“LEO E BEATRICE” OVVERO “BIANCA COME IL LATTE, ROSSA COME IL SANGUE”

di Luigi Cioni*

Non so se sto peccando di presunzione nell’affermare di aver capito qualcosa, ma a partire esclusivamente dalla mia esperienza, mi pare
di poter dire che se crediamo, in una qualsiasi attività educativa, di poter procedere in modalità deduttiva, di poter fare affidamento cioè su
idee, astratte, ben assimilate e consolidate, e da lì costruire la nostra prassi e la nostra comunicazione pedagogica, ritengo che saremo destinati ad un inesorabile fallimento.
Cerco di spiegarmi meglio, facendo riferimento a me stesso. La mia generazione si riconosceva in alcune idee, aderiva intellettualmente
a delle proposizioni che ritenevamo convincenti, quando non addirittura ovvie e indiscutibili, e da lì riuscivamo a trarre un dover-essere
che informava la nostra vita, pur tra errori e fallimenti, ripartenze e successi. Questo anche nella nostra ricerca di essere cristiani: il punto
di partenza era la fede! Da essa, più o meno consapevolmente, discendevano le nostre scelte che volevano, o almeno ci provavano, essere
coerenti con ciò che affermavamo con le parole. Quindi: “l’amore per il prossimo”, la “cura”, perfino la preghiera e la meditazione.
Quanto questo fosse convinzione o tradizione, motivazione interiore o posa, per alcuni aspetti è stato dimostrato dall’incedere del tempo
che, inesorabile, ha mostrato, nei nostri volti riflessi nello specchio, non solo le immancabili righe, ma come novelli Dorian Gray, anche le
nostre contraddizioni ed il nostro io più autentico (o forse umanamente inautentico).
Credo che da questo processo la generazione attuale si sia più o meno consapevolmente emancipata e, anche quando chiediamo conto ai nostri ragazzi e giovani della loro capacità di dono, di altruismo, di charitas, di cura e di agape, come necessità di coerenza di fede, forse ciò che ci sapranno, o vorranno restituire, altro non sarà che un comportamento, un atteggiamento. Scelte, fatte in nome di moto interiore, di una empatia che ha mutato la loro vita, magari anche in maniera sconvolgente, senza che neppure sappiano elencarne i motivi razionali. Quindi direi, in modo induttivo, per certi versi.

Si parte dall’esperienza, dal desiderio, dalla “voglia”, si arriva alla scelta esistenziale e, forse solo dopo, alla consapevolezza ideale.
Questo processo sta alla base di un libro che tutti abbiamo letto, magari con un po’ di sufficienza e di paternalismo (soprattutto noi anziani),
ma da cui non possiamo dire di non essere stati, almeno in parte, toccati: Bianca come il latte, rossa come il sangue, romanzo di esordio di
Alessandro D’Avenia (Mondadori, Milano 2010) Mi riferisco al libro, più che al film che ne è stato tratto (Italia, 2013), per l’immancabile semplificazione che spesso comporta il passaggio sulla pellicola di un’opera scritta, ma soprattutto perché la scelta di Leo, protagonista della storia, trova nel testo scritto una più accurata espressione.
La scelta della cura, dell’accompagnamento, della assunzione del dolore altrui come proprio, che nasce dall’infatuazione giovanile per una ragazza, lentamente si trasforma e diventa sempre più una scelta di consapevolezza. Il ragazzo è costretto a guardarsi dentro, a trovare la fonte del suo dolore, e al contempo della sua volontà di non sottrarsene, come invece la sua istintività di superficiale desiderio di sopravvivenza gli suggerirebbe. Questo processo lo porta a scoprirsi, alla fine, diverso. Diverso perché più capace di distinzioni, di maggiori profondità, di gioia che non derivi solo dal banale divertimento, ma da sorgenti più antiche e autentiche.
In poche parole capace di carità. Capace di amore! Una capacità che non gli deriva dalla adesione intellettuale a delle categorie concettuali,
ma dallo sguardo di Beatrice. Dal suo volto, in cui Leo desidera trovare, o forse solo intravede, la sua personale possibilità di essere un di più,
un altro.
Da tutto questo nasceranno anche le idee, la consapevolezza, le scelte? Nessuno lo sa! Nemmeno lui. Sa solo che ha sentito un richiamo, una vocazione, diremmo noi più vetusti. Per adesso ci sono le domande. Le risposte verranno. Forse anche solo un nuovo amore, più consapevole, magari educato da una vita condivisa.

LE COSE DI CUI T’INNAMORI SONO FRUTTO DI UN’ESPERIENZA

di padre Francesco Gusmeroli*

Non è la stessa cosa parlare di carità o vederla all’opera, come non è la stessa cosa parlare del Vangelo o incontrarlo nella concretezza della
vita. Le cose più belle, quelle di cui ti innamori e appassioni, hanno sempre a che fare con un’esperienza vissuta in prima persona.
La Caritas diocesana da anni propone percorsi che possano avvicinare le nuove generazioni alle esperienze di carità della diocesi, offrendo
una formazione mirata, arricchita da esperienze concrete di servizio nei luoghi in cui questo viene svolto quotidianamente, allo scopo di
suscitare una trasformazione della mente, del cuore e delle mani nei giovani partecipanti.
I ragazzi sono invitati a partecipare a una serie di incontri che confluiscono poi nella visita a un’opera di carità, possibilmente facendo anche
servizio. Gli incontri seguono il metodo laboratoriale che prevede:

1. fase espressiva: partire dalla vita. La prima tappa consiste nel mettersi
in gioco, dando spazio alla vita dei ragazzi, alle sue esperienze, conoscenze e precomprensioni sul tema.
2. fase analitica: ascoltare una novità. È la fase dell’approfondimento tematico che parte dalle precomprensioni del gruppo per orientarle
o correggerle. È il momento di dar voce ai formatori.
3. fase riappropriativa: interiorizzare il messaggio. In questa fase, le conoscenze vengono collocate nel proprio bagaglio del sapere, i
nuovi criteri divengono stimoli a nuove idee, le esperienze vissute entrano a far parte del proprio modo di sentire e percepire.
Come ogni metodo, anche questo è legato ad una precisa idea di persona, di formazione e di Chiesa: la persona è vista come un essere in
divenire, ricco di esperienza, capace di elaborazione e di apprendimenti, portatore di doni.
La formazione è intesa quindi come una trasformazione che si innesta in ciò che ciascuno è per ridisegnare il suo modo stesso di percepire la
realtà. Colui che si forma è coinvolto attivamente nel processo di crescita.
All’interno del gruppo si sperimenta una Chiesa che è luogo di scambio delle ricchezze di ciascuno per la crescita di tutti. Nel rispetto
delle competenze e dei ruoli di ognuno, si instaura una collaborazione che rende protagonisti tutti.
Il percorso finora più richiesto è stato “Povero è chi non ama”, sviluppato in 2 incontri più la visita al Villaggio della Carità, prevede:
1. Fase espressiva: Riflettiamo con i ragazzi sulle povertà presenti nel nostro territorio a partire dal loro punto di vista, cercando di identificare quali siano le cause di tali povertà attraverso la realizzazione di un disegno che rappresenti l’albero delle povertà di oggi, con
l’indicazione delle cause della povertà alle radici e i frutti della povertà sui rami.
2. Fase analitica: Presentazione dei dati reali ricavati dal rapporto delle povertà e introduzione di quelle che sono le reali cause della povertà
nel nostro territorio. Spiegazione del Centro di Ascolto e dello stile della Caritas nell’intervento a favore dei più disagiati, i valori di
riferimento, la spiritualità.
3. Fase riappropriativa: con i ragazzi interveniamo sull’albero delle povertà, andando ad inserire atteggiamenti, proposte, idee, per rispondere con efficacia alle sfide della nostra società.
Al termine degli incontri, la visita al Villaggio della Carità rappresenta l’opportunità per vedere con i propri occhi, toccare con mano, attraverso l’incontro con gli operatori e i volontari, visitando gli uffici e scoprendo il cuore della Caritas, lì dove parte l’impulso che sostiene i numerosi servizi, più di 30 sul nostro territorio. Per poter fare bisogna prima imparare ad essere, questo il messaggio, questa la proposta per chi si avvicina a questa realtà, luogo di promozione, educazione e servizio.

 

FORMAZIONE E MISSIONE ALLA CARITÀ: UN BINOMIO INSCINDIBILE!

di don Fabio Menicagli*

“Perché donarsi agli altri?”… “Perché devo a fare un servizio per gli altri?”. Sono queste le domande che risuonano spesso nei nostri percorsi catechistici. La proposta che facciamo ai ragazzi è quella di fare “esperienze di Caritas” durante l’anno, per scoprire il valore del dono di se stessi agli altri, perché un cristiano non può non fare opere di carità! Utilizziamo volutamente l’espressione “ esperienze di Caritas”, per indicare il servizio che facciamo fare ai ragazzi, grazie all’azione delle Caritas diocesane o parrocchiali, per prendere coscienza della povertà e
di come sia bello aiutare gli altri. Vi sono, però, due rischi opposti nella proposta da delineare:

1. Il primo rischio è “mettersi sopra dell’altro”: pensare che i poveri siano gli altri rispetto a noi, gli utenti, che si rivolgono al centro servizi,
ai quali noi bravi cristiani diamo un aiuto.
2. Il secondo rischio è “sentirsi falliti”: comprendere che il nostro aiuto è soltanto palliativo e non serve a risollevare l’altro, perché la sua
situazione è complessa e non si risolve solo con un piatto di pasta o un pacco viveri.
Abbiamo evidenziato questi due rischi perché dobbiamo essere chiari quando nei nostri percorsi catechistici facciamo delle proposte. Il cristiano non “fa del bene agli altri”, ma … “si dona al fratello”.
La proposta, quindi, potrebbe diventare: “come vorresti donarti ai fratelli?”.
Questo perché la logica che deve trasparire è quella del dono di sé, in altri termini la via oblativa del cristiano.
L’origine di questa via la troviamo nella Carità, altro termine che molto spesso è confuso con “fare del bene”. Al contrario, la Carità, come
emerge dal dato biblico, è visibile nel dono che Gesù Cristo ha fatto di sé sulla Croce. Potremmo dire in altri termine che la Carità è all’origine
di ogni azione della Chiesa e addirittura ne è lo “start”, cioè, ciò che avvia la volontà di agire nella comunità cristiana.
Se è vero quanto diciamo, comprendiamo che solo attraverso l’incontro con Gesù Cristo, che sulla croce ci ha mostrato la Carità, possiamo
donarci ai fratelli. Comprendiamo allora che non esiste il percorso di catechesi scisso dal servizio di carità. Dobbiamo sempre più pensare a percorsi di formazione cristiana, intesa come percorsi che “formano a Cristo”, che prevedano necessariamente momenti di incontro con la persona di Gesù Cristo. Gesù Cristo è sorgente della Carità, che suscita in ognuno di noi il bisogno di riversarla ai fratelli. È l’incontro con Cristo che rende servo di Carità, cioè servo nel Suo amore. Ecco che colui che si mette al servizio di Cristo diventa così un compagno di viaggio, che accompagna alla sorgente coloro che hanno bisogno di aiuto per dissetarsi, qualcuno che li aiuti mettendosi accanto non per “fare del bene” ma per fare un tratto di cammino con lui.
L’articolo potrebbe finire così, ma prendiamo spunto dall’ultima canzone di Francesco Gabbani che si intitola “Viceversa”. Il cammino deve
essere biunivoco. Prendiamo atto, che, se anche il cammino logico-spirituale è quello proposto, non sempre i nostri percorsi formativi sono
capaci di far incontrare Gesù Cristo come sorgente di Carità. Come allora unire il binomio formazione e servizio alla carità? Aiutando i ragazzi a fare “esperienze di Caritas” e contemporaneamente a mediare il loro vissuto. Far sì che da esperienza pratica possano comprendere il valore di ciò che stanno facendo, magari aiutandoli ad esprimere le loro emozioni e sentimenti, a comprendere ciò che sta accadendo nella loro vita, scoprendo un ambiente a loro distante, o a volte troppo presente da affrontare nella loro vita. Qui si innesca allora il processo contrario: partire dal servizio alla carità per incontrare Cristo origine del mio agire. Rimanendo nell’ambito della sorgente, il percorso è quello di fare un tratto di cammino verso la sorgente insieme al fratello, per accorgersi che quell’acqua parte da una sorgente che non vediamo apparentemente ma che dona e riversa acqua in modo continuo. Concludiamo sottolineando che non importa il percorso che scegliamo, ma che la proposta catechistica conduca all’incontro con Cristo sorgente della vera Carità, partenza della via oblativa.

GESÙ MAESTRO DI CARITÀ

di don Valerio Barbieri*

Uno degli appellativi di Gesù più frequenti nei vangeli è “maestro”. E un maestro in effetti era, tanto da avere dei discepoli. Essendo io un biblista, e non un pedagogista o un catecheta, mi limiterò a qualche spunto di riflessione a partire da un episodio evangelico legato alle celebrazioni pasquali, che ci può aiutare a conoscere meglio lo stile educativo di Gesù e, perché no, aiutarci a imitarlo, qualora avessimo anche noi nella Chiesa un ruolo educativo, magari anche semplicemente in quanto genitori.
L’episodio che ho scelto è la lavanda dei piedi. La sera dell’ultima cena con i suoi discepoli Gesù «quando ebbe lavato loro i piedi, riprese
le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo
sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”» (Gv 13,12-15).
Noi abbiamo capito quello che Gesù ha fatto per noi? Spesso si commenta questo gesto di Gesù mettendo in evidenza l’importanza di farsi
servi degli altri, essere disponibili ad un servizio. Tutto qui? Ora Gesù stesso, dopo quel gesto, dice di averci dato l’esempio e che ci dobbiamo
lavare i piedi gli uni gli altri. Certamente non è da interpretare alla lettera questa raccomandazione di Gesù. Nessuno infatti ci ha insegnato che dobbiamo lavare i piedi agli altri! E allora qual è l’esempio che ci ha dato? E come possiamo imitarlo?
Non dimentichiamoci che Giovanni ci riporta questo episodio nel contesto dell’ultima cena, in parallelo agli evangelisti che ci raccontano l’istituzione dell’Eucarestia. C’è un legame profondo tra questi due racconti, tanto è vero che noi li ascoltiamo entrambi nella liturgia del Giovedì Santo, giorno in cui cominciamo le celebrazioni pasquali. Non si può capire cosa intenda Gesù per esempio se non si coglie questo legame tra i due episodi e soprattutto con quello che avverrà di lì a poco: Gesù offrirà la sua vita per la salvezza del mondo. Ecco l’esempio! Ecco cosa intende dire Gesù con “fate questo in memoria di me”. Certamente significa “ripetete questi gesti”, ed è quello che facciamo celebrando la S. Messa, ma ci vuole anche dire “offrite anche voi la vita per me e per gli altri”.

Quanto ho tentato di esprimere in queste poche righe è ciò che dovrebbe contraddistinguere il servizio cristiano, ciò che rende il servizio
davvero carità! Per fare servizio nell’SVS piuttosto che alla Croce Rossa, etc… non c’è bisogno di essere cristiani… Quindi vuol dire che il servizio è per tutti… Noi invece vogliamo educare i nostri giovani non solo al servizio, ma alla carità, alla donazione totale di se stessi all’altro, sull’esempio di Gesù. Ritengo fondamentale che i ragazzi entrino in questa dimensione interiore, per evitare due errori: pensare che il servizio e la carità siano la stessa cosa; pensare che si possa esercitare la carità solo facendo un servizio, inteso come qualcosa di concreto da fare. Si può offrire la propria vita al Signore in tanti modi, anche con la sola preghiera! Pensiamo al momento che stiamo vivendo, chiusi in casa e impossibilitati a compiere molti servizi… Può essere un tempo di grazia per comprendere che in tanti nostri attivismi, in cui spesso coinvolgiamo anche i giovani, spesso la dimensione interiore è marginale, e non si sta educando alla carità.

SABATI DELLA CARITÀ: “i poveri” generatori di fede e maestri di vita

A cura di: Le Figlie della Carità di La Spezia*

Come fare perché la Cresima non diventi l’ultima tappa nel cammino di fede? Come trasmettere la passione per Cristo e per l’uomo ai ragazzi? Come poter mostrare che una vita senza Dio è una vita vuota, triste, senza orizzonte? Come poter rispondere al bisogno di sicurezza,
stabilità, benessere, felicità, amore dei ragazzi? Questi sono alcuni degli interrogativi che quotidianamente ci assillano … chi ha incontrato Cristo, chi sperimenta il Suo Amore non può trattenerlo per sé ma desidera mostrarlo e donarlo al mondo, San Vincenzo de Paoli ripeteva “non mi basta amare Dio se il mio prossimo non lo ama”. Ma possiamo noi aiutare i ragazzi ad amare Dio? Noi possiamo essere “facilitatori d’incontro”, possiamo metterli davanti a un incontro e poi pregare. Sì, pregare perché i loro occhi sappiano “vedere”, le loro ginocchia sappiano piegarsi, la porta del loro cuore si possa aprire, l’incontro possa avvenire, la vita acquisire un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Questa convinzione ci ha spinte a promuovere “i sabati della Carità”.
Iniziati con il gruppo del post-cresima e superiori all’interno di una parrocchia, sono ora l’espressione della collaborazione di 4 parrocchie
all’interno della Diocesi di La Spezia. Tanti di questi ragazzi sono nostri ex alunni che tante volte non hanno una parrocchia di riferimento ma che sentono la scuola come loro “casa”.
In cosa consistono i “Sabati della Carità”?
Nella Scuola delle Figlie della Carità alla Spezia incontriamo i ragazzi il sabato ogni 15 giorni. La cadenza quindicinale è per poter lasciare due
incontri formativi al mese all’interno della parrocchia di appartenenza e non rischiare di perdere il legame con la propria comunità, alimentando la consapevolezza di essere “inviati” dalla stessa. I ragazzi arrivano intorno alle 16.45/17.00 per un primo momento di
gioco, dialogo e merenda insieme. Dopo la preghiera, l’invocazione allo Spirito, ha inizio “il servizio ai poveri”. In realtà non ci piace chiamarli poveri, chi ha sperimentato lo sa, … chi è più povero: chi dona o chi riceve? Allora preferiamo chiamarli “fratelli”, “amici” … Finita la preghiera “usciamo per le strade” e mentre i ragazzi più grandi delle superiori a piccoli gruppi di due o tre vengono inviati per le visite a domicilio ai “nonni”, anziani soli, e ad alcune famiglie in difficoltà per la consegna del pacco viveri, i giovanissimi del post cresima si mettono in cammino per le strade del centro.
Possiamo riassumere questa esperienza in 5 punti.
CERCARE. PIEGARSI. CHIEDERE PERMESSO. GUARDARE NEGLI OCCHI.
LASCIARSI TRASFORMARE.
L’incontro con i questi fratelli non può lasciarci come prima. Chi incontra i “poveri” può non vederci subito Gesù, i ragazzi scoprono però che, nella misura in cui aprono il cuore alle persone che hanno davanti, la vita cambia, pian piano si trasforma. Essi diventano per loro veri maestri. Il contatto con le loro storie e l’incrocio di sguardi e sorrisi diventa quella piccola goccia che pian piano lavora la roccia e la trasforma …. Su questo punto vogliamo riportare direttamente la voce al alcuni ragazzi:

• Ho capito che è cambiato in me qualcosa da quando ho iniziato a intraprendere questa esperienza perché facendo del bene alle persone
che si aiutano si riceve la gioia di aver aiutato qualcuno.
• Ho consapevolezza che c’è sempre qualcuno che sta peggio di me e questo, anche se poco, cambia le mie azioni quotidiane.
• È cambiato di vedere il mondo con occhi diversi.

• Sì, ora mi sento qualcosa nel cuore grazie a voi signori della strada.
• Ho capito il senso della povertà, i sacrifici, e che si può vivere anche senza tutte le cose che abbiamo.
• Vedendo alcuni anziani ho imparato che la vita è una e non dobbiamo sprecarla.
• Ho imparato ad essere altruista.
• È cambiata la mia vita. Prima ci passavo vicino e provavo disprezzo, mentre ora mi calo nei loro panni.
• Sì, ho imparato a non sprecare il cibo; anche se sono piena o non mi piace, lo mangio lo stesso perché so che ci sono persone che non hanno quello che ho nel piatto..
• Da quanto ho incontrato questi fratelli più poveri sento di essere più generosa e altruista con il prossimo.
• Adesso se mi metto nei panni dei poveri riesco a capire di più.
• Dopo che li ho incontrati metto più impegno nelle cose che faccio. Ho imparato inoltre a non sprecare nessun tipo di cosa per qualsiasi motivo.
• Ho capito che io sono molto fortunata e che mi devo accontentare delle cose più semplici perché sono quelle essenziali.
• Ho capito che le cose per me normali per tutti non lo sono, quindi devo cercare di apprezzare di più quello che ho senza darlo per
scontato.
• Ha cambiato la mia sensibilità. So che sono fortunata ad avere degli amici perché nei loro sguardi ho notato solitudine.
• Mi sono resa conto che devo imparare ad essere meno superficiale.
• Pensando alla forza con cui affrontano la vita i poveri non mi butto giù per ogni stupidità ma penso che ci sono cose peggiori.
• Vedo i poveri sotto un’altra prospettiva: li sento tutti come amici.
• Quest’esperienza non solo mi dona gioia ma mi ha anche aiutato a superare la timidezza che avevo, e mi fa capire che aiutare i più poveri
è una cosa veramente importante.
• Ho capito meglio come vivono. Sono più consapevole.
• Grazie! Grazie Signore, perché ogni volta ci dai l’opportunità di incontrarti, di stringerti la mano e di tornare a casa più ricchi…non di cose, ma di qualcosa che si chiama gioia, senso della vita, dono ricevuto
• ci insegnano grandi valori quali: la pazienza; il coraggio nell’affrontare situazioni difficili; la riconoscenza e la capacità di essere felici per le piccole cose; la solidarietà tra di loro; l’affidamento la capacità di soffrire in silenzio che si esprimono nell’atteggiamento dignitoso dello stare lì seduti spesso senza neppure chiedere, ma pronti ad aprirsi nel dialogo con chi, fermandosi un poco, li fa sentire accolti come persone, vivi perché qualcuno si accorge di loro…
Alle 19.00 generalmente rientriamo e i sabati della Carità proseguono
con il momento di formazione in Chiesa e a seguire alle 19.45 la pizza e poi i giochi insieme. Questo è un punto di forza perché risponde al bisogno molto forte a questa età di parlare, di essere ascoltati e soprattutto di stare insieme.
San Vincenzo questo ce lo ha trasmesso e noi vogliamo ripeterlo a voi, lui aveva capito che Dio non lo attendeva nei libri o nelle contemplazioni estatiche, non lo attendeva nel silenzio di un monastero ma lo attendeva nell’uomo: nel piccolo, nel misero, nel carcerato, nello straniero, nel sofferente, nel peccatore e in ogni persona povera di amore, bisognosa di Dio stesso. Anche noi lo abbiamo trovato lì. Ciascuno di noi ha un luogo in cui il Signore lo aspetta, ciò che ci consente di trovarlo è il desiderio e la voglia di cercare, piegarsi, chiedere permesso, guardare negli occhi e lasciarsi trasformare.

UN GIOVANE A SERVIZIO DI ALTRI GIOVANI

di Gian Maria Daveti*

L’aridità a volte si presenta sotto forma di luci sfarzose che illuminano occhi troppo impegnati a cercare una verità momentanea istantanea,
che si perde in una brezza leggera lasciando ciottoli di banale allegria sulla battigia della nostra anima. Oppure può manifestarsi vestendo i panni di una ribellione schiamazzante che urla verso il cielo e la terra ma rimane rasoterra senza decollare mai, annebbiata da trasgressioni
che incatenano più che liberare facendo sentire molta stanchezza. Fu con questo mantello di percezioni che appena diciottenne ricevetti un
invito particolare, senza nemmeno rendermene conto mi trovai a casa di Simone “un bimbo” come diciamo a Livorno (termine utilizzato per
definire l’età dagli 0 ai 126 anni) che durante la giornata ha bisogno di compiere semplici esercizi di fisioterapia per allungare i propri arti.
Là trovai altri ragazzi e ragazze più o meno della mia età, successori di una buona e sana abitudine ormai trentennale che aveva visto  susseguirsi nei decenni centinaia di giovani che, come uniti in una sacra ruota del bene, si erano passati il testimone.
Quel pomeriggio fu come una boccata d’ossigeno dopo secoli di apnea, mi resi conto che non mi ero mai affacciato a guardare il mirabolante
paesaggio della diversità, ma avevo sempre indossato gli occhiali dell’indifferenza. Sentivo che qualcosa nell’aridità del mio giardino stava
germogliando e come risucchiato da una forza centrifuga mi ritrovai a far parte come volontario della Caritas, nei servizi per l’handicap,
pian piano iniziai a dedicare quasi tutto il mio tempo libero al volontariato e qualcosa nella mia percezione stava cambiando.
Tutta quella rabbia che rivolgevo verso il cielo e la terra si stava trasformando in una intima e profonda quiete che appariva tutte le volte che
ero in mezzo e immerso ai miei amici, non potevo e non riuscivo più categorizzarli con un’etichetta che avevo introiettato, per me erano e sono amici che mi indicano qualcosa di ancora più forte e profondo che per anni avevo prima ignorato e poi maledetto. È tramite queste esperienze che ho iniziato a sentire Dio ed a riutilizzare quel prezioso talento che è la fede, il cambiamento in me è arrivato tramite sorrisi e risate da parte di chi per una visione annebbiata di una società cieca all’amore, pone ai margini ma da quei margini si può vedere l’enorme
vastità di bellezza con cui Dio ci ha creato e quel senso di verità che zoppicanti proviamo sempre a rincorrere. Le mie incoerenze e
contraddizioni purtroppo o per fortuna ancora fanno di parte di me e quella sensazione di aridità a volte soffia nel giardino della mia vita, ma trova sempre piante e fiori profumati di pace che l’accolgono, seminati da quegli amici che Dio ha portato sulla mia strada e che non
finirò mai di ringraziare.

AMARE COME DIO

*di mons. Simone Giusti

Amare come Dio ci ama è possibile.
L’amore a cui il Signore ci chiama è l’amore disinteressato, gratuito, radicale, totale. Esso non tollera compromessi, è l’amore che sa arrivare
a dare la vita per gli altri, addirittura a morire per l’altro. Siamo chiamati ad amarci con un amore divino, ad avere fra noi dei rapporti d’amore quali quelli che legano il Padre al Figlio. Ogni giovane è chiamato a saper amare i poveri e a lottare per una società più giusta come Pier Giorgio Frassati. Ricco e famoso contrasse la tubercolosi per servire i poveri di Torino. Non si può dire di essere cristiani e poi essere chiusi solo nei nostri pensieri, nelle nostre egoistiche preoccupazioni, pensare solo a se stessi, a come divertirsi, a come far soldi. Non si può dire di essere cristiani e non mettere al primo posto l’altro che è mia madre, mio padre, mio marito, mia moglie, i miei figli, i poveri. Chi non ama così non ha conosciuto Dio.

Amare come Dio ci ama è possibile perché questo amore ci è stato donato, è Cristo.
Viviamo in Cristo e amiamo, viviamo in Cristo e accorgiamoci, giorno dopo giorno, che il nostro cuore è sempre più capace di amare. Di vincere il proprio egoismo. Accogli questa presenza di Cristo in te e ama. Scoprirai come l’amore paga, come dimenticarsi per l’altro sia bello,
come donandosi si riceva tantissimo e come il nostro cuore divenga ricolmo di gioia. “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena“.1
Il Signore ci chiama ad amare come egli ci ama solo per questo: affinché siamo gioia. Per questo il Signore ci ha chiamato, questi sono
i frutti che il Signore si attende da noi: una vita all’insegna del dono e della gioia.

 

Virtuale ma non troppo

Domanda

“Seguo la vostra “parrocchia virtuale” da quando è nata. Mi è sorto alcune volte un dubbio: non si rischia di sostituire i rapporti “reali” con rapporti “virtuali” (quindi non esistenti realmente!!)?

Mario

Risposta
Carissimo Mario, Grazie per averci espresso la tua perplessità riguardo la “parrocchia virtuale”. Quello di cui parli è un rischio che si corre se si rimane fermi nel virtuale e ciò che in questo ambito si vive non viene vissuto realmente nella vita. Come hai potuto vedere sulla pagina facebook della parrocchia virtuale le iniziative cercano di tendere sempre ad incontri fisici tra le persone per creare proprio quello spirito di comunione che in rete, appunto, rischia di rimanere solo qualcosa di virtuale. Inoltre, questo mezzo vuol essere anche e soprattutto uno strumento di riflessione sulla vita del cristiano attraverso diversi spunti che pubblichiamo di tanto in tanto. La rete è intesa da noi come punto di partenza per poi poter arrivare a qualcosa di reale e di profondo e infine per poter approfondire sempre di più il mistero di Cristo
attraverso tutti.