L’educazione è cosa di cuore

L’espressione “L’educazione è cosa di cuore” è sempre stata attribuita a don Bosco, prete torinese del 1800 che ha fatto dell’educazione un mezzo per attrarre i giovani all’oratorio per poi indicargli strade nuove in cui incamminarsi per il bene della società.

Non sappiamo dalle fonti in quale momento don Bosco avesse pronunciato questa frase, ma siamo certi che rimane una sintesi sapienziale sul suo stile educativo che punta direttamente al centro, arrivando al bersaglio della persona. Dovessimo citarla per esteso, la frase suonerebbe in questo modo: “Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi”.

Si inizia con un ricordo. La nostra bravura ad educare parte non dalla capacità di guardare avanti, fondamentale per chi sta con i giovani, ma dalla nostra capacità di ricordare. Due cose sono importanti quindi: ricordarci del cuore e di Dio.

Questi capi saldi, in campo educativo, manifestano tutta la loro lungimiranza se considerate insieme alle parole di Papa Francesco sul nostro tempo: “ Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo.”

In questo “cambiamento di epoca”, il passo avanti è fare memoria, ossia ricordarci che non siamo soli in questa opera di evangelizzazione e che il Signore non vive nell’attesa di ricevere un cuore disponibile ma opera con noi stipulando un “patto educativo”,  meglio ancora un’alleanza educativa.

Potremmo dire quindi che l’educazione del cuore è un lavoro “a due”; il Signore ha le chiavi per accedere ai nostri giovani e a noi viene chiesto  il compito entusiasmante di apprendere l’arte da Lui, “ imparare a girare le chiavi nel cuore dei nostri giovani”. Questo è il primo suggerimento che fa da premessa alle nostre programmazioni, alle nostre intuizioni giovanili e alle tecniche di animazione.

Ora possiamo iniziare a parlare di “cuore”. Lo facciamo con le parole di Papa Francesco, che dice in merito: “Essere giovani, più che un’età è uno stato di cuore” (Esortazione Apostolica Cristus Vivit). Arriva a questa espressione spinto dalla Sacra Scrittura, in cui i giovani si presentano: sinceri come Gedeone, capaci di scoprire la forza del proprio cuore come Davide, audaci come Geremia e in grado di cambiare il proprio cuore come accade nella parabola del padre misericordioso, in cui il giovane figlio fa ritorno a casa del padre.  Il “cuore del giovane” continua Papa Francesco, “deve essere considerato terra sacra, portatore di semi di vita divina e davanti alla quale dobbiamo toglierci i saldali per poterci avvicinare ad approfondire il mistero”.

Il cuore giovanile presentato così da Papa Francesco, si presenta come un dono che richiede dei compiti specifici da eseguire. Possiamo quindi tracciare un cammino di accompagnamento del cuore dei giovani che prende le mosse da un passo del Vangelo di Luca: “L’incontro dei discepoli con Gesù mentre si incamminano verso Emmaus”.

Le tappe sono le seguenti. “Gesù in persona si avvicinò a loro” (Lc 24, 15b) l’importanza del silenzio per ascoltare il battito cardiaco del giovane;  “Disse loro: che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?” (Lc 24, 17) in riferimento al compito di capire “per cosa” batte il loro cuore;  “Alcuni dei nostri sono andati alla tomba …, ma lui non l’hanno visto” (Lc 24,24) l’importanza di “accordare il cuore con gli altri”; ed infine, “furono vicini al villaggio dove erano diretti” (Lc 24,28) la costanza di monitorare le frequenze del cuore dei giovani.

Ascoltare il battito cardiaco:  Il cuore va ascoltato. Il battito cardiaco va udito per capire in quale stato si trova. Ci sono giovani che viaggiano con ritmi accelerati distratti dalle molteplici attività usando il cuore come fosse una “pompa meccanica”. Entriamo nel tema del silenzio e non dell’ascolto anche se affini e collegabili. Potremo dire con decisione che l’educatore può imparare l’arte dell’ascolto solo se precedentemente ha appreso l’arte del silenzio. Il silenzio rende possibile l’ascolto. I giovani in tali circostanze posso essere vicini o lontani, bravi o cattivi, educati o scalmanati, il silenzio ci consente di comprendere da quale punto noi stiamo accanto agli altri e siamo pronti ad accoglierli senza pregiudizio. Potremo dire che mentre il silenzio ci illumina sul nostro modo di accostare i giovani, l’ascolto è il frutto di un silenzio maturo che orienta la vita vero ascolto del giovane.

Capire per cosa batte: Il cuore è stato plasmato affinché potesse battere per qualcuno e non per qualcosa. Per comprendere cosa vuol dire “recuperare” il battito cardiaco donando la giusta frequenza, possiamo usare due termini: eccesso ed eccedenza. La prima parola “eccesso”, è molto evocativa, richiama la nausea tipica dei giovani che si concentrano in un’esperienza, esaurendola e spegnendosi in essa completamente. E’ il caso di un cuore che batte per tutto ciò che lo illude: la droga, il successo facile, la ricerca estenuante delle scorciatoie. Questa strada spinge il giovane ad esperienze forti, purtroppo eccessivamente forti da essere classificate come disumane.

La seconda parola è evocativa per noi cristiani che siamo cercatori di esperienze forti contrassegnate dall’ “eccedenza”. Il termine eccedenza non si spiga con “l’eccesso” ma con “’abbondanza”. Il nostro cuore batte quando il flusso del sangue è abbondante e può spingersi verso esperienze che mettono a confronto con la vita e con la quotidianità, senza scorciatoie e mezze misure. La frase di Pier Giorgio Frassati “vivere e non vivacchiare” è molto più esaustiva di altre spiegazioni.

Accordare il cuore con gli altri: Emmaus è la storia di due discepoli visitati dal Signore, insieme, in cammino e verso una meta. Inoltre i discepoli erano parte di una comunità che tentava di ri-costruire l’annuncio del Risorto. Ogni giovane è portatore di un tassello dell’Annuncio del Signore Risorto. Qui la necessità di battere il cuore dei giovani all’unisono: insieme appunto. Ancora il Papa ci aiuta in questo tema: “molti giovani distratti, volano sulla superficie della vita, addormentati e incapaci di coltivare le relazioni profonde e di entrare nel cuore delle cose” (n°19 Chritus Vivit). Occorre far ricoprire ai giovani il gusto di nutrirsi di relazioni vere e sincere, propedeutiche all’incontro con il Signore della vita. Questa rotta di cammino ci viene suggerita direttamente da loro quando li cogliamo perennemente presi dai social e dai loro smart phone: inseguono così la vita dei compagni, le loro “storie”, si mostrano affamati di ogni segmento della vita degli altri. Proprio qui noi dovremo far scaturire l’annuncio del Vangelo, in continuità con la loro sete di umanità, potremo dire in continuità con la fame e sete di umanità che Gesù ha di noi.

L’ultimo punto fa emergere la nostra fede, la nostra “tenuta sulla strada di Emmaus”: la costanza di monitorare le frequenze del cuore dei giovani. La costanza per un animatore è determinante proprio perché i giovani si stanno affacciando alla vita e hanno bisogno di comprendere che essa è fatta di riferimenti. Approfondendo l’immagine del cuore e di Emmaus potremo dire: l’educatore deve continuare a far battere il cuore dei giovani senza fargli mancare il terreno sotto i suoi piedi. Solo una fede adulta può generare passi adulti nella fede. I ragazzi si sentono smarriti nel cammino se fanno del disorientamento il “leitmotiv” della loro vita: il costante disorientamento. Noi come educatori è chiesto di disattivare la “geoloaclizzazione” facile dei loro movimenti e optare per la prossimità nel quotidiano in possono avere le chiavi per poi leggere la prossimità di Gesù che nel Vangelo sembrava inseguire i poveri, i giovani e gli esclusi.

A conclusione di questo piccolo percorso possiamo rifarci ad una frase di San Francesco di Sales, che ha sempre seguito con passione l’umanità disseminata della sua diocesi che guidò con amorevolezza. “Conquistato il cuore dell’uomo conquistato tutto l’uomo”, in altri termini, conquistato  il “cuore dei giovani conquistato tutto il giovane”. A noi la grande sfida che parte oggi, chiedendoci “dove è il nostro cuore” e “per chi batte”, per poi andare sicuri verso i cuori dei più giovani dove Dio ci attende.

Don Stefano Casu

Avengers Endgame – Quando il sacrificio di pochi aiuta la resurrezione di molti

L’ultimo film della saga degli Avengers, Avengers Endgame, è sicuramente il più denso di significati da utilizzare anche in ambito oratoriale. La storia ha il suo inizio nel film precedente in ordine di tempo, Avengers Infinity war, dove il malvagio “Thanos”, il cui nome deriva proprio da Thanatos, la morte nella mitologia greca, riesce a sterminare metà della popolazione dell’Universo con un solo schiocco di dita. E’ la fine di personaggi noti dell’universo Marvel, Spiderman, Doctor Strange ecc… che muoiono dissolvendosi improvvisamente. Per la metà della popolazione che sopravvive la vita non sarà più la stessa: in ogni famiglia infatti qualcuno è scomparso e persino gli animali che popolavano i vari pianeti hanno subito la stessa sorte, lasciando i mondi più silenziosi e tristi. Lo scoraggiamento, lo sconforto, il senso di fallimento sembrano avere la meglio sul piccolo gruppo rimasto dei vendicatori. Qualcuno si lascia andare e perde la sua dignità, qualcuno resta in attesa di qualche evento che possa dare un senso a quello che è successo. Lo stesso Thanos, raggiunto il suo scopo e cioè rimettere in equilibrio la bilancia dell’esistenza dell’intero Universo, torna ad una vita semplice, rurale, lontano da tutto e da tutti. Ma la storia non finisce qui. La morte, come nella visione cristiana, non ha l’ultima parola su tutto. Inizia a rinascere la speranza che qualcosa possa cambiare, che insieme si possa tornare a progettare un futuro diverso da quello che sembrava ormai scritto. E così il resto degli Avengers si organizza per compiere un ultimo tentativo di riportare in vita coloro che si erano dissolti. Ma tutto questo ha un prezzo, ognuno deve mettere da parte i propri particolarismi, le proprie ritrosie e fare un gioco di squadra. Insieme si vince, da soli si perde. Sembra questo il messaggio che potrebbe essere interessante sviluppare anche con i nostri ragazzi a partire dalla visione del film. Ognuno ha un compito da svolgere, più facile o più difficile, ma sempre secondo le possibilità che ci vengono date e il lavoro di ciascuno concorre al bene di tutti. Anche il sacrificio isolato della Vedova Nera, che darà la sua vita per recuperare una delle sei gemme dell’infinito, non basterà a scongiurare la vittoria di Thanos. Ne servirà un altro di sacrifici, questa volta quello di Iron Man, che andrà incontro al suo destino sapendo che quello è l’unico modo per salvare l’umanità. Due morti, due sacrifici per far risorgere definitivamente tutti coloro che erano morti. E qui le analogie con la visione cristiana della resurrezione abbondano, ma anche la forza della prima comunità cristiana, che non si è lasciata sopraffare dalla disperazione per la perdita del loro maestro e Signore piuttosto si è fatta guidare dallo Spirito verso una nuova vita.

Luca Paolini

L’importanza della formazione

La formazione nasce dall’esigenza di avere persone il più possibile preparate e pronte a vivere la vocazione di educare i giovani delle nostre comunità parrocchiali. Tutti coloro che hanno svolto questo servizio sanno che, anche in questo ambito, non si smette mai di imparare anche dopo tanti anni di servizio. L’obiettivo della formazione, a mio avviso, risiede proprio nel limitare il più possibile il processo di “trial and error” che il giovane animatore/catechista affronta. Non ci proponiamo lo scopo di eliminarlo totalmente in quanto sarebbe impossibile, ma semplicemente di gettare delle solide basi su cui si possa fondare l’esperienza della persona che frequenta la formazione.

L’importanza della formazione risiede, non tanto e non solo nella crescita personale spirituale e conoscitiva del catechista che partecipa alla stessa, ma nel beneficio che un animatore ben formato può offrire alla comunità e ai ragazzi. Un’attenzione particolarmente importate è quella di offrire una buona base pratica di formazione, che si concentri sulla simulazione di organizzazione di incontri per varie fasce di età e sulle varie modalità di svolgimento di un incontro, in modo tale che il catechista abbia un ampio “arsenale” di possibilità da cui pescare in base agli obiettivi dell’incontro e del periodo in cui l’incontro è inserito. Può essere utile, inoltre, integrare se necessario le conoscenze in ambito biblico/liturgico dei partecipanti e fornire delle indicazioni di base su come approcciare i bambini di diverse fasce di età.

Nella mia esperienza con la formazione diocesana, ho trovato di fondamentale importanza, per l’arricchimento reciproco e per “rubarsi” qualche idea, il confronto tra le diverse realtà; confrontarsi stimola la possibilità di riflettere e interrogarsi sulle proprie debolezze e di condividere con gli altri i propri talenti.

Penso che un aspetto purtroppo un po’ trascurato nella formazione sia l’impostazione e la gestione di un rapporto positivo e costruttivo con le famiglie dei bambini e dei ragazzi che frequentano la catechesi e l’oratorio, trovo che questa sia una delle sfide più difficili e importanti di un gruppo di catechisti/animatori oggi, ma allo stesso tempo sia imprescindibile se vogliamo costruire un gruppo unito e coeso che vada aldilà del “catechismo dei sacramenti”. A questo in particolare penso che un confronto il più possibile ampio possa essere particolarmente istruttivo e costruttivo specie se si coinvolgono nella formazione coloro che sono stati in grado di instaurare una formula vincente e partecipata per la catechesi familiare.

Il percorso offerto dalla formazione diocesana in tre fasi penso mi abbia aiutato a fermare alcuni punti e apprendere qualche modalità in più su come organizzare e coinvolgere i ragazzi, sarebbe tuttavia auspicabile una partecipazione più diffusa della diocesi sia dal lato dei “formati” sia dal lato dei formatori; questo permetterebbe di avere corsi di formazione più numerosi e magari omogenei per fasce di età dei partecipanti; nel terzo livello, infine, sarebbe bello poter organizzare dei corsi in modo più orizzontale creando il programma intorno alle esigenze sentite dai partecipanti così come avevamo impostato con Don Fabio e Monica Calvaruso lo scorso anno.

Matteo Guido

 

Come vivere l’oratorio nella sequela di Cristo

Qual è lo scopo degli oratori? Molto spesso a questa domanda si risponde con affermazioni diverse, ma quali mai si pone l’attenzione su quello che è il centro di tutta l’attività oratoriale: Gesù Cristo.

Se manca questo scopo centrale “la sequela di Cristo”, possiamo avere bellissime attività o organizzazioni che però falliscono il loro impegno.

Riconosciamo quindi all’oratorio la funzione di primo annuncio cristiano e quindi è necessario che ogni animatore, responsabile o collaboratore dell’oratorio, viva prima di tutto la sua relazione con Cristo.

Dopo questa premessa necessaria, cerchiamo di vedere come vivere l’oratorio nella sequela di Cristo. Mostreremo un luogo necessario e due attenzioni da mettere in campo.

Il luogo è comprensibile, ogni oratorio deve avere una cappella del Santissimo Sacramento, anche se piccola deve essere centrale nella struttura e dovrebbe essere almeno capiente affinché almeno gli animatori di un gruppo possano pregare insieme. Essa deve essere il luogo davanti la quale ogni bambino o ragazzo o giovane può passare davanti o entrare per pregare.

Sembra superfluo in questa sede sottolineare che lo stesso progetto educativo deve avere come obiettivo l’annuncio e la sequela di Cristo, per cui non mi soffermo su questo aspetto. Ma è necessari mettere in evidenza due atteggiamenti da parte ci coloro che sono chiamati a formare (risposabili o direttori di oratorio) e da parte di coloro che sono gli animatori.

I formatori devono per primi vivere l’oratorio come luogo principale in cui stanno rispondendo alla chiamata di Gesù a seguirlo, in questo servizio di annuncio, la figura biblica che può essere accostata a questa figura è San Paolo, che vive per primo l’incontro trasformante con Cristo, diventa discepolo nella Chiesa e annunciatore nel mondo.

Gli animatori che svolgono il loro servizio in oratorio devono essere capaci di vivere la loro fede per primi ed essere aiutati a verificare la chiamata che il Signore fa loro per servire i fratelli. Quesito attraverso la preghiera, l’ascolto della Parola e l’adorazione, non dico la Messa perché è un’ovvietà e viene prima di ogni cosa. Comprendiamo quindi che per vivere l’oratorio nella sequela di Cristo è necessario avere un rapporto con Lui personale e intimo, non sentimentalistico o fondato solo sull’aspetto della filantropia o del divertimento che portano spesso alla gratificazione di sé e non alla sequela di Cristo.

Più volte ho parlato di sequela e mi sembra opportuno specificare cosa intendiamo con questo termine. Faccio riferimento a un brano evangelico poco comune, citato spesso per la figura di coloro che sono chiamati al sacerdozio ministeriale. Il brano è quello di Gv 21 Gesù dice a Pietro tu quando eri giovane andavi dove volevi quando sarai vecchio un altro ti condurrà dove non vuoi1 poi aggiunse Seguimi!

Ecco in questo seguimi vedo la centralità della sequela, non è seguire e mettersi sulle orme del maestro soltanto, ma è rinunciare a se stessi per un bene maggiore Gesù. Noi vogliamo bene a Cristo e ai ragazzi dell’oratorio per i quali faremo tutto, ma attenzione quanto è vero? Dovrebbe essere sempre la domanda da farsi ogni volta che entriamo e usciamo dall’oratorio: oggi ho seguito Gesù? Che significa: mi sono comportato come avrebbe fatto lui, ho fatto si che chi mi ha incontrato ha visto Lui nei miei gesti, nelle mie parole, nei mie sguardi?

Questo comprendiamo che è possibile solo se ci nutriamo di lui, allora come si vive nell’oratorio, la sequela di Cristo: con la preghiera la Parola e l’Eucarestia.

Ma direte i bambini e i ragazzi non dovrebbero vivere anche loro l’oratorio nella sequela di Cristo? Certo ma questo sarà direttamente proporzionale alla misura in cui coloro che sono chiamati ad attuare il progetto educativo lo vivono.

Non servono maestri ma testimoni, diceva S. Paolo VI, e questo mi sembra la risposta più adeguata! Buona Sequela!

Don Fabio Menicagli

Che cosa vuol dire essere animatore oggi?

Cosa vuol dire essere animatori al giorno d’oggi? È una domanda che accompagna il mio cammino di consacrata da diversi anni. Facendo esperienza in diverse realtà dell’Italia, ho avuto la fortuna di poter conoscere molte persone e luoghi, ognuno con caratteristiche diverse.

Stare con i giovani è da sempre la cosa che più mi attira.

Prima di intraprendere il cammino di consacrata nel mio Istituto, ho avuto la gioia di incontrare diverse persone con una profonda passione per la realtà giovanile. Mentre nel mio cuore si faceva sempre più spazio la chiamata di Dio, sentivo fortemente di voler donare ai ragazzi che avrei incontrato, tutta la bellezza ricevuta da quei piccoli ma grandi testimoni che avevo conosciuto e che mi avevano accompagnata nella mia adolescenza. Mi ripetevo che quei sorrisi veri, quell’amore che riuscivano a trasmettermi (che veniva da un Amore più grande) lo dovevo ridonare, non potevo tenerlo per me. In questo modo il Signore ha iniziato a farsi spazio nella mia vita.

Penso che possiamo fare tanti corsi belli e preziosi per poter imparare ma credo che la cosa fondamentale per essere animatori oggi, secondo la mia piccola esperienza, vuol dire questo: ESSERCI!

I giovani hanno bisogno di presenze vere, pazienti, coerenti, che diano testimonianza che vale la pena vivere in pienezza, senza accontentarsi di ciò che la società impone e propone come alternativa più “facile” e meno impegnativa da scegliere. L’animatore deve voler spendere il suo tempo che a volte può sembrare perso e non portare, apparentemente, nessun frutto. Ci si deve saper sporcare le mani.  Essere animatori significa mettersi a servizio dei ragazzi per aiutarli a crescere.

Dentro ciascuno di noi c’è una grande capacità che ci apre alla bellezza della vita: la capacità di amare. Stare con i ragazzi per poter conoscerli il più possibile e amarli per poterli capire.

Ma tutto questo non lo si può imporre. Essere e fare l’animatore non è un obbligo, ma una scelta.

Bisogna avere la volontà di stare a contatto con i più giovani e di viverci in mezzo.

È un modo di trasmettere un’esperienza: è dire con l’esempio che bisogna essere innamorati della vita, vivendola con serenità e gioia, con la voglia di mettersi in gioco, puntando al positivo.

Non bisogna mai mollare con i giovani, la vita non è una passeggiata senza ostacoli per nessuno, i tempi di crescita e di maturazione non sono mai gli stessi.  L’animatore deve tirar fuori il bene che c’è dentro ogni ragazzo. Non esistono ragazzi “totalmente” cattivi: in ogni ragazzo c’è un punto accessibile al bene. È questo punto che l’animatore deve scovare per far divenire i giovani a lui affidati “buoni cristiani e onesti cittadini”.

L’animatore è cosciente del compito che gli è stato affidato e fa di tutto per non deludere chi ha avuto fiducia in lui. Sa che ogni suo comportamento può avere conseguenze sui ragazzi quindi agisce sempre con coscienza e intelligenza.

Una condizione indispensabile per essere animatori in parrocchia è testimoniare l’amore di Cristo: è questo ciò che ci distingue dagli animatori dei villaggi turistici. Il fuoco che arde nel cuore di un animatore è l’amore per Lui! È questo fuoco che accompagna l’animatore in ogni momento del suo servizio! Non siamo animatori da spiaggia, quello è bellissimo a tanto faticoso a volte, ma chi è chiamato a farlo in determinati contesti come quello della Parrocchia, deve esserne convinto perché i giovani che ci vengono affidati sono molto attenti e critici verso chi li guida. Non si può “predicare bene e razzolare male”.

Stando con i ragazzi, bisogna essere sempre pronto ad ascoltare i loro problemi, senza mai banalizzarli. Ma saremo persone veramente disposte ad ascoltare gli altri solamente se saremo capaci di fermarci, nella continua corsa delle innumerevoli cosa che abbiamo da fare, per metterci in ascolto della Parola che Dio ci vuole comunicare ogni giorno.

È un’avventura meravigliosa, quella dell’animatore perché è meraviglioso il mondo giovanile.  Non è facile perché la società cambia continuamente e così anche tutti noi ma credo che ce ne sia davvero bisogno. Se si dice che i giovani sono il futuro… beh, allora su questo futuro ci si deve credere e investire sul serio e con tutta la passione che si ha nel cuore!

Sr Giulia De Luca

Animare un grest: 2 esperienze

L’esperienza della parrocchia San Benedetto a Livorno

La  parrocchia di S. Benedetto offre il servizio dell’oratorio estivo al quartiere da ormai molti anni. Questo progetto è partito dal nostro parroco Tomasz che, se non sbaglio, nel 2012 mise a disposizione i locali dell’oratorio per i bambini del quartiere e insieme a un gruppettino di ragazzi e di adulti volontari organizzò un vero e proprio oratorio estivo. Anche se molto piccola, ho avuto la fortuna di partecipare ad ogni oratorio sempre e solo come animatrice, dico fortuna perché ho visto mutare e crescere questo grande progetto che sento anche un po’ mio! I primi anni avevamo pochi bambini iscritti  e non avevamo un tema che ci accompagnasse per tutta la durata dell’oratorio, avevamo i momenti di preghiera (sia cristiana che di altre religioni per rispetto di ogni bambino), i momenti di gioco, vari laboratori ma non una storia, non un filo conduttore che ci accompagnasse giorno dopo giorno. I numeri dei bambini e dei ragazzi iscritti inizia a crescere anno dopo anno e l’oratorio inizia a mutare. Nel 2014 don Tomasz propone di intraprendere i temi e le storie degli oratori estivi del FOM di Milano e da questo momento l’oratorio cambia in tutto e per tutto. Cresce anche il numero di animatori e questo ci aiuta a organizzare meglio ogni singola giornata! Storie, balli, preghiere, giochi, gruppi di riflessione! I bambini si divertono e imparano giocando, i ragazzi riflettono su temi improntati, gli animatori si mettono in gioco! Posso dire che la mia esperienza in tutti questi anni da Animatrice sia stata molto bella ed istruttiva! Adoravo svegliarmi presto per andare ad animare quei bambini che, anche se spesso mi facevano ammattire, mi riempivano il cuore di gioia! Non c’è niente di più bello dei loro sorrisi, dei loro abbracci, dei loro “ti voglio bene” o “sei la mia Animatrice preferita” sussurrato all’orecchio! La gioia nei loro occhi faceva dimenticare la fatica che ognuno di noi organizzatori aveva provato per far sì che tutto fosse perfetto, quei sorrisi ti facevano capire che tutto il nostro impegno era servito a qualcosa, quelle letterine e quei disegni lasciati nascosti dove tieni la borsa ti facevano capire che nonostante le brontolate che potevano ricevere quando combinavano qualcosa che non dovevano tu per loro rimanevi importante, rimanevi il punto di riferimento, colui o colei che cercano quando hanno bisogno di aiuto o hanno voglia di giocare! Fare l’animatrice mi è servito veramente tanto, come ho già detto prima, dopo pochi anni ho iniziato a sentire questo progetto anche un po’ mio e mi sono impegnata per portarlo avanti con tutte le mie forze! Non riesco ad immaginare un anno senza oratorio estivo, per questo spero con tutta me stessa che i nuovi giovani della parrocchia possano portare avanti questo grande progetto anche quando noi “vecchi animatori” non potremo più farlo, perché questo è veramente un grande servizio che la parrocchia offre alle famiglie del quartiere e spero veramente che tutto l’impegno messo in questi anni dal nostro parroco, da noi ragazzi e dagli adulti che si rendevano disponibili non sia stato vano!  In ogni caso, il ricordo di tutti questi anni rimarrà ben impresso nel mio cuore come tutti i nomi dei ragazzi e dei bambini che ho incontrato e visto crescere! È bello vedere che a distanza di anni tanti di loro ti salutano da lontano per strada o ti corrono incontro per abbracciarti, questo vuol dire che abbiamo lasciato un segno e credo sia veramente una cosa bellissima.

Martina Cecioni

Vivere l’oratorio: l’esperienza alla parrocchia del Sacro Cuore  Salesiani a Livorno

Oltre ad animare un gruppo di ragazzi del percorso di iniziazione cristiana, ho deciso di dedicare il mio tempo anche ad animare l’oratorio quotidiano. Ma cosa vuol dire animare nel quotidiano? Una possibile risposta potrebbe essere: Mettersi a servizio dei ragazzi per aiutarli a crescere, trasmettendo loro il “principio” della vita, servire gli altri perché li sento importanti. Cosa significa? Significa sostanzialmente educarLi e educarCi ad essere “Buoni cristiani, onesti cittadini e futuri abitatori del cielo”. Con questa frase San Giovanni Bosco ci insegna come educare i ragazzi, sia nei vari percorsi di iniziazione cristiana sia, in modo più continuativo, nel quotidiano dell’oratorio. “Ma i ragazzi che vengono all’oratorio non tutti sono cristiani”. Vero, ma come cristiani abbiamo il dovere di accogliere le diversità dei ragazzi, di tutti i tipi: razziale, religiosa, culturale, sociale, economica… Ricordandoci che l’obiettivo finale è il paradiso, essere felici con Dio. Come mettere dunque in pratica le prime due espressioni? Parto dalla seconda che è più semplice: Educare ad essere buoni cittadini vuol dire fare le azioni che svolgiamo quotidianamente con allegria: studiare, giocare, rispettare le regole, scherzare con gli amici… Facendolo con allegria. La prima espressione è un po’ più spinosa: dobbiamo educare i ragazzi all’essere buoni cristiani non a parole, ma con tutte quelle piccole azioni quotidiane che facciamo a modello di quello che Gesù ci ha insegnato. Potremmo dire “Testimoniamo per quello che siamo “. L’animatore non può scindere il proprio servizio dalla sua fede. Sono due cose che vanno in parallelo tra loro. Nel nostro DNA di cristiani sono radicati l’aiuto per il prossimo e la fede. Per poter mettere in pratica queste cose dobbiamo ESSERE Animatori e non FARE gli Animatori. Perché essere animatore vuol dire che la tua esperienza quotidiana non è circoscritta allo stare in oratorio, ma si allarga h24, 7 giorni su 7.

Possiamo dunque rappresentare con qualche parola l’identikit dell’animatore dell’oratorio. Deve essere: Allegro, “uno che non molla mai”, un educatore, coerente, responsabile, entusiasta, innamorato di Cristo, un buon ascoltatore, ma soprattutto umile a modello, come dicevamo prima, di Gesù.

Dunque, non scoraggiamoci leggendo tutti questi aggettivi, perché l’essere animatore non è una cosa che succede da un giorno ad un altro, ma dobbiamo continuamente educarCi ad essere anche noi in primis “Buoni cristiani, onesti cittadini e futuri abitatori del cielo”.

Giorgio Ciccotelli

Oratorio l’amico geniale

*di mons. Simone Giusti*

Vivere l’oratorio come gente che esce dall’oratorio per cercare chi ha bisogno di pane e di amicizia

Quale risposta dare ai giovani e alla loro voglia di vita bella, buona, libera, lieta? L’Oratorio!

C’è chi li invita ad accontentarsi. E c’è chi li chiama a fare una vita all’attacco: lotta, compra, accumula! Non pensare né al prima né al dopo, né agli altri né a Dio ma a godere il più possibile.

 

E i cristiani? Cos’hanno da dire?

La comunità cristiana è incaricata di offrire – con discrezione, con presenza quotidiana – la risposta di Gesù. È Gesù la risposta per una vita felice che sa prendersi cura di sé, degli altri, dei poveri, del creato. E l’oratorio è l’intuizione geniale di don Bosco e di generazioni di preti e di educatori, è la risposta che la Chiesa ha offerto a generazioni di ragazzi e ragazze per ascoltare la risposta di Gesù. L’Oratorio è la risposta più diffusa, la più vicina a casa, la più accessibile, dove tutti sono benvenuti. Il dono della vita eterna non si può comprare come un prodotto. E la risposta di Gesù non si trova al supermercato, fra ansiolitici e antidepressivi, droghe e integratori. Quella risposta la si può incontrare in oratorio. Che davvero è una delle forme più geniali che la comunità cristiana ha creato per dare a tutti un luogo dove essere accolti, giocare, fare amicizia, pregare, scoprire il senso della vita. Vogliamo fare degli oratori un cantiere della Chiesa dalle genti: tutti devono sentirsi benvenuti, da qualunque Paese vengano. Ebbene: noi vogliamo dare vita nuova e fresca all’oratorio, perché lì i giovani, tutti i troviamo la risposta.

 

Ma per fare questo è necessario formare una nuova generazione di animatori di Oratorio i quali lo vivano come gente che sa coinvolgere nelle sue attività quelli che sono nel bisogno, da qualunque Paese vengano e sa dare pane, compagnia, amicizia a quelli che ne sono privi.  Tre parole ai nuovi animatori: Gesù, correre, vivere opere di misericordia! Seguire Gesù. Ascoltarlo. Diventare suoi amici. Vivere la vita con slancio appassionato. Viverla come vita donata praticando le opere di misericordia in Oratorio per tutti i giovani del quartiere.

Il tempo delle scelte l’importanza educativa e sociale dell’oratorio oggi

*di Monica Calvaruso*

L’oratorio non è solo un luogo, un cortile, una struttura in cui si svolgono varie attività, oggi è diventato un progetto educativo che comprende la catechesi, la preghiera, il doposcuola, lo sport, il gioco, la formazione, i laboratori, le attività musicali, il teatro, il grest: è una realtà ecclesiale luogo di incontro e crescita umana e spirituale. L’oratorio è evoluto ed è  uno strumento pastorale e vivo dell’educazione, che, come afferma don Michele Falabretti direttore nazionale della Pastorale Giovanile, è medicina della Chiesa, esercizio di cura e di comunità: diviene la cosa più bella del mondo se  ben progettato, se la comunità è presente e se gli animatori sono formati adeguatamente. L’ oratorio non è improvvisazione e neppure un modo di fare baby sitter, è un’unica grande azione in cui tutto si sviluppa e cresce, in cui si impara ad essere bravi cristiani e bravi cittadini. L’oratorio è una realtà in continua evoluzione, che va incontro ai giovani in modo dinamico, energetico, che riesce a costruire i legami tra educatore ed animatore, tra animatore e ragazzo in un “mondo” senza spazio e senza tempo. E’ luogo e mezzo di incontro con Gesù. Il ragazzo che frequenta l’oratorio cerca aggregazione e ha bisogno di essere ascoltato, di calore e umanità,  di riconoscersi in un gruppo e diventare un protagonista per i più piccoli, che, raccogliendo la testimonianza, desiderano emularla da grandi. E’ così che nasce la relazione solida e l’accompagnamento spirituale dei giovani che possono essere seguiti da sacerdoti, religiosi, religiose e laici educatori nel periodo delle domande e delle scelte,  in un cammino di conoscenza del proprio progetto di vita. L’oratorio ha questa funzione educativa quando la progettazione diventa un passaggio essenziale dall’educatore all’educato, quando c’è uno studio del territorio, una lettura dei bisogni, quando si pongono obiettivi e dei percorsi da raggiungere insieme, sia come comunità che nel singolo. Queste le tre competenze fondamentali per il progetto educativo: dosare le energie, allenare la riflessività e la verifica. La progettazione educativa è un vero e proprio esercizio di discernimento che ha degli effetti: in oratorio la Chiesa si reinventa; si incontra la realtà; la comunità cresce; si coinvolgono diversi carismi; si tiene accesa e viva la luce della memoria di Gesù nell’ascolto dello Spirito; si assume lo stile dell’animazione parlando il linguaggio dei giovani; avviene l’iniziazione umana alla vita. Oggi l’oratorio ha acquisito una funzione sociale perché le famiglie, prese da una vita frenetica lavorativa, hanno  bisogno di affidare i propri figli a persone sicure, in luoghi tranquilli e più economici   dei vari centri estivi. La domanda educativa e sociale è alta e l’offerta deve essere elevata: piccoli oratori stanno nascendo in molte parrocchie proprio per rispondere a queste necessità, non bisogna cadere nella superficialità e nella fretta. Serve pazienza, serietà e professionalità nelle  parrocchie che sono, quindi, soggetti promotori di programmi e di interventi in aiuto alle famiglie per la diffusione della cultura, dello sport, del divertimento, ma soprattutto della fede. Non dobbiamo dimenticare:  il Vangelo deve essere sempre sorgente e fine di ogni attività oratoriale!