pericoloso. Questo pericolo è il credere che tutto
sia alla nostra portata e in definitiva che tutto quello che si desidera si possa fare e se si può fare, sia lecito, giusto. Non voglio in questo
passaggio sembrare troppo moralista (voi che mi conoscete, sapete benissimo che non è così), ma non posso tacere su alcune scelte che ormai sono diventate di uso comune, o meglio ancora “normali” e che forse così normali non lo sono… Mi riferisco al fatto che molte/i di voi per esempio pensano che sia inutile aspettare per conoscersi meglio se alcune cose si possono fare prima o subito, e se abbiamo sbagliato, pazienza c’è sempre un rimedio, ci sarà sempre un rimedio. C’è sempre un rimedio per tutto: impossible is nothing! Dobbiamo solo deciderlo noi. Perchè è proprio così, noi possiamo decidere tutto della nostra vita, anche la vita stessa (ripensate alle nostre passate lezioni). Perchè il limite non esiste, ce lo ha imposto la religione che ci dice sempre che questo non si può fare, che questo è proibito… ma è tutta una bugia, è roba passata! Questo si pensa oggi! Guardate con un po’ di attenzione la televisione, o semplicemente guardiamoci intorno, vedrete che le cose stanno così. I limiti qualcuno li ha inventati perchè non vuole che siamo noi a decidere, perchè vuole vederci infelici, e allora abbattiamoli, scavalchiamoli!

Care, care alunne/i ho l’impressione che le cose non stiano affatto così. Nel mondo senza limiti, nel mondo dove niente è impossibile, arriva un microscopico organismo, un virus, e improvvisamente, tutti noi che ci sentivamo dei giganti, ora ci sentiamo piccoli piccoli, fragili, impotenti. E tutto ci crolla addosso, perdiamo il sonno. Forse è meglio approfittare di questo tempo per riflettere sul “limite”.
Non solo per prenderne atto, e indirizzare meglio il nostro operare, ma per renderci conto che se abbiamo dei limiti, allora vuol dire che non siamo onnipotenti e che tutti noi, tutti, nessuno escluso, ha bisogno di aiuto, HA BISOGNO DEGLI ALTRI!
E allora, anche questa settimana, vi voglio accennare al vangelo della Messa. C’è uno cieco dalla nascita (Giovanni 9,1-38): la gente chiede a Gesù di chi è la colpa della sua cecità, ma Gesù prende del fango, lo mette sugli occhi dell’uomo e gli comanda di lavarsi. Dopo, riacquisterà la vista… (non sarebbe male che ve lo leggeste tutto). Ditemi, quello che ci sta capitando adesso, non è un bel po’ di fango?
E questo fango, quanto ci fa soffrire, è insopportabile! Quando finalmente non saremo più sporchi? Forse, non avete il coraggio di dare
tutta la colpa a Dio (anche perchè non ci credete), ma certo che… Comunque vorremo che tutto questo brutto sogno fosse lavato via presto, e tornare finalmente a vedere il sereno, come prima. Però attenzione, vi anticipo, allora voi mi direte che è Dio che ha messo il fango, cioè che questa pandemia l’ha messa Lui… e che cavolo di dio è! Noi non consciamo Dio, ma siamo pronti ad accusarlo, a scaricare su di Lui il nostro malessere…
Anche la gente attorno al cieco si interroga su di Lui e non capisce, ma è pronta a scacciarlo dalla città. Sarà proprio il cieco guarito a darci la risposta: “voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi”. Bene, il vangelo sembra volerci dire che forse non ci vedevamo così bene prima, e che il fango paradossalmente ha fatto traballare alcune nostre convinzioni, ci ha fatto scoprire che non andava tutto bene. Sarà proprio vero che il limite non esiste? Che decidiamo tutto noi? Che impossible is nothing? Quando i nostri occhi saranno lavati, quando tutto sarà finito, allora ci vedremo veramente… ma… ma ci vuole Uno che ci dica di andarci a lavare e dove andarci a lavare… Questa voce è nel nostro cuore. Il Salvatore c’è e non ci molla. A presto

CARO PROF…
Buongiorno prof, ho letto e apprezzato il discorso sul limite e condivido con lei il mio pensiero stitichezza a parte….questi sono giorni duri per tutti, perciò al di la della fede, del pensiero di ognuno di noi, credo che non ci sia persona che non abbia paura, che non si stia interrogando su cosa accadrà, e perché sta accadendo tutto ciò. Fino a qualche giorno fa l’uomo pensava di essere invincibile, di avere tutto il potere, ma la natura, Dio o entrambi ci hanno dimostrato che stavamo sbagliando. L’uomo è solo un puntino nel mondo e nonostante sia di massa superiore al virus, è stato schiacciato come una formica sotto le zampe di un elefante, se non peggio… perciò sì, abbiamo dei limiti insormontabili, non è vero che tutto è possibile, tutto è possibile nel limite che la natura ci dona. Perciò spero che tutta questa disgrazia ci faccia capire cosa è veramente importante, che la famiglia conta più della discoteca, più dell’aperitivo…che stare soli con se stessi ci fa bene e ci permette di capire veramente noi stessi fino in fondo, e che alla fine non siamo mai veramente soli.
L.C. 5A

Scrivo in risposta alla seconda riflessione, cercando di accennare anche alla prima che aveva caricato. Limiti, è vero quello che dice lei, oggigiorno ci si sente ripetere continuamente che non ci sono limiti se si crede in noi stessi, che credendoci si possa fare qualsiasi cosa. Ognuno di noi si trova prima o poi a far faccia ai propri limiti personali, possano loro essere fisici (malattie, o la banale mancanza
di allenamento), psicologici, sociali ed economici. Nella società attuale si può, almeno in parte, applicare il “nothing is impossible”, ma
solo perché viviamo in un’epoca e in una società con un’ampia libertà e tutto ciò ci permette di avere più opportunità, di scegliere, per quello che possiamo, cosa fare della nostra vita, cose impensabili sotto regimi restrittivi. C’è una categoria di gente, che ha la possibilità di oltrepassare più limiti rispetto agli altri, parlo dell’élite, dei ricchi, coloro che possiedono a bizzeffe ciò che regola il mondo, il denaro, grazie al quale ottengono alcune immunità, occasioni e poteri decisionali, che se non direttamente possono influenzare il popolo sfruttando la loro notorietà e visibilità aumentata grazie alle attuali tecnologie. Io personalmente non ho mai invidiato i ricchi, tantomeno quelli che lo sono di nascita, data la loro posizione privilegiata immeritata, perché accecati dai loro fogli di carta e carte visa credono di valere più di altri, credono di essere al di sopra di tutti (cosa comune anche ad alcuni poveri), dimenticando che altro non sono che una piccolissima stella nell’universo che sembra brillare di luce intensa da vicino ma se osservata in lontananza brilla esattamente come tutte le altre, e che la loro vita non è poi tanto diversa dalle nostre, con i nostri dubbi, delusioni e gioie. Con ciò non voglio dire che tutti siamo uguali, le differenze sono evidenti, ognuno con il suo carattere forgiato dalle proprie esperienze di vita, ma al contempo con i propri limiti, che ahimè accettarli ci farebbe sentire inferiori quindi logicamente tendiamo a nasconderli. Le differenze esistono, sono legittime e talvolta ereditarie, anche se negli ultimi periodi sembra divenuto tabù parlarne, come avere idee contrastanti alla maggior parte della popolazione; siano queste idee giuste o sbagliate, esprimerle è sinonimo di libertà di pensiero ed espressione, quindi forse non viviamo nella piena libertà come invece crediamo. Io stesso non accetto di avere dei limiti, sempre proiettato con la mente verso il futuro. Ma ora le rivolgo io una domanda: se al giorno d’oggi crediamo di non avere limiti, perché aumentano sempre di più le persone che si pongono il limite della morte? Che credono che tutto finisca? Non è questo un limite stesso in contrapposizione al “nothing is impossible”?
T.G. 5A

Buongiorno prof,
personalmente ho apprezzato molto le sue parole e riflessioni, in cui in parte mi sono ritrovata. Mi è piaciuta particolarmente quella sui limiti, non solo perché ho letto un’opinione diversa dal solito su questo tema, ma anche perché avere l’idea di vivere in un mondo senza limiti è uno degli elementi che ha portato l’uomo a dare meno valore del dovuto a determinate decisioni ed azioni, a pensare di poter fare/avere tutto e subito e di essere fine a se stesso; per cui l’esistenza di un elemento che potrebbe sembrare esclusivamente negativo, come il limite, acquista la sua importanza. Per rispondere alle sue domande: credo che l’espressione “si era fatta sera”, con cui inizia il Vangelo si riferisca ad una sera metaforica; più che altro ad un periodo negativo o comunque sfavorevole, che nel caso della narrazione coincide con la tempesta per delle persone che si trovano su una barca. Sicuramente nelle nostre vite “si è fatta sera”, ci troviamo in un momento particolare sotto ogni punto di vista, difficile da definire. Tuttavia ritengo che “questa sera” possa essere una grande opportunità dal punto di vista riflessivo. Ci ha permesso di capire che il mondo in cui siamo abituati a vivere così freneticamente,
ma soprattutto con così tante certezze non va poi tanto bene; ci ha voluto dire qualcosa, si è voluta “fermare”, dandoci del tempo per esaminare le nostre azioni, le nostre scelte, la nostra vita. Probabilmente la stessa ”sera” che ci ha portato ad essere una società così individualista, ci ha voluto ricordare l’importanza di valori quali la solidarietà, la comunità, l’umanità, la fratellanza. Dal punto di vista religioso ho trovato molto interessante ed emblematico oltre al comportamento di Gesù in questo episodio, a cui ho dato varie interpretazioni, pur non trovandone una convincente (non so se si tratti di fiducia nel genere umano o dell’affermazione implicita della sua umanità…); anche due parti del suo pensiero: la prima è l’essere pronti a dare la colpa a qualcuno anche se non si è sicuri della sua esistenza e la seconda è l’essere disposti a far salire Gesù sulla barca della propria vita. Credo che siano temi davvero importanti, che facciano capire la complessità e la particolarità dell’atteggiamento e del pensiero umano e divino. Saluti, a presto
L.V. 4A

LA SCUOLA E LA PANDEMIA

*di Daniela Novi e don Mario Simula*
Caro don Mario,
quando a marzo la scuola è stata sospesa a causa della pandemia, in un primo momento sono stata contenta di restare a casa, di non alzarmi presto per prendere il pullman, di dormire un po’ di più, di stare più tempo incollata al telefono, per chattare o giocare. Quando, però, la situazione è diventata sempre più grave e, oltre a non andare a scuola, non potevo neanche uscire, quando la paura di morire ha iniziato a insinuarsi nella mente, nelle ossa e negli occhi spaventati di mia nonna, quando le notizie del tg non lasciavano spazio  all’apertura né del cielo né della terra, oppressi dal grigio della pioggia e dal silenzio della solitudine di un uomo vestito di bianco a piazza san Pietro, allora ho iniziato ad essere sempre più nervosa e preoccupata. Aggiungi a tutto questo che la scuola, dopo pochi giorni di pace, ha iniziato la famigerata didattica a distanza, per tutti DAD, con collegamenti quotidiani via web con i professore, compiti, lezioni e interrogazioni. Davanti allo schermo ogni giorno si materializzavano i busti colorati dei miei compagni di classe, che sembravano vicini, ma che, come quelli di marmo in un museo, non potevo toccare, con cui non potevo giocare o anche solo mangiare un panino. Quando poi la connessione non riusciva e sprecavo mille tentativi per entrare ed uscire dalla piattaforma, neanche quel pezzo di vita mi era concesso. Grazie a whatsapp con gli amici ci scambiavamo idee, commenti e, lo confesso, qualche volta anche i compiti, ci facevamo delle confidenze, che però erano patrimonio di tutti e a me mancava quel minimo di privacy necessaria a commentare una mia vicenda personale, come facevo in classe con la mia compagna di banco.
Che strano, tutti noi studenti eravamo seduti comodamente nelle nostre camerette, ma la poltrona o il letto ci bruciavano sotto e il desiderio di incontrarci e di parlarci dal vivo superava il fascino dello schermo che ci teneva in posizione orizzontale. Neanche l’inquadratura delle foto tridimensionali da pubblicare su Fb, neanche le 24 ore di una “storia” postata su Instagram bastavano a calmare il desiderio di essere spazio e tempo fuori dalle mura di casa, fuori da me per essere altro, per essere altri.
A Pasqua la preside inviò un videomessaggio a tutti noi per salutarci e, non so per quale assurdo motivo, goccioloni di lacrime mi sgorgarono sugli occhi. Mi immaginavo nel mio piccolo banco a far finta di ascoltarla e quasi per miracolo capii che mi mancava la scuola, mi mancavano i prof, I miei compagni, ma soprattutto mi mancava l’aria che respiravo lì dentro, mi mancava la “me” che guardava attraverso l’oblò disegnato sul muro delle scale e che immaginava di essere realmente in viaggio, in un qualsiasi posto del mondo, spensierata, libera, felice…” Tuttavia, non potendo uscire, ho iniziato a guardarmi intorno, per cercare se c’erano crepe nel muro da cui evadere e piano piano ho iniziato a osservare con più attenzione i confini della mia casa, le forme dei mobili, la scelta dei posti dove erano collocati gli oggetti, i lineamenti delle persone intorno a me, troppo spesso ignorate nel vociare della rete, nelle connessioni di legami virtuali. Lo sguardo di mia madre, la ruga sulla fronte di mio padre, le sopracciglia folte di mio fratello, tutti frammenti di un unico discorso d’amore, compresso nello spazio di un salotto e nell’ampio orizzonte di una scelta. Forse, pensai, potevo affidarmi
anche a qualcuno di loro, forse potevo dondolare dal trapezio dei miei sogni e al momento di saltare pensare di afferrare delle braccia
che ti aspettano o di sapere che sotto c’è una rete su cui cadere… E così ho aperto uno spiraglio nel silenzio della comunicazione faccia a faccia e la luce è entrata dal buco della porta del mio silenzio: una parola dopo l’altra, come quando tiri il fazzoletto dalla giacca del piumino ed esce tutto il contenuto della tasca. Ero ascoltata e mi piaceva ascoltare, ero capita e, se non capivo, la diversità mi sembrava comunque logica e accettabile. Forse in casa c’era più di un’amica e meno di una madre, forse c’era un oltre rinchiuso anche nel lockdown, che sapeva di me molto più di quanto io stessa pensassi…

La quarantena mi ha cambiata. Per quanto riguarda gli altri ora ho degli amici con cui posso confrontarmi e posso aprirmi, mentre prima per i miei discorsi avevo paura di risultare una povera illusa o una masochista o menefreghista. Tuttavia ho imparato anche a stare da sola, a capire meglio me stessa e ciò che voglio, a guardare lo spessore delle cose oltre le cose, a sollevare lo sguardo oltre lo schermo di un cellulare, a togliere le cuffie per cantare una canzone insieme agli altri, a riconoscere il valore del bene nella nostalgia del bene, a cadere e a rialzarmi più forte di prima. E a chi pensa che un virus ci tenga lontani, forse l’amore per sempre ci renderà più sani?
Anna Martina

Cara Anna Martina,
non te la prendere. Proprio perché non ti conosco, non te la prendere. Ho avuto un pensiero come un lampo mentre leggevo la tua lunga
lettera: Anna Martina nella “clausura” del lockdown ha affinato la sua scrittura. Il tuo testo è interessante, detto bene. Da ragazza che
è cresciuta. Miracolo della pandemia! O miracolo del silenzio. Chi lo saprà mai? Anna Martina, veniamo a noi. Hai capito come si fa a svezzarsi dal letto sempre sfatto e disponibile? E’ sufficiente poterci rimanere fino ad ammuffire. Hai capito come ci si può stancare della musica a tutta birra, insolente e anestetica? Basta poterne fare un’overdose. Chiusi controvoglia, si ridimensionano le voglie. E’ sempre così. La sbronza spezza le gambe. La “roba” consuma il cervello. Il ragazzo sempre incollato diventa una paranoia. “Gli amici mattina sera e notte” ti asfissiano. Potrei continuare. Abbiamo cantato dai tetti. Siamo diventati patrioti per qualche giorno, tutti. Tutti abbiamo sposato uno slogan incoraggiante: “Andrà tutto bene”.
Invece nulla ha scoraggiato il Covid-19: andrà tutto bene. Infatti…. Che straordinario personaggio questo virus! Non guarda in faccia a
nessuno. Non bussa alla porta per entrare. Lo acchiappi per una zampa e sfugge. Eppure, nella sua insensata logica il “corona virus” ci ha aperto la testa e forse un poco anche il cuore. Dì la verità, Anna Martina, che fa un certo effetto accorgerti che hai una casa, una famiglia, un padre che sa sorridere, una madre e un fratello.
Capita di stare accanto per anni, ma la fantasia è altrove. Il pub, il sabato sera, l’immancabile discoteca, le grida per strada, gli scherzi un po’ arditi, gli angoli appartati per rifugiarci col ragazzo. Hai sperimentato che tutto può diventare virtuale, cibo prelibato per la curiosità di tutti, ridimensionato da una mascherina che sembra una camicia di forza pronta a penalizzare baci e abbracci. Uno stress, una penitenza. E se fosse un’opportunità? Se non confondi ciò che sto per dirti con una predica, mi permetto di lanciare qualche slogan.
Slogan numero uno: Da soli come mai visto prima è una “figata”. Esisto. Proprio così: esisto. Pelle ossa e polpa. Con gli occhi, il naso, le
orecchie, i fianchi. Esisto senza trucco, come sono uscita dalla pancia di mamma. Esisto. Per capire che esisti occorre avere tempo per accorgersene. Esisti come un prodigio. Annama’, sei un prodigio.

Slogan numero due: Che sorpresa i babbi! Questi oggetti misteriosi si
svelano. Lo devo riconoscere: mio padre non è niente male. Chi si era mai accorto che fosse anche simpatico, disteso, rilassato. Con le orecchie aperte. Curioso di sapere questa sua figlia “invisibile”. Annama’, hai trovato tuo padre.

Slogan numero tre: Anche le mamme non sono male. Purché restino madri. Nient’altro che madri. Di amici e amiche ne abbiamo tanti. Di madri no. Annama’, guarda quanto è bella e dolce tua madre.

Slogan numero quattro: Il silenzio è un contenitore di meraviglie. Prendilo come uno scrigno del meglio di te. Forse troverai anche qualche sorpresa che può non piacerti. Siine felice. Noi valiamo tanto di più, quanto più ci conosciamo, anche nelle ombre. Ricorda che ogni conoscenza di te stessa è una conquista che ti fa appartenere a te stessa. A nessun altro. Gli altri entrano nella nostra vita passo dopo passo, non come una cavalleria all’arrembaggio. Il silenzio è una straordinaria terapia contro il grigiore quotidiano e contro le cose “sempre le stesse”.
Slogan numero cinque: la natura ha detto grazie al Covid-19 perché ha tenuto gli uomini alla larga. La natura che rivive, che respira, che supera le polmoniti bilaterali da inquinamento ostinato. Sai cosa penso Annama’: fossi in te mi farei paladina di una condizione ambientale più umana, più pulita, più respirabile, più limpida. Il vantaggio sarebbe che tu diventassi capace di contemplazione di ogni particolare che ti circonda. Ti accorgeresti anche di una coccinella in un fitto incrocio di erbe spontanee. Diventi la piccola goccia non indifferente e inutile nell’oceano. Se sai coinvolgere i tuoi amici l’affare è fatto. Anna Martina, il Covid-19 passerà, purtroppo dopo aver seminato tanto dolore. Ma un Covid ritornerà se l’uomo, cioè io e tu, non cambia testa.

IL WEB: IMPORTANTE LUOGO EDUCATIVO

*di mons. Simone Giusti*
L’antropologa dei media Mizuko Ito, afferma: «un buon uso delle risorse online può diventare un vero volano per le capacità dei ragazzi, crea comunità, valorizza competenze». Forse non siamo molto abituati a vederla così ma in realtà gli adolescenti iper connessi di oggi vivono come se fossero costantemente immersi in un’enorme biblioteca, dove trova spazio ogni possibile argomento, materia di studio o semplice passatempo. Certo, non tutto è edificante, ma mai prima d’ora si è avuta a disposizione una quantità simile d’informazioni di ottima qualità, alla portata di chiunque. E con un’altissima probabilità di trovare qualcuno con cui condividere le proprie passioni, costruendo così relazioni profonde e durature. Se provassimo a guardare il rapporto fra ragazzi e web da questo punto di vista, faremmo delle scoperte molto interessanti. È quanto è successo come dicevamo all’inizio, a Mizuko Ito, giapponese trapiantata negli Stati Uniti, antropologa dei media, docente all’Università della California a Irvine, fra le prime a studiare sul campo l’uso dello smartphone da parte dei ragazzi e fautrice del ruolo fondamentale del gioco online e in generale dell’utilizzo della Rete come potenti strumenti per  l’apprendimento.

L“apprendimento connesso”(connected learning). È la situazione che si viene a creare quando un ragazzo è incoraggiato a seguire un suo reale interesse, con il sostegno dei propri insegnanti, ma anche dei compagni e di altri adulti di riferimento. A partire da questo coinvolgimento iniziale, che può essere innescato da un argomento non direttamente tratto dal programma formativo, viene a costruirsi un percorso personale di apprendimento. Un animatore potrebbe ad esempio lasciare in qualche caso che sia il ragazzo stesso a decidere su cosa concentrarsi nella sua personale ricerca a casa e scegliere gli argomenti per eventuali approfondimenti. I risultati migliori si ottengono quando gli educatori danno anche consigli su come alimentare le passioni dei ragazzi, fornendo indicazioni di risorse, online e offline. Il solo fatto che un docente prenda del tempo per capire davvero qual è l’interesse di un giovane, è in grado di cambiare radicalmente il rapporto di quel ragazzo con la parrocchia e con il catechismo in generale. Infatti più che la tecnologia sono determinanti le relazioni che si vengono a creare attorno a essa. Se un ragazzo non ha un buon rapporto con il gruppo e con gli adulti che lo seguono, la frequentazione del mondo digitale può anche portare a esiti negativi. Se invece c’è un forte legame con una comunità – famiglia, parrocchia, gruppi online – con cui condividere i propri interessi, l’uso creativo del web, può veramente dare al ragazzo un senso più profondo del suo compito al servizio della propria comunità.
* Tratto da Avvenire “Smartphone, videogame e scuola: le risorse che non ti aspetti”

L’educazione è cosa di cuore

L’espressione “L’educazione è cosa di cuore” è sempre stata attribuita a don Bosco, prete torinese del 1800 che ha fatto dell’educazione un mezzo per attrarre i giovani all’oratorio per poi indicargli strade nuove in cui incamminarsi per il bene della società.

Non sappiamo dalle fonti in quale momento don Bosco avesse pronunciato questa frase, ma siamo certi che rimane una sintesi sapienziale sul suo stile educativo che punta direttamente al centro, arrivando al bersaglio della persona. Dovessimo citarla per esteso, la frase suonerebbe in questo modo: “Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi”.

Si inizia con un ricordo. La nostra bravura ad educare parte non dalla capacità di guardare avanti, fondamentale per chi sta con i giovani, ma dalla nostra capacità di ricordare. Due cose sono importanti quindi: ricordarci del cuore e di Dio.

Questi capi saldi, in campo educativo, manifestano tutta la loro lungimiranza se considerate insieme alle parole di Papa Francesco sul nostro tempo: “ Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo.”

In questo “cambiamento di epoca”, il passo avanti è fare memoria, ossia ricordarci che non siamo soli in questa opera di evangelizzazione e che il Signore non vive nell’attesa di ricevere un cuore disponibile ma opera con noi stipulando un “patto educativo”,  meglio ancora un’alleanza educativa.

Potremmo dire quindi che l’educazione del cuore è un lavoro “a due”; il Signore ha le chiavi per accedere ai nostri giovani e a noi viene chiesto  il compito entusiasmante di apprendere l’arte da Lui, “ imparare a girare le chiavi nel cuore dei nostri giovani”. Questo è il primo suggerimento che fa da premessa alle nostre programmazioni, alle nostre intuizioni giovanili e alle tecniche di animazione.

Ora possiamo iniziare a parlare di “cuore”. Lo facciamo con le parole di Papa Francesco, che dice in merito: “Essere giovani, più che un’età è uno stato di cuore” (Esortazione Apostolica Cristus Vivit). Arriva a questa espressione spinto dalla Sacra Scrittura, in cui i giovani si presentano: sinceri come Gedeone, capaci di scoprire la forza del proprio cuore come Davide, audaci come Geremia e in grado di cambiare il proprio cuore come accade nella parabola del padre misericordioso, in cui il giovane figlio fa ritorno a casa del padre.  Il “cuore del giovane” continua Papa Francesco, “deve essere considerato terra sacra, portatore di semi di vita divina e davanti alla quale dobbiamo toglierci i saldali per poterci avvicinare ad approfondire il mistero”.

Il cuore giovanile presentato così da Papa Francesco, si presenta come un dono che richiede dei compiti specifici da eseguire. Possiamo quindi tracciare un cammino di accompagnamento del cuore dei giovani che prende le mosse da un passo del Vangelo di Luca: “L’incontro dei discepoli con Gesù mentre si incamminano verso Emmaus”.

Le tappe sono le seguenti. “Gesù in persona si avvicinò a loro” (Lc 24, 15b) l’importanza del silenzio per ascoltare il battito cardiaco del giovane;  “Disse loro: che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?” (Lc 24, 17) in riferimento al compito di capire “per cosa” batte il loro cuore;  “Alcuni dei nostri sono andati alla tomba …, ma lui non l’hanno visto” (Lc 24,24) l’importanza di “accordare il cuore con gli altri”; ed infine, “furono vicini al villaggio dove erano diretti” (Lc 24,28) la costanza di monitorare le frequenze del cuore dei giovani.

Ascoltare il battito cardiaco:  Il cuore va ascoltato. Il battito cardiaco va udito per capire in quale stato si trova. Ci sono giovani che viaggiano con ritmi accelerati distratti dalle molteplici attività usando il cuore come fosse una “pompa meccanica”. Entriamo nel tema del silenzio e non dell’ascolto anche se affini e collegabili. Potremo dire con decisione che l’educatore può imparare l’arte dell’ascolto solo se precedentemente ha appreso l’arte del silenzio. Il silenzio rende possibile l’ascolto. I giovani in tali circostanze posso essere vicini o lontani, bravi o cattivi, educati o scalmanati, il silenzio ci consente di comprendere da quale punto noi stiamo accanto agli altri e siamo pronti ad accoglierli senza pregiudizio. Potremo dire che mentre il silenzio ci illumina sul nostro modo di accostare i giovani, l’ascolto è il frutto di un silenzio maturo che orienta la vita vero ascolto del giovane.

Capire per cosa batte: Il cuore è stato plasmato affinché potesse battere per qualcuno e non per qualcosa. Per comprendere cosa vuol dire “recuperare” il battito cardiaco donando la giusta frequenza, possiamo usare due termini: eccesso ed eccedenza. La prima parola “eccesso”, è molto evocativa, richiama la nausea tipica dei giovani che si concentrano in un’esperienza, esaurendola e spegnendosi in essa completamente. E’ il caso di un cuore che batte per tutto ciò che lo illude: la droga, il successo facile, la ricerca estenuante delle scorciatoie. Questa strada spinge il giovane ad esperienze forti, purtroppo eccessivamente forti da essere classificate come disumane.

La seconda parola è evocativa per noi cristiani che siamo cercatori di esperienze forti contrassegnate dall’ “eccedenza”. Il termine eccedenza non si spiga con “l’eccesso” ma con “’abbondanza”. Il nostro cuore batte quando il flusso del sangue è abbondante e può spingersi verso esperienze che mettono a confronto con la vita e con la quotidianità, senza scorciatoie e mezze misure. La frase di Pier Giorgio Frassati “vivere e non vivacchiare” è molto più esaustiva di altre spiegazioni.

Accordare il cuore con gli altri: Emmaus è la storia di due discepoli visitati dal Signore, insieme, in cammino e verso una meta. Inoltre i discepoli erano parte di una comunità che tentava di ri-costruire l’annuncio del Risorto. Ogni giovane è portatore di un tassello dell’Annuncio del Signore Risorto. Qui la necessità di battere il cuore dei giovani all’unisono: insieme appunto. Ancora il Papa ci aiuta in questo tema: “molti giovani distratti, volano sulla superficie della vita, addormentati e incapaci di coltivare le relazioni profonde e di entrare nel cuore delle cose” (n°19 Chritus Vivit). Occorre far ricoprire ai giovani il gusto di nutrirsi di relazioni vere e sincere, propedeutiche all’incontro con il Signore della vita. Questa rotta di cammino ci viene suggerita direttamente da loro quando li cogliamo perennemente presi dai social e dai loro smart phone: inseguono così la vita dei compagni, le loro “storie”, si mostrano affamati di ogni segmento della vita degli altri. Proprio qui noi dovremo far scaturire l’annuncio del Vangelo, in continuità con la loro sete di umanità, potremo dire in continuità con la fame e sete di umanità che Gesù ha di noi.

L’ultimo punto fa emergere la nostra fede, la nostra “tenuta sulla strada di Emmaus”: la costanza di monitorare le frequenze del cuore dei giovani. La costanza per un animatore è determinante proprio perché i giovani si stanno affacciando alla vita e hanno bisogno di comprendere che essa è fatta di riferimenti. Approfondendo l’immagine del cuore e di Emmaus potremo dire: l’educatore deve continuare a far battere il cuore dei giovani senza fargli mancare il terreno sotto i suoi piedi. Solo una fede adulta può generare passi adulti nella fede. I ragazzi si sentono smarriti nel cammino se fanno del disorientamento il “leitmotiv” della loro vita: il costante disorientamento. Noi come educatori è chiesto di disattivare la “geoloaclizzazione” facile dei loro movimenti e optare per la prossimità nel quotidiano in possono avere le chiavi per poi leggere la prossimità di Gesù che nel Vangelo sembrava inseguire i poveri, i giovani e gli esclusi.

A conclusione di questo piccolo percorso possiamo rifarci ad una frase di San Francesco di Sales, che ha sempre seguito con passione l’umanità disseminata della sua diocesi che guidò con amorevolezza. “Conquistato il cuore dell’uomo conquistato tutto l’uomo”, in altri termini, conquistato  il “cuore dei giovani conquistato tutto il giovane”. A noi la grande sfida che parte oggi, chiedendoci “dove è il nostro cuore” e “per chi batte”, per poi andare sicuri verso i cuori dei più giovani dove Dio ci attende.

Don Stefano Casu

Avengers Endgame – Quando il sacrificio di pochi aiuta la resurrezione di molti

L’ultimo film della saga degli Avengers, Avengers Endgame, è sicuramente il più denso di significati da utilizzare anche in ambito oratoriale. La storia ha il suo inizio nel film precedente in ordine di tempo, Avengers Infinity war, dove il malvagio “Thanos”, il cui nome deriva proprio da Thanatos, la morte nella mitologia greca, riesce a sterminare metà della popolazione dell’Universo con un solo schiocco di dita. E’ la fine di personaggi noti dell’universo Marvel, Spiderman, Doctor Strange ecc… che muoiono dissolvendosi improvvisamente. Per la metà della popolazione che sopravvive la vita non sarà più la stessa: in ogni famiglia infatti qualcuno è scomparso e persino gli animali che popolavano i vari pianeti hanno subito la stessa sorte, lasciando i mondi più silenziosi e tristi. Lo scoraggiamento, lo sconforto, il senso di fallimento sembrano avere la meglio sul piccolo gruppo rimasto dei vendicatori. Qualcuno si lascia andare e perde la sua dignità, qualcuno resta in attesa di qualche evento che possa dare un senso a quello che è successo. Lo stesso Thanos, raggiunto il suo scopo e cioè rimettere in equilibrio la bilancia dell’esistenza dell’intero Universo, torna ad una vita semplice, rurale, lontano da tutto e da tutti. Ma la storia non finisce qui. La morte, come nella visione cristiana, non ha l’ultima parola su tutto. Inizia a rinascere la speranza che qualcosa possa cambiare, che insieme si possa tornare a progettare un futuro diverso da quello che sembrava ormai scritto. E così il resto degli Avengers si organizza per compiere un ultimo tentativo di riportare in vita coloro che si erano dissolti. Ma tutto questo ha un prezzo, ognuno deve mettere da parte i propri particolarismi, le proprie ritrosie e fare un gioco di squadra. Insieme si vince, da soli si perde. Sembra questo il messaggio che potrebbe essere interessante sviluppare anche con i nostri ragazzi a partire dalla visione del film. Ognuno ha un compito da svolgere, più facile o più difficile, ma sempre secondo le possibilità che ci vengono date e il lavoro di ciascuno concorre al bene di tutti. Anche il sacrificio isolato della Vedova Nera, che darà la sua vita per recuperare una delle sei gemme dell’infinito, non basterà a scongiurare la vittoria di Thanos. Ne servirà un altro di sacrifici, questa volta quello di Iron Man, che andrà incontro al suo destino sapendo che quello è l’unico modo per salvare l’umanità. Due morti, due sacrifici per far risorgere definitivamente tutti coloro che erano morti. E qui le analogie con la visione cristiana della resurrezione abbondano, ma anche la forza della prima comunità cristiana, che non si è lasciata sopraffare dalla disperazione per la perdita del loro maestro e Signore piuttosto si è fatta guidare dallo Spirito verso una nuova vita.

Luca Paolini