LE COSE DI CUI T’INNAMORI SONO FRUTTO DI UN’ESPERIENZA

di padre Francesco Gusmeroli*

Non è la stessa cosa parlare di carità o vederla all’opera, come non è la stessa cosa parlare del Vangelo o incontrarlo nella concretezza della
vita. Le cose più belle, quelle di cui ti innamori e appassioni, hanno sempre a che fare con un’esperienza vissuta in prima persona.
La Caritas diocesana da anni propone percorsi che possano avvicinare le nuove generazioni alle esperienze di carità della diocesi, offrendo
una formazione mirata, arricchita da esperienze concrete di servizio nei luoghi in cui questo viene svolto quotidianamente, allo scopo di
suscitare una trasformazione della mente, del cuore e delle mani nei giovani partecipanti.
I ragazzi sono invitati a partecipare a una serie di incontri che confluiscono poi nella visita a un’opera di carità, possibilmente facendo anche
servizio. Gli incontri seguono il metodo laboratoriale che prevede:

1. fase espressiva: partire dalla vita. La prima tappa consiste nel mettersi
in gioco, dando spazio alla vita dei ragazzi, alle sue esperienze, conoscenze e precomprensioni sul tema.
2. fase analitica: ascoltare una novità. È la fase dell’approfondimento tematico che parte dalle precomprensioni del gruppo per orientarle
o correggerle. È il momento di dar voce ai formatori.
3. fase riappropriativa: interiorizzare il messaggio. In questa fase, le conoscenze vengono collocate nel proprio bagaglio del sapere, i
nuovi criteri divengono stimoli a nuove idee, le esperienze vissute entrano a far parte del proprio modo di sentire e percepire.
Come ogni metodo, anche questo è legato ad una precisa idea di persona, di formazione e di Chiesa: la persona è vista come un essere in
divenire, ricco di esperienza, capace di elaborazione e di apprendimenti, portatore di doni.
La formazione è intesa quindi come una trasformazione che si innesta in ciò che ciascuno è per ridisegnare il suo modo stesso di percepire la
realtà. Colui che si forma è coinvolto attivamente nel processo di crescita.
All’interno del gruppo si sperimenta una Chiesa che è luogo di scambio delle ricchezze di ciascuno per la crescita di tutti. Nel rispetto
delle competenze e dei ruoli di ognuno, si instaura una collaborazione che rende protagonisti tutti.
Il percorso finora più richiesto è stato “Povero è chi non ama”, sviluppato in 2 incontri più la visita al Villaggio della Carità, prevede:
1. Fase espressiva: Riflettiamo con i ragazzi sulle povertà presenti nel nostro territorio a partire dal loro punto di vista, cercando di identificare quali siano le cause di tali povertà attraverso la realizzazione di un disegno che rappresenti l’albero delle povertà di oggi, con
l’indicazione delle cause della povertà alle radici e i frutti della povertà sui rami.
2. Fase analitica: Presentazione dei dati reali ricavati dal rapporto delle povertà e introduzione di quelle che sono le reali cause della povertà
nel nostro territorio. Spiegazione del Centro di Ascolto e dello stile della Caritas nell’intervento a favore dei più disagiati, i valori di
riferimento, la spiritualità.
3. Fase riappropriativa: con i ragazzi interveniamo sull’albero delle povertà, andando ad inserire atteggiamenti, proposte, idee, per rispondere con efficacia alle sfide della nostra società.
Al termine degli incontri, la visita al Villaggio della Carità rappresenta l’opportunità per vedere con i propri occhi, toccare con mano, attraverso l’incontro con gli operatori e i volontari, visitando gli uffici e scoprendo il cuore della Caritas, lì dove parte l’impulso che sostiene i numerosi servizi, più di 30 sul nostro territorio. Per poter fare bisogna prima imparare ad essere, questo il messaggio, questa la proposta per chi si avvicina a questa realtà, luogo di promozione, educazione e servizio.

 

Cristo non è mai virtuale

di don Gianfranco Calabrese*

Prima di ascendere al cielo Gesù risorto ha inviato in tutto il mondo i suoi discepoli, per annunciare il Vangelo e battezzare nella fede: «Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio» (Mc 16, 19). Per questo motivo non si può che accogliere con atteggiamento positivo e propositivo lo sviluppo tecnologico e i new media che caratterizzano la società contemporanea e che hanno una grande ed incisiva influenza sulle nuove generazioni, al punto che alcuni sociologi hanno affermato che sono «nativi digitali». In effetti se si osservano con attenzione le abitudini delle nuove generazioni e degli adulti ormai influenzati dalle nuove tecnologie, non si può che confermare che l’uso e l’abuso dei nuovi media secondo le diverse forme hanno ormai modificato antropologicamente, culturalmente e praticamente il costume e le consuetudini personali, familiari, sociali ed anche ecclesiali. Non si può e non si deve demonizzare né condannare questo sviluppo, ma come in altre epoche storiche, anche in questa la chiesa è chiamata con sapienza e prudenza a servirsi dei social network per comunicare, annunciare e costruire ponti per un’efficace evangelizzazione, soprattutto degli adolescenti e dei giovani. Per raggiungere questo scopo occorre conoscere le nuove tecnologie, la loro influenza sull’uomo e sulla vita sociale ed ecclesiale, le potenzialità ed i limiti. Ma soprattutto è necessario conservare alcuni principi che nella storia bimillenaria della chiesa hanno permesso di annunciare il Vangelo e offrire la salvezza in Cristo con rispetto delle diverse epoche storiche e, al tempo stesso, in modo profetico e libero senza tradire il contenuto dell’evangelo e, al tempo stesso, trasmettendolo in modo vitale e significativo. D’altronde nella catechesi e nella pastorale per gli adolescenti e per i giovani insieme alle famiglie, l’accoglienza, l’uso e lo sviluppo delle nuove tecnologie di comunicazione e di dialogo non possono che permettere e favorire, in modo unico, originale e provvidenziale, la missione della chiesa di Cristo. La chiesa è cattolica sia in senso spazio- temporale sia intergenerazionale e culturale. La velocità dei collegamenti e dei contatti permette alla chiesa cattolica e ai cristiani di raggiungere tutti in modo comprensibile ed efficace per annunciare la salvezza in Cristo.

Per accogliere le nuove tecnologie e al tempo stesso non tradire l’originalità del Vangelo occorre riaffermare che il dono della salvezza deve essere sempre gratuito, rispettando la libertà dell’ascoltatore e la generosità dell’annunciatore. Inoltre non è possibile condurre al Vangelo di Gesù Cristo se lo si riduce ad una verità semplicemente virtuale, che non sollecita in chi annuncia e in chi riceve il coinvolgimento personale e vitale, la conversione e il discepolato. Non è sufficiente essere collegati e leggere le verità, in maniera puramente teorica, ma è necessario incontrare i testimoni, la loro vita trasformata e desiderare diventare, nel dono dello Spirito santo, testimoni ed icone della nuova ed eterna alleanza. In qualche modo l’illusoria neutralità e la falsa presunzione di non voler influenzare coloro che utilizzano i new media deve esser smascherata; è opportuno combattere la tentazione di volersi sostituire a Dio, creando nuovi linguaggi che si allontanano di fatto dall’annuncio e dall’ascolto autentico della Parola. Questa tentazione può essere arginata se non ci si lascia affascinare dai mezzi e dagli strumenti, ma si conserva l’intenzione di incontrare le persone “in carne ed ossa” e se si lascia il tempo per meditare, riflettere e rimodulare il messaggio senza esagerare nell’imporre il proprio contatto e la propria presenza. La rete è il nuovo ambiente simbolico della missione apostolica ed ecclesiale. I pastori, gli educatori, gli animatori sono invitati a rileggere la chiamata che il Signore Gesù ha rivolto sul lago di Galilea ai primi apostoli (cfr. Lc 5, 1-11) e a fidarsi del Signore e della sua Parola sulla quale si fonda ogni possibile cammino di conversione e di salvezza. Tutto può servire per incontrare il Risorto e i suoi testimoni viventi, ma è sempre necessario raggiungere l’uomo e il suo cuore nella concretezza della propria storia e del proprio vissuto. Per questo motivo le nuove tecnologie aiutano il cammino pastorale della chiesa, ma rendono sempre più urgente una formazione virtuosa e spirituale, per conservare la libertà, sconfiggere ogni forma di dipendenza e senso di onnipotenza ed intraprendere un vero e costante percorso di discepolato. Anche grazie ai new media e ai social network tutti i cristiani possono non solo incontrare il Vangelo, ma diventare annunciatori e messaggeri della buona novella del Regno di Dio.

La necessità di una pastorale integrale, armonica e aperta nell’educazione catechistica

Se la catechesi è un cammino d’iniziazione alla vita cristiana diventa importante non ridurre la stessa catechesi ad insegnamento dottrinale. La catechesi se è solo dottrinale, di fatto, finisce per manifestare una concezione ideologica della verità. Se si sottolinea la centralità solo dell’intelligenza e della conoscenza, si rischia di non dare il giusto peso all’esperienza e alla vita nell’educazione alla fede. Credere non è solo conoscere ma è anche applicare la verità alla vita concreta, personale, sociale ed ecclesiale. È un atto sapienziale: «il Verbo si fece carne». Allo stesso modo è una visione limitante ed illusoria considerare la catechesi un atto significativo ed efficace solo perché educa i credenti partendo dalla sola esperienza. Infatti, nella tradizione bimillenaria della Chiesa la dimensione conoscitiva come quella esperienziale sono aspetti essenziali e necessarie. La catechesi deve essere attenta alla persona umana nella su integralità ed armonia. È l’uomo, essere razionale ed aperto, bambino, ragazzo o giovane, il soggetto di ogni percorso catechistico l’uomo è un essere spirituale e carnale.

La sfida della catechesi, nel terzo millennio ed in occidente, è tentare di rispondere, in un contesto sociale e culturale secolarizzato, interreligioso, relativistico postmoderno, a tutte le domande e ai molteplici bisogni dell’uomo, secondo le diverse stagioni della vita e a partire dalle differenti esigenze individuali. Coloro che iniziano e continuano il percorso catechistico, di fatto sono chiamati a conoscere, sperimentare e condividere l’unica Verità, che è Cristo e in Cristo il mistero dell’unico Dio, che è Padre, Figlio e Spirito santo, per vivere nella libertà il dono dello Spirito santo come pienezza della propria della propria vita. Il Vangelo illumina l’intelligenza dell’uomo, la Parola di Dio risponde ai molteplici e profondi bisogni dell’uomo, la condivisione delle diverse esperienze e delle differenti conoscenze conducono nella fraternità universale a vivere la comunione tra i credenti e tra tutti gli uomini e tutte le donne di buona volontà. Per questo l’evangelizzazione illumina la conoscenza e spinge a trasformare secondo l’annuncio di salvezza del Vangelo la stessa vita umana. Ogni cristiano, come singolo e come comunità, è di fatto un messaggio di Dio. Tutti i credenti sono in Gesù Cristo per opera dello Spirito santo il messaggio di Dio al mondo di oggi. Questa è la santità. Questa è la ragione che giustifica la necessità di una sempre più profonda collaborazione e di una concreta relazione tra la catechesi, la pastorale parrocchiale e diocesana, e l’esperienza delle associazioni e dei movimenti nell’unica Chiesa di Cristo, nei diversi ambiti di vita dei ragazzi, dei giovani e delle loro famiglie.

Cercare di collegare gli itinerari catechistici con le attività delle associazioni e dei movimenti permette alla catechesi di formare i ragazzi ad una fede matura e concreta e a introdurli alla sapienza della Croce, all’Amore incarnato nella storia degli uomini. Solo in questo modo sarà possibile acquisire una mentalità di fede, elaborare atteggiamenti e comportamenti, opportuni ed idonei, sperimentare la potenzialità salvifica e liberante del messaggio evangelico e testimoniare la bellezza e la gioia dell’essere discepoli del Signore risorto nella vita quotidiana. Nelle parrocchie e nelle diocesi dove si realizza questa circolarità, provvidenziale e virtuosa, tra la catechesi parrocchiale, l’esperienza associativa e la vita liturgica e caritativa della Chiesa è possibile cogliere alcune interessanti prospettive. Anzitutto si verifica una continuità dopo la celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana nel proprio cammino di formazione cristiana. Inoltre si constata una reale responsabilizzazione dei cresimandi alla stessa vita parrocchiale e diocesana. Coloro che sono educati all’interno della collaborazione tra i catechisti e gli educatori/formatori delle associazioni e dei movimenti a loro volta continuano con maggiore facilità il proprio percorso di formazione alla vita cristiana ed alcuni spesso scelgono di diventare formatori ed educatori nelle stesse associazioni e, in generale, nelle parrocchie e nei diversi ambienti di vita. Dove si realizza una maggiore collaborazione tra i catechisti e gli educatori/formatori dei differenti gruppi e associazioni, gli stessi genitori si lasciano con facilità coinvolgere e, in alcune occasioni, essi stessi diventano protagonisti e collaboratori nell’annuncio evangelico e catechistico. Per questo motivo diventa sempre più urgente, in un contesto culturale e sociale frammentato e secolarizzato, valorizzare la collaborazione tra le diverse agenzie educative e cercare di integrare i molteplici e differenziati percorsi catechistici all’interno di una reale pastorale integrata e armonica. Essa spinge, sollecita e valorizza la sinergia tra l’annuncio evangelico del regno di Dio, la celebrazione della salvezza cristiana e la testimonianza della salvezza in Cristo Gesù. La sfida della catechesi dei ragazzi e dei giovani nel terzo millennio è di cercare di creare un collegamento significativo tra le differenti esperienze di fede, la vita ecclesiale e sociale dei ragazzi e dei giovani e la relazione tra i credenti nella comunità cristiana, parrocchiale e diocesana.

 

Don Gianfranco Calabrese

Direttore dell’UCD di Genova, parroco e teologo

Educare al senso della storia per scoprire Dio che si rivela

1462210683_108502467_opt*di don Gianfranco Calabrese* La fede cristiana anima la vita quotidiana degli uomini La vita degli adolescenti è molto ricca di sollecitazioni e di occasioni, che però rischiano di rimanere eventi sporadici senza una continuità e una logica educativa, se non  vengono collocati all’interno di un progetto da realizzare. Alcune volte il sensazionalismo e le esperienze singolari possono accentuare la ricerca spasmodica di momenti forti, che però incidono sulle emozioni e che lasciano gli adolescenti non solo spaesati, ma li collocano in un contesto “fluido”, senza alcuna continuità educativa e progettuale. Bisogna stare attenti a non trasmettere una visione distorta della realtà, che è impastata di storia, di quotidianità e di ordinarietà. Educare gli adolescenti a vivere la quotidianità in modo straordinario significa

aiutarli a scoprire che in ogni atto e in ogni scelta c’è la possibilità di vivere nell’Amore, dono di Dio, nell’obbedienza della fede, come discepoli del Signore, e nella vocazione dell’essere figli di Dio e fratelli in Cristo. Questo è il
disegno di Dio che si è manifestato in pienezza nella vita di Gesù Cristo e che è custodito dalla chiesa come un perla preziosa e come un tesoro nascosto: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi ed immacolati al suo cospetto nella carità, predestinadoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà»
(Ef. 1, 3-6). Un animatore che aiuta un adolescente a scoprire la propria vocazione all’interno di un progetto concreto e quotidiano, come quello che si è manifestato in Gesù Cristo, è sorgente di benedizione e di pace.
Per questo la storia per i cristiani è un insieme di eventi alcune volte straordinari, ma più spesso normali , come l’aria che si respira, come l’acqua che disseta e come i minuti che formano le ore e i giorni, ma che sono elementi che compongono il meraviglioso quadro della vita e della storia umana. Dio ci rivela il suo disegno di salvezza
childs-faith-christian_optUn ulteriore rischio che caratterizza la cultura liquida e frammentata contemporanea, che deve essere tenuto presente da un animatore attento e prudente, è la riduzione del tutto all’attimo: le esperienze religiose, umane,
sociali, culturali, diventano momenti rapidi e passaggi veloci, che sono intensi ma precari, senza alcuna progettualità condivisa e comunitaria. Un bravo animatore del gruppo deve tentare di far percepire ai giovani che per vivere la beatitudine e la vita nell’Amore è fondamentale riscoprire la chiamata di Dio. Il tempo senza progetto è insignificante e senza senso, ma soprattutto è povero e vuoto. Le esperienze “fast food” e le relazioni “usa e getta” non aiutano a crescere nella pazienza e nella costanza.

È essenziale aiutare i ragazzi a desiderare “mete alte”, a voler assimilare valori fondamentali, ma soprattutto ad impostare la propria esistenza all’interno di un disegno di salvezza. Cristo è la nostra salvezza. Egli è il progetto che si trova nella rivelazione e nell’annuncio della Chiesa. L’ascolto della Parola di Dio e la condivisione della comune vocazione cristiana sono il luogo dove è possibile conoscere il disegno di Dio e comprendere il mondo, se stessi e gli altri. Sognare con Dio la propria vita. Occorre creare e far scoprire momenti che possano aiutare i giovani a formarsi nel profondo e in modo permanente alla luce del disegno di Dio, per superare il rischio dell’immediatezza senza futuro e per animare la quotidianità. Sognare con Dio rende capaci di lottare per Dio, ma soprattutto di combattere per il bene, per il bello e per il vero, in nome della propria dignità e della propria vocazione. Il tempo è un dono di Dio. In Cristo se ne disvela il valore e il senso. Il tempo nella prospettiva cristiana non è un semplice scorrere anonimo di attimi, ma è l’espressione di ciò che si è e di ciò che si desidera essere, della chiamata di Dio e della risposta dell’uomo. Per questo la preoccupazione fondamentale degli animatori non deve riguardare semplicemente la programmazione e l’organizzazione delle attività, ma la condivisione del disegno comune, del modo di concepire l’uomo, la famiglia, la chiesa e la società.

IL TEMPO E’ UN DONO
Viviamo in un’epoca dove tutto è ridotto all’attimo: la vita, le esperienze, i rapporti umani, la cultura…tutto diventa un passaggio veloce e precario, per questo l’animatore ha il compito di riportare nella vita dei ragazzi la bellezza del tempo, del futuro, dei progetti. Deve necessariamente aiutare questi ragazzi a proporsi mete “alte”, a riempire il loro tempo di cose belle, buone, che riempiono l’esistenza e fanno parte di un disegno completo, che Dio ha su ognuno di loro. Scoprire la propria vocazione è riappropriarsi di se stessi; è maturare come cristiani e come uomini e donne; è vivere felici.

Come educare i giovani alla conversione e alla libertà

Il peccato spezza la comunione tra Dio e l’uomo
Il peccato spezza la comunione tra Dio e l’uomo

*di don Gianfranco Calabrese*
Non aver paura di riconoscere il proprio peccato: educare al perdono nell’incontro con Cristo
L’incontro con il Signore Gesù non conduce i credenti a vivere semplicemente in modo giusto, onesto e solidale la quotidianità, ma li trasforma, rendendoli figli di Dio nel battesimo e li spinge ad assumere e fare propri gli stessi sentimenti di Cristo: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, divenendo simile agli uomini» (Fil. 2,6-7). Per questo il peccato non si riduce ad un semplice senso di colpa, ma riguarda il rapporto di amicizia e di alleanza con Dio: il seguire Cristo e il diventare, per il dono dello Spirito Santo, come il Figlio di Dio fatto uomo. Il peccato, invece, allontana gli uomini da Dio e dalla sua volontà, nella presunzione di trovare nella propria auto-realizzazione e nella propria volontà la piena e completa felicità. Il peccato spezza la comunione e l’amicizia tra Dio e l’uomo. In questo senso la conversione non nasce dalla percezione di un sentimento di delusione verso se stessi perchè non si è stati capaci di mantenere gli impegni che ci si era assunti, ma è frutto di un rifiuto di una proposta di amore e di comunione con Dio: l’unica via che può rendere gli uomini capaci di vivere la gioia, la pace e la beatititudine «in pienezza». Il peccato, come si può cogliere nei primi capitoli del libro della Genesi, è un rifiuto. Esso è un atto di orgoglio e di superbia. È frutto di una caduta e di una tentazione demoniaca: credere e pensare che Dio non è alleato ma nemico e padrone dell’uomo e dell’umanità.

La morte di Cristo sulla croce ha ristabilito la verità su Dio e sull’uomo. Gesù con la sua parola e con la sua vita ha rivelato a tutti gli uomini il mistero di Dio: Dio è Amore e non lo si deve pensare contro l’uomo ma per l’uomo. Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Gesù Cristo con la forza dello Spirito Santo può guidare i giovani nel loro cammino di liberazione dalle false immagini religiose e condurli alla piena comunione con il Padre e alla fraternità universale. In questo senso le regole, le norme e i comandamenti non sono legami per tenere gli uomini schiavi della divinità, ma strade per essere e vivere in amicizia, per partecipare alla vita divina di amore e di comunione. Questa divinizzazione è un dono gratuito di Dio. Non è una presuntuosa e titanica rapina fatta dagli uomini ma un incontro e un’alleanza con il Padre in Cristo Gesù per opera dello Spirito Santo. Il credente, in questo modo, potrà scoprire che la realizzazione piena non è nello scontro e nella disobbedienza, ma nell’alleanza con Dio, gioia eterna e definitiva. Per questo occorre educare al vero volto di Dio. Egli è il Misericordioso che perdona. È necessario formare i giovani al senso del peccato e guidarli al valore della conversione. La conversione non nasce dalla paura, ma dal desiderio di ritornare alla casa del Padre come ci racconta la parabola del figliol prodigo (Lc 15,11-32). Non bisogna avere paura di riconoscere il proprio peccato, perchè alla fine della conversione c’è la libertà e la comunione con il Padre e con i fratelli.

LA SALVEZZA? UN DONO! Convertirsi è sempre possibile e gli animatori devono ricordarlo continuamente ai ragazzi. La conversione serve ad essere felici oggi, ora, non a morire in pace. La salvezza è un dono che permette di realizzarsi in questa vita. L’esperienza del perdono offre già un’opportunità per capire il concetto di salvezza. Tutti gli uomini possono sperimentarla: è l’abbraccio misericordioso del Padre.
LA SALVEZZA? UN DONO!
Convertirsi è sempre possibile e gli animatori devono ricordarlo continuamente ai ragazzi.
La conversione serve ad essere felici oggi, ora, non a morire in pace. La salvezza è un dono che permette di realizzarsi in questa vita.
L’esperienza del perdono offre già un’opportunità per capire il concetto di salvezza.
Tutti gli uomini possono sperimentarla: è l’abbraccio misericordioso del Padre.

La conversione come dono e come realizzazione della comunione con Dio e con i fratelli

L’animatore del gruppo giovani deve sentire la responsabilità di aiutare i propri ragazzi ad abbandonare le loro schiavitù e a ritrovare la strada del ritorno alla casa del Padre. Per realizzare questo percorso di conversione occorre rinnovare la mente e il cuore secondo gli insegnamenti del Vangelo e la volontà di Dio. La conversione è possibile in ogni momento, anche nella situazione culturale giovanile attuale, che è frammentaria, fluida, frenetica, lontana e indifferente agli insegnamenti cristiani. La prospettiva consumistica, tecnocratica e secolare non facilita il servizio degli animatori della pastorale giovanile, perchè i giovani sono così immersi, in modo incosapevole e inconscio, nel mondo che non si rendono conto della perdita della libertà e della verità. Le sirene mondane della pubblicità e del conformismo dilagante inibiscono e drogano la capacità critica e la volontà dei giovani e dello stesso mondo degli adulti, Non ci si rende conto della forza del denaro, del potere e del possedere. Solo un’attenta e vigile capacità critica, una fede radicata nella pazienza e nell’amore di Cristo, la forza del Vangelo e della grazia possono contribuire ad aprire gli occhi dei giovani alla Verità, a Cristo, e aiutarli a cogliere l’importanza della conversione, del rinnovamento interiore, della testimonianza di vita secondo gli insegnamenti del Vangelo. Se non ci si converte, si rischia non solo d’indurire il proprio cuore e di diventare ciechi davanti alle difficoltà e alle povertà dei fratelli, ma anche di non riuscire a capire e scegliere la via giusta e vera per realizzare la propria vita. La conversione non è per la morte e la mortificazione, ma per la vita e la felicità. La presunzione e la superbia non aiutano la crescita della persona e giustificano le false sicurezze. La casa costruita sulla roccia pone le proprie fondamenta sulla conversione e sul perdono, sulla fedeltà e sulla misericordia di Dio, sulla fragilità umana e sul perdono di Dio. Non sulla solitudine dell’egoismo, ma sulla compagnia e sulla forza della carità.

8149-creazione-di-adam_optL’esperienza del perdono e l’abbraccio della misericordia

Nella pastorale giovanile si devono tener sempre presenti alcune dimensioni fondamentali, che caratterizzano ogni uomo, la fragilità, la dimensione creaturale e la realtà del peccato. Per questo non ci si deve scoraggiare quando i govani rifiutano la proposta evangelica e la sequela del Signore. L’esperienza del peccato, infatti, non è legata ad una particolare età né ad una specifica situazione. Tutti gli uomini in ogni momento della propria vita possono sperimentare la propria fragilità e peccare. Per questo è necessario che il cuore di ogni uomo, in ogni tempo e in ogni luogo, possa sperimentare l’abbraccio misericordioso del Padre che è nei cieli. Gli animatori devono stare attenti a non trasmettere un’idea sbagliata di Dio e della stessa fede cristiana. Gesù Cristo ci ha rivelato il volto misericordioso del Padre, che perdona e accoglie sempre, che responsabilizza e chiama in modo gratuito alla verità e alla libertà della fede. L’annuncio e la chiamata del Signore non si rivolge ai giusti, ma ai peccatori. La salvezza non è un premio per una vita buona, ma è un dono che permette di realizzarsi in una vita buona, bella e vera.

Educare al silenzio: la forza dell’amore

20150109_134756_fmt*di don Gianfranco Calabrese* Il silenzio nasce da un cuore che ama e pensa
L’amore non è un semplice sentimento, né un’emozione istintiva, ma un atto libero e volontario. È un atto responsabile che ha radici profonde: la volontà e l’intelligenza. L’amore umano profuma di libertà. Nessuno può essere obbligato o costretto ad amare. Non è sufficiente legare l’amore ai sentimenti e alle sensazioni che si possono provare nei riguardi di un persona. La volontà non si identifica sempre con il sentimento, con la passione o con l’istinto, ma trova la propria ragione nell’intelligenza e nel pensiero umano. Sono le motivazioni della mente e le ragioni del cuore, che confortano la volontà, illuminano il cammino della libertà e permettono di vivere relazioni e rapporti che fanno crescere e maturare ciascuna persona.

love_fmtPer vivere la forza dell’amore è necessario, dunque, educare i giovani a comprendere se stessi e gli altri, a pensare e ragionare con calma, a scegliere senza impulsività, non nella logica del tutto e subito. Il cuore, fonte dell’amore, si rinforza amando in modo intelligente e libero. Per raggiungere questa meta diventa fondamentale educare i giovani al silenzio e al raccoglimento. Risuonano sempre profonde ed attuali le riflessioni di S. Anselmo d’Aosta nel suo libro Proslogion: «Esortazione della mente a contemplare Dio».
Rivolgendosi all’uomo che cerca Dio, egli afferma che il desiderio dell’amore e l’intelligenza della fede non possono essere separate, ma devono essere unite. Il silenzio dell’accoglienza dell’altro si rivela e si manifesta nella libertà e nella gratuità dell’amore e conduce chi cerca ad incontrare colui che si cerca, Dio o l’altro: «Insegnami a cercarti, e mostrati a me che ti cerco. Io non posso cercarti se tu non mi insegni, né trovarti se tu non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti, che ti desideri cercandoti, che ti trovi amandoti, e che ti ami trovandoti». É un meraviglioso cammino che deve essere proposto ai giovani. Il silenzio in una società del rumore, la forza dell’amore in un mondo nel quale dominano i sentimenti deboli, la bellezza di relazioni stabili contro la paura verso tutto quello che è impegnativo e costante, sono le sfide di una seria pastorale giovanile. Per scoprire le ragioni dell’amore è fondamentale scavare dentro di sé, nella ricerca faticosa del tesoro nascosto e della perla preziosa.
fields_of_glory_by_hel_fmtNon avere paura della verità
Il silenzio non è semplicemente un modo utile per spogliarsi delle tante preoccupazioni che affollano la nostra mente, per liberarsi dalle diverse occupazioni che impediscono di pensare o di entrare in noi stessi. Il silenzio ci permette di capire ciò che ci può rendere veramente felici. I veri valori non passano e non sono mai superficiali, ma profondi e richiedono un’attenzione che solo il silenzio interiore può far scoprire. Quando un velocista deve affrontare una gara, trova sempre un po’ di tempo per raccogliersi nel silenzio e concentrarsi. Il silenzio è la porta per entrare nella verità di sé e per cogliere la verità degli altri. Se non si riesce a fare silenzio si rischia di lasciarsi affascinare da ciò che è apparenza e che ci conduce lontano dalla verità. Non bisogna avere paura del silenzio. L’abbondanza delle parole e la frenesia delle azioni, di fatto nascondono la paura della verità. Parlare tanto non significa dire cose importanti o comunicare valori o idee essenziali per la vita. Spesso l’incapacità di fare silenzio copre una debolezza dell’animo umano, nasconde le false sicurezze spacciate per verità assolute. L’animatore che cerca di educare i giovani al silenzio e al raccoglimento, li prepara non solo a scoprire le verità che albergano nell’intimo del loro cuore, ma anche i valori che sono la roccia sulla quale è possibile costruire la loro casa. Dal silenzio nasce il dialogo, si supera il rischio del monologo e dell’isolamento. Nel silenzio il gruppo dei giovani si consolida nella verità delle relazioni e si rafforza nonostante le differenze e le difficoltà. Se si cerca la verità e non si ha paura dei propri errori e dei propri limiti, se si vuole crescere nel bene e si è disponibili a cambiare, allora non si ha paura del silenzio, anzi lo si cerca come l’acqua nel deserto.

L’incontro... La tenerezza dell’incontro con Dio può avvenire se l’uomo educato al silenzio scopre che Dio non è nel fuoco, nel terremoto e nel vento, espressioni della forza della natura, ma nel dono dello Spirito Santo, nel vento leggero e nella forza dell’amore di Dio. L’incontro avviene nella vita quotidiana, nella dolcezza dei sorrisi e dei volti che incrociamo: la vita spirituale degli animatori nasce ogni giorno, semplicemente scoprendo quello che abbiamo intorno.  
L’incontro…
La tenerezza dell’incontro con Dio può avvenire se l’uomo educato al silenzio scopre che Dio non è nel fuoco, nel terremoto e nel vento, espressioni della forza della natura, ma nel dono dello Spirito Santo, nel vento leggero e nella forza dell’amore di Dio.
L’incontro avviene nella vita quotidiana, nella dolcezza dei sorrisi e dei volti che incrociamo: la vita spirituale degli animatori nasce ogni giorno, semplicemente scoprendo quello che abbiamo intorno.

Il silenzio e l’incontro con Dio: la tenerezza dell’amore
Nell’antico testamento il racconto dell’incontro tra Dio e il profeta Elia è fondamentale per comprendere il valore del silenzio, per educare dei giovani alla preghiera e all’incontro con Dio: «Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spazzare le rocce danati al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna» (1 Re19,11-13). In questa narrazione c’è tutta la potenza dell’amore di Dio che si rende presente nella brezza leggera e che chiede agli uomini l’ascolto, attento e vigilante. La tenerezza dell’incontro con Dio può avvenire se l’uomo educato al silenzio scopre che Dio non è nel fuoco, nel terremoto e nel vento, espressioni della forza della natura, ma nel dono dello Spirito Santo, nel vento leggero e nella forza dell’amore di Dio. Per questo motivo si può affermare che l’incontro con Dio può avvenire nel silenzio e nella tenerezza dell’amore. Si manifesta nelle vicende quotidiane della vita e nella dolcezza dei sorrisi e dei volti di coloro che si lasciano abbracciare dall’amore di Dio e dalla forza dello Spirito Santo. La vita spirituale degli animatori della pastorale giovanile e degli stessi giovani cresce e matura se, nel silenzio e nella preghiera, si riesce a cogliere la presenza del Signore non nel clamore degli eventi, ma nella semplicità degli incontri. L’animatore, prima di sviluppare le capacità e le doti proprie di un bravo comunicatore, deve lasciarsi plasmare dal silenzio, dal raccoglimento e dalla tenerezza dell’amore di Dio. In questo modo, egli sarà capace di introdurre i giovani nell’esperienza contemplativa del silenzio, nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio, nell’incontro sacramentale e nella celebrazione della liturgia eucaristica.

Giovani «ecumenici» L’unità della Chiesa: un cammino che interessa tutti!

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i cristiani sono come ponti che permettono di attraversare luoghi diversi

*di don Gianfranco Calabrese*
La formazione dei giovani nelle nostre parrocchie e nelle associazioni deve lasciarsi sollecitare dalle parole di Gesù nell’ultima Cena: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perchè tutti siano una cosa sola; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perchè il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv. 17, 20-21). Nella preghiera di Gesù al Padre è possibile ritrovare il cuore della missione della Chiesa: far crescere la comunione tra gli uomini, accogliendo come dono la stessa comunione che esiste in Dio e che Gesù con le sue parole e i suoi gesti ci ha manifestato. Non si può rimanere indifferenti di fronte alla forte richiesta di Cristo rivolta non solo ai suoi apostoli, ma a tutti i credenti. Gesù ci vedeva molto bene! Quante grandi e piccole divisioni hanno accompagnato la storia della chiesa : si è continuato a dividere le vesti di Gesù, come hanno fatto i soldati romani sotto la croce. La tensione e la ricerca dell’unità hanno continuato ad essere presenti nella vita della Chiesa, perchè non è stato possibile strappare la tunica del Signore. Non ci sono riusciti neppure i soldati romani: «I soldati, poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca”. Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte. E i soldati fecero così» (Gv 19, 23-24).

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Non dobbiamo avere paura di aprire le nostre porte, nè temere il progresso culturale

L’educazione all’unità e alla riconciliazione deve essere un cammino fondamentale per i gruppi giovanili e per ogni realtà ecclesiale, perchè la tentazione della divisione alberga nel cuore di ogni credente. Ciascuno crede di possedere la verità e condanna gli altri e li accusa di essere nell’errore. La tunica di Cristo, la Chiesa di Cristo, è una perchè è di Cristo. Nessuno può pretendere di gettare la sorte e di possederla. Solo se si elimina Cristo, si può tentare la sorte e appriopriarsene. L’ecumenismo tocca il cuore di ogni credente e lo chiama alla comunione, a vivere la stessa unità che Cristo ci ha rivelato e ci ha donato. È la vita di Dio partecipata agli uomini nella Chiesa. Per questo la carità deve animare la formazione dei gruppi giovani, renderli cenacoli di amore e di unità, di accoglienza e di ascolto, di comprensione e di conversione. Questi atteggiamenti sono possibili se si educano i giovani ad una mentalità ecumenica, si rendono aperti gli uni gli altri e si allontanano dal rischio dell’esclusione e del pregiudizio. L’ecumenismo interessa tutti, perchè sgorga dalla carità. Deve animare ogni azione dei cristiani e colorare il loro agire nella Chiesa e nel mondo. I cristiani sono come i ponti che permettono agli uomini di attraversare luoghi diversi. La Chiesa, attraverso i gruppi giovanili, può sperimentare la riconciliazione delle diversità e ricostruire l’unione dove c’è divisione .
Formare ad una mentalità ecumenica
Il Vaticano II nei suoi documenti ha seguito una regola d’oro: ciò che unisce viene prima di ciò che divide. Questa regola ha permesso di crescere nella comunione e di realizzare passi fondamentali nell’unità e nella condivisione. Ma non è né immediato né facile. È più facile vedere e sottolineare ciò che non funziona: i difetti, i limiti, le differenze e le mancanze. Il punto nero risalta immediatamente agli occhi su un foglio bianco. Un albero che cade – dice un famoso proverbio- fa più rumore di una foresta che cresce. Per questo la spiritualità ecumenica, che pone al centro gli elementi comuni e i doni condivisi, animando la formazione spirituale dei gruppi giovanili, aiuta a crescere nella comunione. Le contrapposizioni e le differenze che normalmente vengono accentuate dalla presunzione di essere nella verità, finiscono per giustificare non solo le divisioni, ma anche spezzare ogni dialogo e ogni possibile collaborazione. Il battesimo, la fede, la chiamata in Cristo a partecipare alla vita divina e alla comunione fraterna sono il cuore dell’annuncio evangelico. Questi doni non sono né una conquista né un premio, non sono il frutto di meriti personali, ma sono regali di Dio offerti a tutti coloro che si sono lasciati affascinare dalla croce di Cristo, dalle beatitudini e dall’amore del Padre. La mentalità ecumenica apre il cuore e la mente e permette di scoprire i segni di giovani30001_optDio che sono presenti nella vita e nelle azioni di coloro che ci sono vicino e che, anche diversi da noi, condividono la stessa passione per la salvezza, per la felicità e per la pace degli uomini e del mondo. Per questo educare al dialogo e alla conoscenza dell’altro è una strada maestra per superare gli inevitabili contrasti e prevenire i possibili scontri. Comprendere le ragioni degli altri e le radici della diversità è la via che conduce alla conversione personale e che aiuta a vedere gli altri non come pericolosi concorrenti, ma come amici e fratelli da accogliere.
Non il bianco e il nero, ma il grigio della vita
Ai superiori generali dei religiosi, riuniti in Assemblea nazionale, papa Francesco ha rivolto un pressante invito a crescere nel discernimento spirituale: «Non basta vedere il bianco e il nero. Il discernimento è andare avanti nel grigio della vita e cercare lì la volontà di Dio, non nel fissismo del pensiero» (Avvenire, 26 novembre 2016, p.17). Nella formazione dei giovani non si possono semplicemente trasmettere le verità e i principi religiosi e morali, occorre aiutare i giovani a vivere nella complessità della realtà, anche se ambigua e contraddittoria. È necessario condurre i giovani a scoprire i valori positivi che sono presenti, a condannare il male e a collaborare con tutti coloro che hanno come fine la giustizia, la felicità e la pace. Il bene e la bontà non hanno colore politico, né si identificano con alcun gruppo; non sono appannaggio esclusivo di nessuno, ma il terreno comune sul quale è possibile costruire la comunione nel rispetto vicendevole. Occorre far crescere il consenso intorno ai valori fondamentali e condividerli con la maggioranza dei fratelli, siano essi credenti o non credenti.

LA FORMAZIONE DEI GIOVANI
Nella formazione dei giovani non si possono semplicemente trasmettere le verità  e i principi religiosi e morali, occorre aiutare i giovani a vivere nella complessità  della realtà , anche se ambigua e contraddittoria. È necessario condurre i giovani a scoprire i valori positivi che sono presenti, a condannare il male e a collaborare per la pace e la giustizia.

Educare le persone ad essere aperte

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Non dobbiamo avere paura di aprire le nostre porte, né temere il progresso culturale

*di don Gianfranco Calabrese*
Non esiste la persona fuori dal mondo
Se si mette al centro dell’evento educativo la persona e il suo sviluppo psico-fisico e spirituale, si deve avere una particolare attenzione all’educazione dell’adolescente e del giovane nell’ambiente e nel mondo che lo circonda e dentro il quale vive e agisce. È necessario educare e formare sempre la persona nella relazione con gli altri e con il mondo, con la creazione e con il cosmo. Una persona cresce se resta aperta di mente e di cuore, capace di stupirsi, di  osservare e di apprezzare  ciò che lo circonda e di godere della vita e della natura . Non dobbiamo avere paura di aprire le porte della nostre chiese, delle nostre sacrestie e delle  sale dove si svolgono le nostre riunioni , per educare a correre sulle strade del mondo, per far conoscere la creazione, l’umanità sofferente,  la bellezza e la musica della vita, per far ascoltare  i lamenti degli uomini che abitano il nostro meraviglioso e drammatico pianeta. Non si deve temere il progresso culturale, scientifico e tecnologico. Infatti non è la scienza che rovina l’uomo, ma  la sete di denaro, di potere e di dominio assoluto dell’uomo può macchiare la bellezza, la verità e la bontà delle sue opere . Infatti, è proprio nel cuore dell’uomo che albergano i più pericolosi sentimenti che possono rovinare la creazione : la cupidigia, la violenza, l’odio …

 

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Solo se si esce e si apre il cuore si può educare

Educare il cuore per migliorare lo sguardo

Non bisogna lasciarsi ingannare dalla falsa  e pericolosa illusione  che gli adolescenti devono essere protetti e custoditi dal mondo, perchè non si cresce nel chiuso di un laboratorio asettico, ma sulla strada. Ciò che vale non è allontanare, ma educare il cuore nella realtà e nella consapevolezza che solo nella lotta maturano le scelte e si formano le persone. È essenziale educare il cuore all’amore di Dio e del prossimo. Per questo uscire significa andare lungo la strada che scende da Gerusalemme a Gerico e non passare oltre, né dall’altra parte, perchè non si ha timore di incontrare il fratello che tende la mano o pone le vere domande della vita. Dio stesso non ha avuto paura di farsi pellegrino e viandante per rispondere alle sfide e alle domande di ogni uomo e piegarsi per ascoltare, ungere, curare, prendere su di sé e condurre nella locanda dove si può offrire un po’ di ospitalità e di conforto. Per far questo Egli ha pagato con il suo amore il prezzo dell’uscire e dell’accogliere gli altri come sono e non come dovrebbero essere. Quest’atteggiamento divino ci ha permesso di conoscere il cuore di Dio: avendo amato i suoi, li amò sino alla fine. Solo se si esce e si apre il cuore  all’altro si può manifestare, educare e rivelare la profondità dell’amore che abita il segreto del cuore di Dio e dei nostri ragazzi.

Uscire per incontrare gli uomini in Dio e Dio negli uomini

Uscire senza paura e con gioia dai nostri ripetitivi programmi sclerotizzati, dalle nostre sicurezze dogmatiche e dalla cultura del venire a riunione, serve a liberare gli adolescenti e i giovani dal timore degli altri e dei loro coetanei e serve a spezzare il circolo chiuso dei gruppi autoreferenziali e iper-protettivi. E’ necessario  stare in mezzo ai compagni a scuola, al lavoro, nello sport , nonostante la fatica delle  dipendenze che legano drammaticamente molti ragazzi  contemporanei. I cristiani non fuggono i problemi della vita, ma vivono la lotta per la liberazione come un cammino insieme sotto la guida di Cristo e del Vangelo e nella forza dello Spirito Santo. Gli animatori del gruppo degli adolescenti e dei giovani devono avere la testa in cielo e i piedi ben radicati sulla terra, se vogliono educare a divenire testimoni della risurrezione di Colui che ha dato la vita per la salvezza di tutti gli uomini. I discepoli del Signore non cercano la tranquillità della casa calda e protetta, ma la polvere della strada e il freddo del cammino. I cristiani non fuggono il mondo. Anche se non sono del mondo, cercano la libertà e la salvezza nel tempo Essi sono radicati nel mondo di Dio, nel suo amore, amano il mondo degli uomini e in Lui tutti coloro che la provvidenza pone sul cammino della vita.

Sapersi stupire, nonostante le difficoltà e la lotta

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ascolta la canzone Buon viaggio di Cesare Cremonini  https://www.youtube.com/watch?v=1pRPXIC4Vtk

L’animatore del gruppo deve essere il primo che sa stupirsi e gioire nella fatica della lotta e nelle difficoltà del mondo presente. In questo modo sarà capace di far scoprire ai ragazzi e ai giovani, con realismo e senza ingenuità, il bello, il buono e il vero  della  vita . Tutto è un dono di Dio. Egli semina nei solchi della storia i carismi e le meravigliose  possibilità  che possono rendere più bello l’ambiente che ci circonda e la fraternità umana. Lasciarsi guidare dalla vita degli adolescenti, senza pregiudizi e con fiducia, significa convertirsi e credere che le loro potenzialità potranno fiorire in quanto doni di Dio. La primavera dell’adolescenza e della giovinezza fa finire l’inverno e l’autunno di chi pensa che tutto è perso e che il freddo ha ucciso la vita e il bene. Se si esce dai nostri pregiudizi e si osserva la vita quotidiana, ci si accorge che ci sono, insieme ai segni della crisi,  i segni della speranza e del Cristo nella storia, che continua ad operare nel suo Spirito. L’animatore del gruppo adolescenti e giovani educa i ragazzi a guardare fuori dalle finestre della sala delle riunioni  e come il profeta a saper osservare il mandorlo fiorito: Geremia 1, 11-2. Occorre uscire per condividere la gioia della vita con coloro che sono credenti , con coloro che lottano per vivere e per credere e con coloro che non credono, ma cercano di amare. Tutti sull’unica carovana che tra le soste, le buche, le corse e le ricadute , viaggia verso la meta, che è uscire da noi per entrare nel cuore di Dio, alla fine del nostro stupendo viaggio.

SAPERSI STUPIRE
L’animatore deve essere il primo che sa stupirsi e gioire anche nella fatica e nelle difficoltà. A volte occorre lasciarsi guidare dalla vita degli adolescenti, senza pregiudizi e credere alle loro potenzialità, perché essi sono doni di Dio e in quanto tali possono fiorire quando meno ce lo aspettiamo. L’animatore dovrà insegnare anche ai ragazzi questa capacità di guardare fuori…

 

Quanta pazienza … E perchè?

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La ragione della pazienza educativa

Una condizione fondamentale che deve caratterizzare l’animatore del gruppo degli adolescenti è la Pazienza . Si tratta di una virtù spontanea e naturale ma è anche il frutto di un lungo esercizio di preghiera e di crescita, di maturazione umana e cristiana. Infatti Continua a leggere “Quanta pazienza … E perchè?”

Educare alle vere relazioni nel gruppo

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Cristo Gesù è il centro, il cuore e il senso di ogni azione missionaria della Chiesa

*di don Gianfranco Calabrese*

Legati a Cristo e ai fratelli
Non bisogna mai dimenticare un principio fondamentale che caratterizza l’annuncio e l’evangelizzazione, valido per qualsiasi gruppo di persone  e per tutti gli ambiti di vita: Cristo Gesù è il centro, il cuore e il senso di ogni azione missionaria della Chiesa. È fondamentale non perdere di vista questa verità. Direi che questa è l’unica Verità. Se gli animatori della pastorale giovanile  avranno presente questo principio, nella programmazione e nell’attuazione di ogni attività, riusciranno a superare il rischio della ricerca del risultato immediato, dell’eccessivo attivismo, della preoccupazione per aspetti assolutamente secondari, delle  ansie dell’iperattività o del pessimismo frutto di  una falsa spiritualità che conduce al disimpegno e alla pigrizia. Incontrare Gesù significa educare al gusto sapiente della verità, della bellezza e della verità. Essere legati a Cristo rende liberi da ogni legame e da ogni idolatria, da ogni condizionamento che impedisce di correre verso il bene, di assaporare la bontà della vita e farsi riscaldare dal sole caldo della verità, che risplende in ogni realtà, nella creazione e nell’umanità. Il legame con Cristo non abbassa ma eleva. Quando si sale sulla mongolfiera, si è legati a tutto, ma si sale sopra tutto. Cristo è la nostra libertà liberante, la nostra verità illuminate, la bontà che ci rende buoni e benevoli.

 

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Il legame con Cristo fa crescere e unisce agli altri

Legati a Gesù, il Messia e il Cristo, per essere dono
Nessuna relazione umana può essere totalmente slegata dall’interesse, dalla ricerca del consenso e dal bisogno della risposta. Solo Cristo ci lega a sé senza chiedere nulla per sé. Con le nostre  attività dobbiamo riuscire a trasmettere questa verità profonda: non esiste nessuna legge che obbliga o lega al dovere, ma tutto è  dono, grazia, libertà di rispondere per il proprio Bene. L’uomo che diventa discepolo del Signore, che obbedisce al Padre e vive nel dono dell’Amore, dello Spirito Santo, non rende più buono Dio, né più benevolo il Padre, ma lui stesso diventa più buono, più vero e più bello. Il legame con Cristo fa bene. Fare il bene, fa bene! Tutto è un dono meraviglioso: l’amicizia con Gesù, diventare figli di Dio, entrare nel gruppo dei discepoli del Signore, nella Chiesa e nel regno di Dio. Questi doni fanno crescere la nostra umanità, ci rendono più liberi, ci sciolgono dai legami che ci rendono schiavi di noi stessi e dagli altri. Con i doni di Dio possiamo volare legati al filo rosso del suo Amore infinito. È l’amore di Dio, la vita di Dio, dono della Pasqua di Cristo, che ci permette di vivere e respirare nel mondo senza essere contaminati dallo smog delle tentazioni e dei peccati, che sono i veri lacci che ci legano. Il suo Amore è il vero legame che ci permette di salire in cordata verso le alte vette senza rischiare di precipitare nei crepacci o di cadere mentre scaliamo la montagna della nostra gioia, della nostra beatitudine, della realizzazione di noi stessi e della comunione con gli altri. Questa è la sfida alla quale è chiamata la pastorale con e per gli adolescenti, con e per i giovani: inventare la melodia dell’amore e della fede sulle note del dono, della grazia, della misericordia, della libertà, della gratuità, della responsabilità e della comunione.

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Tutto è un dono meraviglioso. Fare il bene fa bene!

Servire i fratelli, impegnarsi per il bene del prossimo, pregare e celebrare il giorno del Signore, sacrificare la propria vita, non sono obblighi, ma bisogni e necessità che nascono e fioriscono come gli alberi in primavera in virtù del sole e del calore dell’Amore. È il dono dell’Amore che feconda e attrae il cuore dell’uomo, lo rende capace di essere nella libertà come deve essere: generati nel dono e nella testimonianza di Cristo. Stare con gli altri significa camminare legati in cordata. Questa è l’unica condizione per vivere e per non morire, per camminare e per raggiungere, anche con fatica, la meta: la felicità.

 

Essere attratti dall’Amore
Per riuscire a far cogliere l’importanza del legame tra Gesù e la vita del ragazzo, l’animatore deve lasciarsi attrarre dalla persona di Gesù, dalla sua vita e dalla sua Parola,  e dalla persona e dalla vita dei ragazzi che è chiamato ad accompagnare e servire. È necessario conoscere, amare, apprezzare la vita dei ragazzi così come è, non come si vuole o si ritiene che debba essere. Allo stesso modo, è fondamentale conoscere, contemplare e amare la vita di Gesù così come è, non come si vuole o si ritiene che debba essere. Non si può essere innamorati di idee astratte, ma della realtà concreta, dell’altro e dell’Altro, senza false illusioni e senza pericolose delusioni. È la realtà il ponte che conduce Dio all’uomo e l’uomo a Dio. L’animatore deve servire la storia e far risplendere in essa ciò che c’è di bello, di buono e di vero, ciò che è stato seminato nei solchi e nella realtà del tempo.

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QUESTIONI DI CRESCITA Un gruppo cresce nella propria identità se ciascun ragazzo riesce, con l’aiuto dell’animatore, a creare un proprio personale rapporto con Cristo e contemporaneamente con ciascun componente del gruppo. Nella fede cristiana si non si può mai separare Dio dai fratelli e i fratelli da Dio: è questa la sfida dell’evangelizzazione.

In questo modo le riunioni non diventeranno una fuga ideologica, né un laboratorio asettico, ma il luogo dell’esperienza, del dialogo e del confronto tra la verità di Cristo e la verità dell’uomo. Senza questo realismo, che nasce dall’amore e dalla verità dell’altro e di Cristo, non si migliorano i legami e le relazioni tra le persone e con la persona di Gesù. Si costruiscono il gruppo e la fede sulle  false pretese degli adulti. Non si introduce la vita dei ragazzi nella vita di Dio e la vita di Dio nella storia degli uomini. Non si aiutano i ragazzi e i giovani a vivere il messaggio di Gesù nella quotidianità. Per evitare questi pericoli è necessario essere attratti da Gesù, dal suo Vangelo, dal ragazzo e dalla sua vita. Per organizzare riunioni interessati e programmare esperienze coinvolgenti,  non bisogna fissarsi sulla nostra idea di Dio, sul nostro programma, sulla nostra tabella di marcia e sui nostri risultati, ma tenere conto della realtà della storia e del progetto di Dio.

In questo modo è possibile creare legami significativi e veri tra i ragazzi. Questo avviene per la comune scelta di fede, per l’amicizia condivisa con Gesù e con il suo messaggio di Amore e di Pace.  Un gruppo cresce nella propria identità se ciascun ragazzo riesce, con l’aiuto dell’animatore, a creare un proprio personale rapporto con Cristo e contemporaneamente con ciascun componente del gruppo. Tutto questo è frutto dell’amore di Dio e del prossimo. Nella fede cristiana si non si può mai separare Dio dai fratelli e i fratelli da Dio, come ci ha rivelato Cristo Gesù, vero Dio e vero uomo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. La sfida della nuova evangelizzazione si vince se si riscopre Cristo nel dono dello Spirito Santo : il Vangelo del Dio Vivente.