Come vivere l’oratorio nella sequela di Cristo

Qual è lo scopo degli oratori? Molto spesso a questa domanda si risponde con affermazioni diverse, ma quali mai si pone l’attenzione su quello che è il centro di tutta l’attività oratoriale: Gesù Cristo.

Se manca questo scopo centrale “la sequela di Cristo”, possiamo avere bellissime attività o organizzazioni che però falliscono il loro impegno.

Riconosciamo quindi all’oratorio la funzione di primo annuncio cristiano e quindi è necessario che ogni animatore, responsabile o collaboratore dell’oratorio, viva prima di tutto la sua relazione con Cristo.

Dopo questa premessa necessaria, cerchiamo di vedere come vivere l’oratorio nella sequela di Cristo. Mostreremo un luogo necessario e due attenzioni da mettere in campo.

Il luogo è comprensibile, ogni oratorio deve avere una cappella del Santissimo Sacramento, anche se piccola deve essere centrale nella struttura e dovrebbe essere almeno capiente affinché almeno gli animatori di un gruppo possano pregare insieme. Essa deve essere il luogo davanti la quale ogni bambino o ragazzo o giovane può passare davanti o entrare per pregare.

Sembra superfluo in questa sede sottolineare che lo stesso progetto educativo deve avere come obiettivo l’annuncio e la sequela di Cristo, per cui non mi soffermo su questo aspetto. Ma è necessari mettere in evidenza due atteggiamenti da parte ci coloro che sono chiamati a formare (risposabili o direttori di oratorio) e da parte di coloro che sono gli animatori.

I formatori devono per primi vivere l’oratorio come luogo principale in cui stanno rispondendo alla chiamata di Gesù a seguirlo, in questo servizio di annuncio, la figura biblica che può essere accostata a questa figura è San Paolo, che vive per primo l’incontro trasformante con Cristo, diventa discepolo nella Chiesa e annunciatore nel mondo.

Gli animatori che svolgono il loro servizio in oratorio devono essere capaci di vivere la loro fede per primi ed essere aiutati a verificare la chiamata che il Signore fa loro per servire i fratelli. Quesito attraverso la preghiera, l’ascolto della Parola e l’adorazione, non dico la Messa perché è un’ovvietà e viene prima di ogni cosa. Comprendiamo quindi che per vivere l’oratorio nella sequela di Cristo è necessario avere un rapporto con Lui personale e intimo, non sentimentalistico o fondato solo sull’aspetto della filantropia o del divertimento che portano spesso alla gratificazione di sé e non alla sequela di Cristo.

Più volte ho parlato di sequela e mi sembra opportuno specificare cosa intendiamo con questo termine. Faccio riferimento a un brano evangelico poco comune, citato spesso per la figura di coloro che sono chiamati al sacerdozio ministeriale. Il brano è quello di Gv 21 Gesù dice a Pietro tu quando eri giovane andavi dove volevi quando sarai vecchio un altro ti condurrà dove non vuoi1 poi aggiunse Seguimi!

Ecco in questo seguimi vedo la centralità della sequela, non è seguire e mettersi sulle orme del maestro soltanto, ma è rinunciare a se stessi per un bene maggiore Gesù. Noi vogliamo bene a Cristo e ai ragazzi dell’oratorio per i quali faremo tutto, ma attenzione quanto è vero? Dovrebbe essere sempre la domanda da farsi ogni volta che entriamo e usciamo dall’oratorio: oggi ho seguito Gesù? Che significa: mi sono comportato come avrebbe fatto lui, ho fatto si che chi mi ha incontrato ha visto Lui nei miei gesti, nelle mie parole, nei mie sguardi?

Questo comprendiamo che è possibile solo se ci nutriamo di lui, allora come si vive nell’oratorio, la sequela di Cristo: con la preghiera la Parola e l’Eucarestia.

Ma direte i bambini e i ragazzi non dovrebbero vivere anche loro l’oratorio nella sequela di Cristo? Certo ma questo sarà direttamente proporzionale alla misura in cui coloro che sono chiamati ad attuare il progetto educativo lo vivono.

Non servono maestri ma testimoni, diceva S. Paolo VI, e questo mi sembra la risposta più adeguata! Buona Sequela!

Don Fabio Menicagli

Educare significa donarsi come lui si donò

“Sullo stile di Gesù, quale emerge dal suo rapporto con i discepoli di Emmaus, dobbiamo chiederci se e fino a che punto il nostro impegno al servizio dell’educazione sia fatto di compagnia, memoria e profezia. O si è capaci di generare testimoni liberi e convinti di ciò per cui vivono o si fallisce lo scopo. Chi educa non crea dipendenze ma suscita cammini di vita in cui costruire nella luce che sola illumina il cuore.”[1] Una sfida al processo educativo viene dalla penuria di speranze in grande che sembra caratterizzare la cultura post-moderna: tramontato il sole dell’ideologia, il futuro non appare più certo e affidabile, come volevano rappresentarlo i ‘méga-recits’ ideologici delle più diverse matrici. Uscire dal buio degli orizzonti verso cui andare è sfida decisiva, tanto per l’esistenza personale, quanto per l’impresa collettiva. Su questo punto il racconto di Emmaus svela ricchezze sorprendenti: Gesù schiude ai due discepoli un nuovo futuro, aprendo il loro cuore a una speranza affidabile; egli accende la profezia, contagiando il coraggio e la gioia. È scopo dell’educazione schiudere orizzonti, raccogliere le sfide e accendere la passione per la causa di Dio tra gli uomini, che è la causa della verità, della giustizia e dell’amore. Chi educa non deve pretendere di dominare l’altro, ma deve aspirare a liberarlo per la sua libertà più vera. Gesù procede così: si fa vicino, spiega le Scritture, alimenta il desiderio, si fa riconoscere e offre ai due l’annuncio di sé, della sua vittoria sulla morte, rendendoli liberi dalla paura e provocandoli alla libertà della missione: «Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro… E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (vv. 15 e 27). «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista» (vv. 30-31). Si accende nei cuori dei due una ‘grande gioia’ (v. 41). È da questa gioia che scaturisce l’urgenza di partire subito per portare agli altri la buona novella di cui sono ormai testimoni: «E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (vv. 33-34). L’incontro vissuto esige di essere testimoniato: non puoi fermarti a ciò che hai avuto in dono. Devi a tua volta donarlo, camminando sulle tue gambe e facendo le scelte della tua libertà. L’educazione o genera testimoni liberi e convinti di ciò per cui vivono, o fallisce il suo scopo. Chi educa non deve creare dipendenze, ma suscitare cammini di vita, in cui ciascuno giochi la propria avventura al servizio della luce che gli ha illuminato il cuore. «Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane » (v. 35). L’educazione ha raggiunto il suo fine quando chi l’ha ricevuta è capace di irradiare il dono che lo ha raggiunto e cambiato: «Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia – affermava – sono uomini che, attraverso una fede illuminata, rendano Dio credibile in questo mondo… Uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando di lì la vera umanità, uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore… Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini».[2]

Educare, insomma, non è clonare, ma accogliere la vita col dono della vita, suscitando i cammini di libertà di un’esistenza significativa e piena, spesa al servizio della verità che sola rende e renderà liberi. L’educatore o è testimone di una speranza affidabile, contagiosa di verità e trasformante nell’amore o non è. L’icona biblica di Emmaus ci consente così una descrizione dell’azione educativa: educare è accompagnare l’altro dalla tristezza del non senso alla gioia della vita piena di significato, introducendolo nel tesoro del proprio cuore e del cuore della Chiesa, rendendolo partecipe di esso per la forza diffusiva dell’amore. Chi vuol essere educatore deve poter ripetere con l’apostolo Paolo queste parole, che sono un autentico progetto educativo: «Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia» (2 Corinzi 1, 24). Sullo stile educativo di Gesù, quale emerge dal suo rapporto con i discepoli di Emmaus, dobbiamo esaminarci tutti, chiedendoci se e fino a che punto il nostro impegno al servizio dell’educazione sia fatto analogamente di compagnia, memoria e profezia. Questo vale tanto per la quotidiana comunicazione vitale fra le generazioni, quanto per l’impegno educativo, quanto per l’azione pastorale della Chiesa e il servizio alla causa dell’evangelizzazione. Dio, che ha educato il suo popolo nella storia della salvezza, continua a educarci e a educare: «Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Giovanni 14, 26). Non rinunciamo dunque a raccogliere la sfida educativa, qualunque sia il livello di responsabilità che ci è dato di vivere. E confidiamo nel divino Maestro. A Lui vorrei rivolgermi in conclusione, dicendogli con semplicità e fiducia a nome di tutti coloro che vogliano accettare e vivere la sfida educativa: Signore Gesù, ti sei fatto compagno di strada dei discepoli dal cuore triste, incamminati dalla città di Dio verso il buio della sera. Hai fatto ardere il loro cuore, aprendolo alla realtà totale del Tuo mistero. Hai accettato di fermarti con loro alla locanda, per spezzare il pane alla loro tavola e permettere ai loro occhi di aprirsi e di riconoscerti. Poi sei scomparso, perché essi – toccati ormai da te andassero per le vie del mondo a portare a tutti l’annuncio liberante della gioia che avevi loro dato. Concedi anche a noi di riconoscerti presente al nostro fianco, viandante con noi sui nostri cammini. Illuminaci e donaci di illuminare a nostra volta gli altri, a cominciare da quelli che specialmente ci affidi, per farci anche noi compagni della loro strada, come tu hai fatto con noi, per far memoria con loro delle meraviglie della salvezza e far ardere il loro cuore, come tu hai fatto ardere il nostro, per seguirti nella libertà e nella gioia e portare a tutti l’annuncio della tua bellezza, col dono del tuo amore che vince e vincerà la morte.

 

 

[1] BRUNO FORTE, Avvenire del 6 settembre 2018

[2] Il Card. Ratzinger pochi giorni prima della sua elezione a successore di Pietro, parlando a Subiaco il 1 Aprile 2005

Sentieri di libertà

shutterstock_58453813 _opt*di don Walter Ruspi* Il cammino della parola Libertà, parola nuova, che si sviluppa nel cristianesimo nel confronto con la cultura greca e romana, che conosce la necessità (anagkè) e il destino (moira), e vede l’uomo libero se non di-pende da alcun padrone. Sul piano morale il pensiero socra-tico faceva consistere la libertà nel “fare ciò che è meglio” o nell’essere capace di scegliere (Aristotele).
Paolo la reinterpreta come “prospettiva di salvezza”, “sentiero, percorso”, che parte dall’azione di Dio che libera e ci porta a di-venire “liberi”. L’azione liberante di Dio La Bibbia non propone un concetto astratto di libertà, ma attesta nei suoi scritti l’azione liberatrice di Dio, come un intervento di liberazione per l’uomo, come un atto di potenza, per il quale non c’è alcun corrispettivo da parte dell’uomo.
Fa’ nascere il popolo d’Israele: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’E-gitto, dalla condizione di schiavitù” (Es 20,2).
Fa’ parte del memoriale: “Ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha riscattato” (Deut 15,15).  Fonda la prospettiva di salvezza del popolo come liberazione definitiva dell’ultimo giorno: “Ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con esultanza; felicità perenne sarà sul loro capo, giubilo e felicità li seguiranno, svaniranno afflizioni e sospiri. Io, io sono il vostro consolatore” (Is 51, 11-12). Dio continua la sua azione liberatrice con la venuta del Regno, libero dono di Dio nella vita, morte e risurrezione di Gesù.

freedom_optE’ un piano di salvezza universale rivelato in Gesù, che fa’ entra-re gli uomini in comunione con Lui: “Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo… In lui ci ha scelti … per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà … In lui, mediante il suo sangue, ab-biamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia” (Ef 1, 3-14). La libertà è un dono di Cristo: “Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non la-sciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5, 1).

E’ un dono gratuito che affranca l’uomo da tutte le potenze, compresa quella della morte: “La legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. … Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. 15 E voi non avete ricevuto
uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!” (Rom 8ss).
shutterstock_57613492 _optLa liberazione dell’uomo La libertà dell’uomo è un affrancamento dalla schiavitù e dalla prigionia. Nello stesso contesto sociale dovrà essere osservata la norma della remissione, che dovrà essere celebrata alla fine di ogni sette anni: “Se un tuo fratello ebreo o una ebrea si vende a te, ti servirà per sei anni, ma il settimo lo lascerai andare via
da te libero. 1Quando lo lascerai andare via da te libero, non lo rimanderai a mani vuote”. (Deut 15,12).
Paolo descrive la libertà in Cristo come un traguardo universale, un bene escatologico, dono gratuito, che si concretizza come libertà dal peccato e dalla potenza della morte, per mezzo del battesimo: “Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del
Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. Lo sappiamo: l’uomo vecchio
che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato” (Rom 6, 4-6). Liberato da Cristo, il cristiano riceve lo Spirito nella fede e diventa un uomo libero, poiché compie la volontà di Dio: ”Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi,…perché in Cristo Gesù…noi, mediante la fede, ricevessimo la promessa dello Spirito” (Gal 3, 13-14).
La vita cristiana nella liturgia della Chiesa è un percorso verso la libertà. L’azione liberante di Cristo accompagna
la vita della Chiesa in tutto il suo percorso storico, fino al compimento definitivo. Questa azione si compie in modo
particolare nell’azione liturgica. Il Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Costituzione sulla Liturgia, afferma:
“La liturgia mediante la quale, specialmente nel divino sacrificio dell’eucaristia, «si attua l’opera della nostra redenzione», contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero
di Cristo… In tal modo la liturgia, mentre ogni giorno edifica quelli che sono nella Chiesa per farne un tempio santo nel Signore, un’abitazione di Dio nello Spirito, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo , nello stesso
tempo e in modo mirabile fortifica le loro energie perché possano predicare il Cristo” (SC 2).
shutterstock_80335840 _optE’ proprio dell’azione della Chiesa adempiere al mandato di Cristo che ha inviato gli apostoli non solo ad “annunciare che il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha liberati dal potere di Satana e dalla morte e ci ha trasferiti nel regno del Padre, bensì dovevano anche attuare l’opera di salvezza che annunziavano, mediante il sacrificio e i
sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita liturgica” . Così, mediante il battesimo, gli uomini vengono inseriti nel mistero pasquale di Cristo: con lui morti, sepolti e risuscitati, ricevono lo Spirito dei figli adottivi, «che ci fa esclamare: Abba, Padre» (Rm 8,15), e diventano quei veri adoratori che il Padre ricerca. Allo stesso modo, ogni volta
che essi mangiano la cena del Signore, ne proclamano la morte fino a quando egli verrà. Perciò, proprio nel giorno di Pentecoste, che segnò la manifestazione della Chiesa al mondo, «quelli che accolsero la parola di Pietro furono battezzati» ed erano «assidui all’insegnamento degli apostoli, alla comunione fraterna nella frazione del
pane e alla preghiera… lodando insieme Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo» (At 2,41-42,47).
Da allora la Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale: leggendo «in tutte le Scritture ciò che lo riguardava» (Lc 24,27), celebrando l’eucaristia, nella quale «vengono resi presenti la vittoria
e il trionfo della sua morte» e rendendo grazie «a Dio per il suo dono ineffabile» (2 Cor 9,15) nel Cristo Gesù, «a lode della sua gloria» (Ef 1,12), per virtù dello Spirito Santo (SC 6).
I passi di libertà sui sentieri della liturgia Questo ricco passo della Costituzione liturgica del Vaticano II indica distintamente i sentieri di liberazione che il cristiano trova nella Chiesa per giungere alla piena libertà in Cristo.
shutterstock_105822167_optIl battesimo, che ci fa figli adottivi di Dio, e strettamente legato ad esso il sacramento della riconciliazione che rinnova, rivivifica la vita battesimale; ma in modo particolare è la celebrazione eucaristica che fa’ di noi un
solo Corpo con Gesù e ci dona lo Spirito dell’amore di Dio, la forza della testimonianza, il calore della fraternità.

ESSERE LIBERI
Siamo fatti per essere liberi e la nostra fede ci rende uomini e donne liberi e liberati. È Cristo colui che ci ha resi liberi. Il battesimo, il sacramento della riconciliazione insieme alla celebrazione eucaristica fanno di noi un solo Corpo con Gesù e ci donano la forza della testimonianza.

SCHEDA DI PRONTO INTERVENTO
[CHI]AMATI PER CUSTODIRE LA LIBERTÀ
*di don Rosario Rosarno*
Libertà. Desiderio e voglia di. Paura e spettro. Emozioni, sentimenti, azioni e pensieri. E poi: canzoni, ricerche,
test, opinioni, capolavori di letteratura, pezzi teatrali e film. La libertà è una musa ispiratrice, un obiettivo da raggiungere, una mèta da conquistare, uno stato d’animo che provoca felicità o vuoto depressivo. Facciamo così, torniamo indietro di uno – anzi due passi. Tanti passi quanti sono quelli dell’uomo e della donna sulla terra. Si, avete
capito, proprio lì in quel giardino dove tutto ha avuto inizio. No, tranquilli, non voglio buttarmi nel vortice della disputa tra creazionismo o evoluzionismo. Prendete invece Genesi 2. Al versetto 15 il testo sacro dice:
‘Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse’ e aggiunge al versetto 18: ‘Non è bene che l’uomo sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile’. Da questi due versetti ricaviamo
l’origine della bellezza, ma anche della grande responsabilità dell’uomo: coltivare e custodire la libertà data da Dio
ma non da solo, bensì insieme. Non so cosa sia più difficile, se custodire la libertà o addirittura farlo insieme.
Ecco qui un possibile risvolto pratico nel lancio di un’attività sulla libertà per i tuoi ragazzi:

You can finally see it crystal-clear, but you still feel the same. That’s not what you want to be! Uooho oh oh
You can finally see it
crystal-clear, but you
still feel the same.
That’s not what you
want to be!
Uooho oh oh

1 – farli giocare/lavorare sulla custodia di un bene grande come la libertà (forse il più grande?) che non è stata da loro conquistata ma a loro
donata gratuitamente (forse è proprio per questo che non ci piace la libertà, perché non siamo stati noi a conquistarla ma l’abbiamo ricevuta);

2 – farli impegnare / riflettere su quanto sia difficile lavorare insieme per custodire la libertà (è forse compresa
la libertà d’opinione nella custodia della libertà?). Hai mai pensato ad una caccia al tesoro in cui il tesoro è la chiave per chiudere una gabbia nella quale non fare entrare nessuno? Tre o più gruppi che, pur gareggiando per squadra nelle singole prove, potranno ottenere il ‘tesoro’ finale solo lavorando insieme (ma non glielo dire prima). Obbiettivo è scoprire che siamo già liberi e con le nostre azioni, i nostri pensieri e la nostra preghiera ci impegniamo a ‘stare alla larga’ da quella “gabbia per non rientrarvi più, dopo che Gesù ci ha liberato”. Ecco cosa significa custodire. Ma chi custodirà meglio la chiave per non far chiudere nessuno in gabbia? Meglio un singolo o la comunità? (magari lasciarsi con questa domanda) Come questa, le attività possono essere molteplici, per questo qui ci limitiamo ad offrire qualche spunto pratico.
Ma – riprendendo la riflessione di don Walter Ruspi – è possibile addirittura rileggere il binomio custodire – insieme
all’interno della Liturgia Eucaristica, ossia della Messa. Se poi vuoi anche inserire una musica adatta per il gioco/attività puoi usare Everytime dei The Kolors. In fondo, puoi anche conquistare la libertà ma…You can finally
see it crystal-clear, but you still feel the same. That’s not what you want to be! Uooho oh oh

Buon lavoro a te e al gruppo adolescenti che accompagni verso…la libertà.

 

La preghiera eucaristica, il memoriale della Pasqua

light-religion-cross-c_opt*di don Walter Ruspi*
Salmo 134

Ecco, benedite il Signore, voi tutti, servi del Signore;
voi che state nella casa del Signore durante la notte.
2 Alzate le mani verso il santuario e benedite il Signore.
3 Il Signore ti benedica da Sion: egli ha fatto cielo e terra.
Così ci parla il Catechismo della Chiesa Cattolica: Se i cristiani celebrano l’Eucaristia fin dalle origini e in una forma che, sostanzialmente, non è cambiata attraverso la grande diversità dei tempi e delle liturgie, è perché siamo vincolati dal comando del Signore, dato la vigilia della sua Passione: “Fate questo in memoria di me” (1Cor 11,24-25). A questo comando del Signore obbediamo celebrando il memoriale del suo sacrificio. L’Eucaristia – azione di grazie e lode al Padre – è il memoriale del sacrificio di Cristo e del suo
Corpo, presenza di Cristo in virtù della potenza della sua Parola e del suo Spirito.
Azione di grazie e lode al Padre
L’Eucaristia è un sacrificio di lode in rendimento di grazie per tutto ciò che Dio ha fatto di buono, di bello e di giusto nella creazione e nell’umanità. L’Eucaristia è un sacrificio di ringraziamento al Padre, una benedizione con la quale la Chiesa esprime la propria riconoscenza a Dio per tutti i suoi benefici. L’Eucaristia è il memoriale della Pasqua di Cristo, l’attualizzazione e l’offerta sacramentale del suo unico sacrificio, nella Liturgia della Chiesa, che è il suo Corpo. Secondo la Sacra Scrittura, il memoriale non è soltanto il ricordo degli avvenimenti del passato, ma la proclamazione delle meraviglie che Dio ha compiuto per gli uomini.
Quando la Chiesa celebra l’Eucaristia, fa memoria della Pasqua di Cristo, e questa diviene presente: il sacrificio che Cristo ha offerto una volta per tutte sulla croce rimane sempre attuale: “Ogni volta che il sacrificio della croce, “col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato”, viene celebrato sull’altare, si effettua l’opera della nostra redenzione” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 3].

L’ Ultima Cena, detta anche Istituzione dell’Eucaristia, dipinto del 1562 circa, olio su tavola, Juan de Juanes (1507 ca. – 1579). Proveniente dall’altare maggiore della Chiesa di Santo Stefano di Valencia ed attualmente conservato al Museo del Prado di Madrid (Spagna).
L’ Ultima Cena, detta anche
Istituzione dell’Eucaristia,
dipinto del 1562 circa,
olio su tavola, Juan de Juanes
(1507 ca. – 1579). Proveniente
dall’altare maggiore della
Chiesa di Santo Stefano di
Valencia ed attualmente
conservato al Museo del
Prado di Madrid (Spagna).

L’Eucaristia è un sacrificio, come si manifesta nelle parole di Gesù: “Questo è il mio Corpo che è dato per voi”
e “Questo calice è la nuova alleanza nel mio Sangue, che viene versato per voi”. «Memoriale» non di ciò che è passato, ma di ciò che è presente in ogni presente. Questo «presente sempre presente» è, con le parole dell’Apocalisse: «l’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente» (Ap 1,8). L’eucaristia è
la sorgente della speranza In quanto memoriale della Pasqua del Figlio, l’eucaristia rende presente il sacrificio della Croce di Gesù e si offre come il convito pasquale, nel quale si partecipa veramente al Corpo e al Sangue di Lui: Gesù morto e risorto è realmente presente nei segni del pane e del vino, così che la Santa Cena è il sacramento dell’incontro con Lui, la partecipazione al suo mistero pasquale, che ci riconcilia con Dio.
L’eucaristia è la scuola dell’amore L’eucaristia è invocazione dello Spirito Santo, che attualizza nel tempo la presenza e l’opera di Cristo. La Chiesa invoca dal Padre il dono dello Spirito, che renda presente il Signore Gesù morto e risorto nei segni sacramentali ed estenda i benefici della riconciliazione da Lui compiuta a tutti coloro che ne partecipano e all’umanità intera per cui essi intercedono. Grazie all’opera dello Spirito Santo non solo il Risorto si rende presente nei segni del pane e del vino, ma trasforma anche la comunità celebrante nel Suo Corpo presente
nella storia. La partecipazione all’eucaristia apre il cuore all’azione dello Spirito, aiutandoci a vivere da persone riconciliate con Dio, con se stesse e con gli altri e ad annunciare e donare agli altri la grazia della comunione che ci
è stata donata.

L’eucaristia è missione per la Chiesa La missione che il Signore affida alla sua chiesa e tutta compendiata nelle
parole che egli pronunzia nell’ultima Cena: “Fate questo in memoria di me”. In questo compito di fare il memoriale dell’Eucaristia si definisce veramente tutta la missione della comunità cristiana nel tempo.
Celebrando il memoriale del Signore, la Chiesa si rende disponibile all’azione dello Spirito, che rende presente nella diversità dei tempi e dei luoghi l’evento di salvezza, oggetto della buona novella. La disponibilità allo Spirito, che la celebrazione del memoriale esige, deve manifestarsi in gesti concreti, che riproducano nel tempo l’atteggiamento del
Cristo. Entrare in comunione con Lui nel memoriale della Pasqua significa diventare missionari dell’evento che quel rito attualizza; in un certo senso, significa renderlo contemporaneo ad ogni epoca, fino a quando il Signore ritornerà.

In un testo neotestamentario la lode rivolta a Dio raggiunge un’altezza irraggiungibile: «Benedetto sia Dio,
Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità,
predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà.
E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati, secondo la ricchezza della sua grazia.
Egli l’ha abbondantemente riversata / su di noi, con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere
il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra»
(Ef 1, 3-10).

ESSERE UOMINI E DONNE DI COMUNIONE
Cosa significa celebrare il memoriale di Cristo? Significa entrare in comunione con Lui, significa riprodurre gli insegnamenti di Cristo nella nostra quotidianità, significa diventare missionari di questo evento e renderlo contemporaneo di questa epoca. Partecipare all’Eucaristia ci rende aperti all’azione dello Spirito e capaci di riconciliarci con Dio e con gli altri: questo ci permette di annunciare la nostra fede.

COS’È UN MISTERO DELLA FEDE? BREVE SCHEDA DI PRONTO INTERVENTO
di don Rosario Rosarno

qrQG6uP_optEucaristia è… potremo dire tutto e il contrario di tutto. Don Walter nel suo articolo – leggilo, è importante – mette in risalto come la preghiera eucaristica è il momento del sacrificio, dell’amore gratuito, della festa, dell’unita nello Spirito Santo. L’Eucaristia è – per dirla con l’ultima parola della consacrazione – un Mistero della fede.
Bene, soffermiamoci su questo e proviamo a costruire la riflessione con i ragazzi sul termine Mistero. Così da poter di seguito mettere a loro disposizione i criteri per scoprire da soli (con la curiosità propria degli adolescenti) la grandezza e la bellezza dell’Eucaristia Amore, Unità, Sacrificio, Festa.
Disponiamo i ragazzi in cerchio con uno al centro e uno al di fuori del cerchio. È il classico gioco del gatto e del topo: colui che si trova al di fuori è il gatto e deve cercare di ‘acchiappare’ il topo che si trova al centro. E quando il gatto entra, il topo deve cercare di uscire per non farsi catturare. I ragazzi del cerchio intanto si tengono sottobraccio per non far entrare nè uscire i due sfidanti. La durata del gioco è a piacere. Quando un gatto cattura un topo si cambiano gli sfidanti. Il gioco è una metafora del Mistero perché lo sforzo profuso dal gatto di acchiappare chi sta al di dentro del cerchio non sempre gli permetterà di raggiungere l’obbiettivo. Ma non per questo lo sfidante-gatto lascia
perdere la preda, anzi, aumenta nei ragazzi l’agonismo e la voglia di vincere. Per quanto cerchiamo di comprendere-acchiappare il Mistero, esso sempre ci sfugge, ma questo non ci porta – e non ci deve portare – a rassegnarci,
anzi, siamo chiamati a cercare sempre nuove vie per entrare nel cerchio-Mistero. Cosí un ruolo chiave lo svolgono
i ragazzi del cerchio: essi rappresentano – in termine tecnico – gli accidenti del pane e del vino, ovverosia le specie, le forme con cui Gesù si rivela a noi nel Suo Corpo e nel Suo Sangue. Durante la celebrazione è difficile pensare che in quel pezzo di pane c’è davvero Gesù vivo e vero, ma questo non può affievolire il desiderio di conoscere e, soprattutto, di vederlo. E se il topo si fa prendere??… beh, in questo caso il gatto da una parte sarà contento per la
vittoria, ma dall’altra sarà dispiaciuto perché il suo turno di gioco è finito. Fine. Fine del divertimento, fine del mettersi in gioco, fine dell’adrenalina che mette voglia di cercare strade nuove. Cosí il Mistero, se si fa trovare e
acchiappare per noi non ha più senso stare in cammino, stare in gioco. In altre parole ‘stare sulla terra in questa vita’. Per questo motivo il Mistero ci sarà rivelato definitivamente nell’ora della nostra morte. Così da avere sempre un motivo in più per stare in gioco qui in questa nostra vita. Ma non da soli…con il Pane-Mistero di Vita

La presentazione delle offerte. I sentieri che offrono le parole per parlare con Dio

Un popolo stretto  intorno alla mensa
Un popolo stretto
intorno alla mensa

* di don Walter Ruspi* Salmo 116
1 Amo il Signore, perché ascolta
il grido della mia preghiera.
5 Pietoso e giusto è il Signore,
il nostro Dio è misericordioso.
Che cosa renderò al Signore
per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore,
davanti a tutto il suo popolo.
Ti prego, Signore, perché sono tuo servo;
io sono tuo servo, figlio della tua schiava.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.

La Didaché o Dottrina dei dodici apostoli è un testo cristiano, probabilmente scritto in Siria tra la fine del I e il II secolo, contemporaneo ai libri più tardivi del Nuovo Testamento. La Didaché contiene una catechesi della “via della morte” e della “via della vita”, un itinerario di conversione verso il battesimo ove si presentano indicazioni morali che sottolineano la novità della vita cristiana o la “via della vita” nella comunità ed offre i testi liturgici per la celebrazione del battesimo e per l’eucaristia. Infine parla dell’organizzazione della Chiesa, nei suoi diversi ministeri e carismi, e nelle pratiche liturgiche.

L’OFFERTA DI SÉ STESSI  La presentazione delle offerte non è un semplice rito per disporre pane e vino sull’altare ma è la celebrazione del dono della propria vita. Noi, uniti a Cristo, possiamo essere strumenti di salvezza. Come chicchi di grano che macinato diventano pane e acini d’uva che pigiati diventano vino.
L’OFFERTA DI SÉ STESSI
La presentazione delle offerte non è un semplice rito per disporre pane e vino sull’altare ma è la celebrazione del dono della propria vita. Noi, uniti a Cristo, possiamo essere strumenti di salvezza. Come chicchi di grano che macinato diventano pane e acini d’uva che pigiati diventano vino.

Nel racconto della celebrazione dell’Eucaristia troviamo le mirabili espressioni che ci parlano dell’unità del popolo cristiano stretto attorno alla mensa e costruito in un solo corpo dall’Eucaristia. Ma questa unità nel Corpo di Cristo è preparata del dono di ciascuno, dalla partecipazione della vita di ogni credente, e viene straordinariamente descritta in modo plastico con l’immagine dei chicchi di grano che macinati diventano pane e degli acini d’uva che pigiati diventano vino.
Così la Didachè invita a pregare durante la preparazione all’offerta eucaristica.
Riguardo all’eucaristia, così rendete grazie:
Dapprima per il calice: Noi ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la santa vite di David tuo servo, che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli.
Poi per il pane spezzato: Ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la vita e la conoscenza che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli.
Nel modo in cui questo pane spezzato era sparso qua e là sopra i colli e raccolto divenne una sola cosa, così si raccolga la tua Chiesa nel tuo regno dai confini della terra; perché tua è la gloria e la potenza, per Gesù Cristo nei secoli.
Queste parole sono diventate un testo di preghiera più esteso ove si descrive la molteplicità dei chicchi che macinati e cotti diventano un pane profumato e gustoso, e come i molti chicchi pigiati e cotti dal fuoco della fermentazione diventano un vino generoso, così la vita del cristiano nutrito dal pane eucaristico viene trasformata in un’offerta gradita. Il pane e il vino diventano cibo e bevanda di salvezza perché trasformati dal fuoco dell’amore dello Spirito Santo.
95fb09e6-ba7c-467f-a9c_optQuesta preghiera ispirerà il vescovo e martire Ignazio di Antiochia che di fronte alla morte prega i fratelli cristiani di non intervenire per salvarlo dal martirio, ma si sente un’offerta presentata a Dio:
Sono frumento di Dio: che io sia macinato dai denti delle belve per divenire il pane puro di Cristo. La mia passione è crocifissa, non c’è più in me il fuoco della carne: un’acqua viva mormora in me e mi dice: Vieni al Padre.
La presentazione delle offerte non è un semplice gesto rituale funzionale alla celebrazione, quasi solo per disporre pane e vino sull’altare, ma è la celebrazione rituale del dono della propria vita perché sia unita a Cristo e lo Spirito Santo la trasformi in salvezza per i nostri fratelli.

Il forte abbraccio di Cristo sperimentato in gruppo. Sulla Mensa è noi stessi che presentiamo.
Il forte abbraccio di Cristo sperimentato in gruppo. Sulla Mensa è noi stessi che presentiamo.

Il momento delle offerte non è un “time out”. Breve scheda di pronto intervento
di don Rosario Rosarno
Molte volte il momento dell’offertorio diventa il tempo per scambiarsi due parole sulla settimana trascorsa o guardare intorno a noi per vedere come si è vestito quello o quella. Anche se noi educatori non ci facciamo caso, il rito della presentazione dei doni, quando non è coinvolgente in modo gestuale, nella mente dei ragazzi può diventare un ‘time-out’ durante la celebrazione: come a dire “ok, ora facciamo una pausa da seduti e poi avanti con l’ultima fatica tutta in piedi”.
Come hai letto nell’articolo di don Walter, la presentazione dei doni è molto di più! Ma come farlo capire ai ragazzi…e come capirlo noi? Il senso dell’offerta di noi stessi è abbastanza comprensibile dai ragazzi. Forse però potremmo puntare sul far capire con un’attività cosa succede in quell’offerta, nel momento in cui il sacerdote presidente dice «il mio e il vostro sacrificio siano graditi a Dio».

Facciamo disporre i ragazzi all’interno di un cerchio immaginario. Di questi terremo con noi due volontari. Invitiamo i rimanenti a porsi sul pavimento e ad abbracciarsi/aggrapparsi/aggrovigliarsi tra loro. L’educatore, insieme ai due volontari, cercheranno in tre minuto di tempo a “staccare” più persone possibili. Chi viene “staccato” aiuterà l’educatore a staccare gli altri. Al termine dei tre minuti chi è a terra dovrà “staccarsi”, cambiare compagni di aggrovigliamento e “riattaccarsi”. E si ricomincia. Così per altre tre volte. Vince chi, al termine dell’attività, rimarrà ancora aggrappato all’altro.

16807817_7194407282312_optDopo l’attività è bene spiegare ai ragazzi che durante il momento della presentazione dei doni nella Liturgia avviene come nel gioco: ciascun nostro sacrificio fatto durante la settimana appena trascorsa e “presentato”, appunto, in quel momento con una nostra intenzione particolare, confluisce insieme a quelli che mi stanno accanto e anche a quelli che, seppur fisicamente non in chiesa, offrono i propri sacrifici a Dio. Questo “mix” diventa indissolubile nel Corpo e nel Sangue di Cristo, il nostro sacrificio si unisce a quello di Gesù, le nostre croci quotidiane (e ce ne sono tante!) insieme alla Croce di Gesù Cristo. E così come hanno appena sperimentato i ragazzi che i forti abbracci non possono essere “staccati/spezzati”, anche il forte abbraccio di Cristo a ciascuna delle nostre croci non verrà mai staccata, in modo da essere anche noi “presentati” su quella mensa insieme al pane e al vino.
Il forte abbraccio di Cristo sperimentato in gruppo.

La preghiera dei fedeli

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La preghiera dei fedeli è la preghiera universale

*di don Walter Ruspi* Salmo 85
Sei stato buono, Signore, con la tua terra,
hai ristabilito la sorte di Giacobbe.
3 Hai perdonato la colpa del tuo popolo,
hai coperto ogni loro peccato.
8 Mostraci, Signore, la tua misericordia
e donaci la tua salvezza.
10 Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.
11 Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
12 Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.
13 Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
14 giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino.

Cosa sono i salmi, e a cosa servono? Nella Bibbia ce ne sono 150, e vengono considerati tra le preghiere più sublimi
Cosa sono i salmi, e a cosa servono?
Nella Bibbia ce ne sono 150, e vengono considerati tra le preghiere più sublimi

Il salmo è come un itinerario educativo alla preghiera, che si sviluppa su di un ritmo scandito in tre tappe: si apre con una iniziale “captatio benevolentiae” (v. 2-3); rivolge, poi, al Signore una domanda diretta, una supplica (v. 8); infine, prosegue con una insistente domanda accompagnata dalla certezza di vedere esaudita la richiesta (v. 10). Il salmista esercita l’arte della persuasione.
Il salmo si conclude indicando il modo con qui Dio esaudisce la preghiera: gli Attributi di Dio (Amore e Verità, Giustizia e Pace) trasformeranno la vita del popolo.
Coloro che hanno ascoltato la Parola pregano, ma non per sé, ma per gli altri. La preghiera dei fedeli, che segue la professione di fede o credo, si chiama preghiera universale ed è così precisata nelle Istruzioni liturgiche proprie del Messale Romano:
«Nella preghiera universale, cioè nella preghiera dei fedeli, esercitando la sua funzione sacerdotale, l’assemblea prega per tutti gli uomini. È opportuno che, nelle messe a partecipazione popolare, questa preghiera sia fatta in modo tale che le invocazioni riguardino la santa Chiesa, i governanti, coloro che versano in particolari necessità, tutti gli uomini e la salvezza di tutto il mondo».
E’ preghiera per gli altri: le chiese, i responsabili delle istituzioni pubbliche, i poveri, gli uomini tutti e il mondo intero. È preghiera detta universale: l’assemblea celebrante non parte da sé ma dall’altro, non pensa al proprio mondo ma al mondo, senza distinzione, neppure tra credenti e non credenti, come se del mondo fosse il cuore che palpita e pensa.
Non solo per il credente del nostro tempo, ma per quello di tutti i tempi la preghiera è «la prova», il segno, della fede, e non solo la preghiera fatta in segreto, ma la stessa preghiera rituale, pubblica e istituzionale. In quanto figura istituzionale, al di là delle condizioni soggettive dell’orante, la preghiera è linguaggio che parla a tutti e dice, al credente e al non credente che l’uomo non è solo ma alla presenza di un’alterità, e che l’identità dell’io è un tu o partner dell’alterità divina.
L’uomo non è il soggetto, il protagonista della preghiera; in realtà la preghiera non è iniziativa dell’uomo ma iniziativa di Dio, non il movimento che dall’uomo sale a Dio ma il movimento che da Dio discende all’uomo il quale, trovandosi all’improvviso alla presenza di Dio, è come sorpreso e preso – e trasportato – su un altro piano: il piano dove, al di là della sua volontà, intelligenza, bisogno o desiderio, è il tu o partner di un’alterità che non ha scelto ma dalla quale è stato scelto e alla quale non può non rispondere.
La preghiera, più che attestazione degli uomini che parlano a Dio, è attestazione di Dio che parla agli uomini, irrompendo nella loro storia e sconvolgendola per introdurvi dentro l’al di là della storia (intendendo per storia l’insieme dei fatti umani e delle concatenazioni dei progetti umani), che è la trascendenza del suo amore che della storia è misura e giudizio.
Se nulla è più grande di un uomo che prega, è perché questi, con la sua preghiera, attesta l’al di là del mondo che, dentro il mondo, ne infrange la chiusura e lo apre alla relazione con l’alterità divina. La novitas che la preghiera attesta – la sua dimensione sconvolgente e davvero rivoluzionante – è la rottura dell’identità e l’instaurazione della relazione di alterità dove l’io si libera dal suo incatenamento a sé e vive come un “tu” eletto da Dio e suo partner.

Non ascesa dell’uomo a Dio ma discesa di Dio all’uomo. Se la preghiera fosse movimento dell’uomo verso Dio, essa, come vogliono i maestri del sospetto, sarebbe produzione del bisogno o desiderio dell’io che, pregando, si servirebbe di Dio piuttosto che servirlo (tentazione tipica del credente, sempre sospeso tra la possibilità di servirlo o di servirsene!). Ma appunto perché non è movimento dell’uomo verso Dio ma discesa di Dio verso l’uomo, la preghiera non è conferma dell’io e della sua volontà di potenza, ma la sua messa in discussione.
«La vera preghiera non è mai per sé, mai per i propri bisogni» ma, per il bisogno degli altri, siano questi «altri» i credenti («la preghiera sia fatta in modo tale che le invocazioni riguardino la santa Chiesa»), i responsabili della cosa pubblica («i governanti»), i bisognosi («coloro che versano in particolari necessità»), gli abitanti della terra («tutti gli uomini») o il pianeta stesso («e la salvezza di tutto il mondo»).
E se si dovesse pregare per sé, il senso della preghiera per sé non sarebbe quello di piegare Dio a sé quanto di consegnare il proprio sé a Dio, nelle sue povertà e nelle sue ferite.

La preghiera per i bisogni altrui ci pone un’ulteriore domanda: se il pregare per gli altri ha senso o se esso non sia un modo illusorio per consolarsi e deresponsabilizzarsi, come rimproverano molti dei suoi critici. La risposta emerge con evidenza: pregare per l’altro non vuol dire affidarlo a Dio perché sia Dio a rispondere al suo bisogno, ma affidarsi a Dio, prendendosi carico del bisogno altrui divenuto più importante del proprio.
La preghiera liturgica ci offre una spiritualità, uno stile di impegno cristiano, una via sicura per non cadere nelle reti di un soggettivismo oppressivo e schiavizzante nelle nostre semplici emozioni. Educarsi alla liturgia non è renderla “simpatica”. Il cardinale Joseph Ratzinger nel suo libro Introduzione alla spiritualità della liturgia, scriveva “tale attrattiva non dura a lungo; sul mercato delle offerte per il tempo libero, che assume sempre più forme del religioso per stuzzicare la curiosità del pubblico, non si regge la concorrenza”. La liturgia va accolta per ciò che essa è realmente. “Non andiamo a Messa per cercare uno svago, ma per pregare” (card. Timothy Dolan, arcivescovo di New York, 27 ottobre 2016).

La liturgia è una solida cerniera fra umano e divino. Breve scheda di pronto intervento
di don Rosario Rosarno

Non dare direttive, lasciali fare, falli sistemare come meglio credono (che poi è come per anni gli è stato insegnato).  La loro posizione ti soddisfa? Ti sembra un atteggiamento di preghiera? Credo di  sì…perché ogni uomo, seppur ragazzo, ha il senso di Dio nel cuore e il richiamo alla preghiera lo esprime a momento opportuno.
Non dare direttive, lasciali fare, falli sistemare come meglio credono (che poi è come per anni gli è stato insegnato).
La loro posizione ti soddisfa? Ti sembra un atteggiamento di preghiera? Credo di
sì…perché ogni uomo, seppur ragazzo, ha il senso di Dio nel cuore e il richiamo alla preghiera lo esprime a momento opportuno.

Invita i ragazzi a disporsi nel modo più conveniente per la preghiera.

Ora proponi loro di fare delle preghiere spontanee: difficilmente si lasceranno andare, difficilmente metteranno in tavola ciò che hanno dentro, difficilmente ‘scopriranno le carte’ delle loro paure o ansie o aspettative.

Adesso falli mettere uno spalle all’altro in cerchio, molto stretti e vicini tra loro, devono riuscire a ‘sentirsi vicini’, oltre il limite della distanza personale. Piano piano falli scendere verso il pavimento finchè non riescono a sedersi l’uno sulle ginocchia dell’altro. Ci sono riusciti? Bravissimi! Che equilibrio! Tutto è in equilibrio, basta una risata o un respiro più forte e tutti cadono.

Ecco: in questa posizione ora puoi spiegare loro il vero senso della preghiera dei fedeli [leggi prima l’articolo di don Walter Ruspi]. La preghiera dei fedeli è notare il bisogno dell’altro, ma non di quello lontanissimo da me, ma di quello più vicino e non solo ‘affidarlo a Dio’, ma ‘farsene carico’. Così come sono seduti, il ragazzo che sta dietro ha sulle sue ginocchia il ‘carico’ del ragazzo seduto su di lui. Non dice: ‘Vai da un altro’, ma ‘Siediti, ti porto io!’. La preghiera dei fedeli, la preghiera in generale è sempre per gli altri: ‘Signore Gesù, ho visto che quel mio amico ha la mamma con un tumore, dai loro la forza di affrontare la situazione’ è una possibile preghiera, ma io che faccio? Vado a casa di quest’amico e gli sto vicino, magari non può essere accompagnato in macchina a scuola perché la mamma sta male, io gli do un passaggio. Ecco che così la preghiera fatta a Dio diventa con me vita e testimonianza. E come io riesco a prendermi il peso, i problemi, le ansie, le paure e i desideri di chi mi sta accanto, così durante la Messa la Chiesa mi tiene sulle ginocchia e si fa carico di me, delle mie ansie delle mie paure e dei miei desideri: hai mai sentito pregare per i giovani durante la preghiera dei fedeli? Ecco che la Chiesa si stava facendo carico di te… E ma per me non prego mai? Certo! Ma non per chiedere, bensì per ringraziare che Dio ti ha dato qualcuno che si è ‘fatto carico’ di te… dietro di te c’è uno che ti tiene sulle sue ginocchia!!

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OCCASIONE DI SPIRITUALITÀ La preghiera liturgica offre una via sicura per non cadere nelle reti di un soggettivismo oppressivo. Educare alla liturgia non è renderla più”simpatica”, non andiamo alla Messa per cercare uno “svago”, ma per pregare. Nulla è più grande dell’uomo che prega: l’io si libera dal suo incatenamento per avvicinarsi a Dio.

Fatta questa spiegazione, falli rimettere in piedi. Leggi il brano del Vangelo secondo Luca 4, 38-40: Gesù uscito dalla sinagoga entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Chinatosi su di lei, intimò alla febbre, e la febbre la lasciò. Levatasi all’istante, la donna cominciò a servirli.
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi colpiti da mali di ogni genere li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva.

Oppure Luca 5, 18-26: Ed ecco alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, cercavano di farlo passare e metterlo davanti a lui. Non trovando da qual parte introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza. Veduta la loro fede, disse: «Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi». Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere dicendo: «Chi è costui che pronuncia bestemmie? Chi può rimettere i peccati, se non Dio soltanto?». Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Che cosa andate ragionando nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti dico – esclamò rivolto al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e si avviò verso casa glorificando Dio. Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».

Dopo la lettura del brano, fagli notare come sono le persone che hanno portato a Gesù l’ammalato, o l’hanno pregato per lui/lei. L’ammalato l’hanno preso sulle spalle, se ne sono fatti carico e lo hanno portato a Gesù in un modo sorprendente: l’hanno sceso dal tetto!

Anche noi abbiamo tante persone o situazioni in cui ci accorgiamo che non possono farcela da soli ma che hanno bisogno di noi, di ciascuno di noi personalmente. Fai fare ai ragazzi qualche minuto di silenzio per pensare ad una persona che ha bisogno della sua preghiera e del suo aiuto. Poi recita l’invocazione dello Spirito Santo [Vieni Spirito Santo, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce per rinvigorire il nostro cuore e sentirti presente nella nostra vita] per far capire ai ragazzi che non si tratta di ‘cantarsela e suonarsela’ da soli, ma la preghiera è fatta alla presenza di Dio [ricordandosi che dove due o tre sono riuniti nel mio nome, dice Gesù, io sono con loro].

Ora fai fare delle preghiere spontanee…il risultato sarà differente dall’inizio dell’incontro.

Non dare direttive, lasciali fare, falli sistemare come meglio credono (che poi è come per anni gli è stato insegnato).

La loro posizione ti soddisfa? Ti sembra un atteggiamento di preghiera? Credo di sì…perché ogni uomo, seppur ragazzo, ha il senso di Dio nel cuore e il richiamo alla preghiera lo esprime a momento opportuno.

 

Noi crediamo e rendiamo grazie

praying-hands_opt*di don Walter Ruspi*

I sentieri che offrono le parole per parlare con Dio
1 Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli le sue opere.
2 A lui cantate, a lui inneggiate,
meditate tutte le sue meraviglie.
5 Ricordate le meraviglie che ha compiuto,
i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca,
8 Si è sempre ricordato della sua alleanza,
parola data per mille generazioni,
45 perché osservassero i suoi decreti
e custodissero le sue leggi.

Il salmo 105 con la poesia e il canto è una professione di fede nel Dio della storia della salvezza, una professione che è piena di felicità e di gratitudine. I termini traducono questa esperienza di fede: alleanza, giuramento, parola, legge. Si tratta di un Dio che in modo unilaterale ed incondizionato si è legato alla storia di Abramo con un patto di alleanza ed in lui il patto si estende a tutte le generazioni. Il salmo intende parlarci di questo Dio personale, che ha fatto alleanza con l’uomo ed il cui giuramento non conosce limiti di tempo e di spazio. Egli è sempre all’opera ed il suo ricordo non viene mai meno, perché ogni generazione possa imparare ad entrare nella terra e nella vita.

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I Salmi ci parlano di Dio

Rendete grazie al Signore, perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
2 Chi può narrare le prodezze del Signore,
far risuonare tutta la sua lode?
45 Si ricordò della sua alleanza
e si mosse a compassione, per il suo grande amore.
47 Salvaci, Signore Dio nostro,
radunaci dalle genti,
perché ringraziamo il tuo nome santo:
lodarti sarà la nostra gloria.
48 Benedetto il Signore, Dio d’Israele,
da sempre e per sempre.
Tutto il popolo dica: Amen.

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Dio Padre, Gesù Cristo, Spirito Santo: i tre nomi di Dio

Il salmo 106 prolunga la professione di fede in confessione di lode con un’altra motivazione: “perché buono, perché eterna la sua misericordia (grazia, tenerezza, pietà)”. Nonostante la lunga litania di peccati, l’accento non è posto sulla irredimibilità dell’uomo, ma sulla “misericordia” di Dio, di fronte al quale l’uomo non può accampare alcun merito, ma soltanto aprirsi alla lode e all’accoglienza del perdono. Emblematici dell’agire di Dio sono i vv. 44-45 con quattro verbi che illustrano in modo plastico tutto l’essere di Dio coinvolto in un atto di amore e di salvezza: guardò, ascoltò il grido, si ricordò dell’alleanza, si mosse a pietà. Perciò l’orante con tutta fiducia può dire nel suo oggi: “Salvaci, Signore Dio nostro, raccoglici di mezzo ai popoli”.
Questa storia di fede e di preghiera narrata nell’Antico Testamento ci introduce a comprendere e far nostro il Credo che abbiamo ricevuto il giorno del Battesimo e che rinnoviamo nella professione dell’Eucaristia domenicale.
Il testo si articola attorno a tre Nomi con cui Dio si è fatto incontrare: Dio Padre, Gesù Cristo, lo Spirito Santo. Questi tre Nomi non vanno letti in una semplice successione, quasi fossero messi l’uno accanto all’altro. Vanno articolati sui diversi tempi del nostro incontro con Dio.
A volte può sembrare di entrare in una lunga ripetizione, una frettolosa narrazione di enunciati su Dio Padre, Gesù e lo Spirito Santo, quando si recita o canta il Credo durante la Sacra Liturgia. Eppure il Credo è il cuore di una professione, di un atto di attestazione che coinvolge la parola, il cuore, la comunità, la propria presenza nel mondo.
Paolo VI affermava che la fede è la risposta alla Parola di Dio alla sua rivelazione, al suo dialogo di amore. È il “sì” che consente al Pensiero divino d’entrare nel nostro; è l’adesione dello spirito, intelletto e volontà, alla Verità divina. È l’atto di Abramo che credette a Dio (Gen 15,6) e che da ciò trasse salvezza … Ma la fede ha bisogno di formulazioni con cui esprimerci, le quali ci permettono di esprimere e trasmettere la fede, di celebrarla in comunità, d assimilarla e di viverne sempre più intensamente.

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È a partire da Gesù Cristo e dall’incontro con lui che Dio ci appare col volto del Padre onnipotente, creatore di tutte le cose, che invita le sue creature a entrare nel segreto della sua vita, nella relazione paterno-filiale che lo congiunge intimamente a Gesù. Quest’incontro con Dio in Gesù è un dono che si rinnova per ogni generazione e apre un futuro sempre nuovo.

Queste affermazioni “sanno di antico”, ma non sono superate. Esse sono il risultato della condensazione di un dialogo e di una relazione con Dio durata millenni e maturati nel tempo. Qui ritroviamo il ricordo dei gesti di Dio, nei quali si incarna una relazione di amore che raggiunge ogni uomo e donna. Qui abbiamo il ricordo dell’incontro preveniente di Dio con l’uomo che ha dato inizio a un nuovo e indistruttibile legame di salvezza.
Sappiamo che lungo la storia di Israele la fede in un Dio unico si è sviluppata costantemente a partire dall’alleanza prospettata ad Abramo. La preghiera dello Shema (Ascolta) divenne la professione quotidiana di fede, dando origine alla formula più antica recitata in Israele: “Mio padre era un arameo errante: scese in Egitto…Gli Egiziani ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore… Egli ci fece uscire dall’Egitto con mano potente…e ci condusse in questo luogo dove scorre latte e miele” (Deut 26,5-9). Essa riassume la storia della salvezza, centrata sulla liberazione dall’Egitto. Questa era la professione di fede del popolo d’Israele! Qui c’è tutta l’identità di tutto un popolo. Ogni padre israelita era tenuto ad imparare a memoria questa professione di fede così da insegnarla ai propri figli! Israele non doveva dimenticare le sue origini povere e nomadi, non doveva dimenticare che Dio lo aveva liberato dalla schiavitù e che la terra in cui si era stabilito era un dono. Dio aveva stretto un’alleanza unica con Israele.
Al centro – quale secondo tempo di tutto il Simbolo – si trova l’incontro con Gesù Cristo. Siamo chiamati a contemplare l’evento di Gesù di Nazaret, vero Figlio di Dio, nel quale Dio in persona viene tra noi, aprendoci il suo cuore e facendoci entrare nel dinamismo del suo amore che dona salvezza. Lo sguardo si porta al rapporto con Dio “fin dalle origini”. È a partire da Gesù Cristo e dall’incontro con lui che – nel primo tempo del Credo – Dio ci appare col volto del Padre onnipotente, creatore di tutte le cose, che invita le sue creature a entrare nel segreto della sua vita, nella relazione paterno-filiale che lo congiunge intimamente a Gesù.
Quest’incontro con Dio in Gesù, infine, è un dono che si rinnova per ogni generazione e apre un futuro sempre nuovo. È l’esperienza dello Spirito Santo donato da Gesù e dal Padre – su cui si sofferma il terzo tempo del Simbolo – dalla quale prende avvio una storia concreta di relazioni nuove, che si realizzano nel tempo della Chiesa e che troveranno la loro pienezza e definitività nella vita eterna.
chiesa“Noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore: chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1 Gv 4, 16), diceva il discepolo amato da Gesù. Il Credo è una storia di amore. L’atto di fede dice la confidenza in un mistero di amore. Apriamo la porta del mistero, accogliamo la piccola fiamma della fede, e lasciamo entrare la luce nel cuore del nostro castello interiore.

Gesù prese la parola

this-day-is-this-scripture-fulfilled-in-your-ears*di don Walter Ruspi* Si narra nel Vangelo di Luca (4, 16-22) che Gesù di ritorno a Nazaret, dove era cresciuto, entrato nella sinagoga il giorno di sabato nella sinagoga, come era solito e si alzò a leggere. Aperto il rotolo del profeta Isaia, scelse il passo dove era scritto:

Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore.

Gli occhi di tutti era fissi su di lui. Allora cominciò a dire …

Il racconto di Luca si rinnova continuamente ogni volta che nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura. Dicono i “Principi e norme per l’uso del Messale Romano” (n.9): Dio stesso parla al suo popolo e Cristo, presente nella sua parola, annuncia il Vangelo. Per questo le letture della Parola di Dio si devono ascoltare da tutti con venerazione.

ogni gesto che accompagna la lettura è importante
ogni gesto che accompagna la lettura è importante

Tre sono le indicazioni che ci guidano a partecipare pienamente a questo annuncio fatto da Gesù:

– la venerazione che ci pone in atteggiamento credente di fronte a Gesù stesso che parla;

– il messaggio del profeta Isaia che Gesù fa’ suo, ed indica come la sua missione;

– la presenza efficace dello Spirito Santo che trasforma le parole scritte in voce “spirituale”, in messaggio di Dio e consacrazione dell’uditore in apostolo nel mondo.

Possiamo entrare nel mistero dell’annuncio evangelico attraverso queste tre indicazioni.

La venerazione
L’entrare della Parola eterna nel nostro oggi fa’ sì che si costituisca un ambiente di teofania. Dio parla nuovamente al suo popolo e chi lo ascolta è chiamato a togliersi i sandali.[1] Dio parla mediante il ministero del lettore, apre la sua bocca e nella sua libertà fa coincidere la sua Parola con quella dei testimoni, ma questo esige che non manchi la preghiera di epiclesi, perché è lo Spirito che opera.

church-750251I Prenotanda del’OLM ci indicano tre prospettive attraverso le quali comprendere il senso della venerazione alla Parola di Dio: lo spazio celebrativo, i ministri propri e i riti  che configurano la celebrazione.

Lo spazio celebrativo: l’ambone, come luogo elevato, stabile, decoroso, adatto a facilitare l’ascolto, armonizzato con l’altare, suggerisca chiaramente che nella Messa viene preparata la mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo (OLM 32).

I ministeri: lettore, salmista, diacono, che devono essere adeguatamente preparati da una formazione spirituale e tecnica con una duplice istruzione biblica e liturgica (OLM 55).

I riti della celebrazione della Parola: la bellezza dell’Evangeliario (OLM 35-37), l’accompagnamento processionale, il modo di proclamare, il bacio e il segno della croce, le acclamazioni  come professioni di fede (OLM 17).

Con la liturgia preghiamo:
Risuoni, o Padre, ai nostri orecchi
la voce del tuo Figlio risorto,
perché corrispondendo all’azione interiore dello Spirito,
possiamo essere non solo ascoltatori,
ma operatori fervidi e coerenti della tua parola.

praying-hands2Il messaggio del profeta Isaia

L’anno di grazia del Signore è la rivelazione del volto di Dio, volto di misericordia, le cui azioni si concretizzano nelle azioni di Gesù: annuncio della gioia per la vicinanza di Dio nelle situazioni di povertà, nuovo cammino per una pienezza di vita data a chi è stato liberato dalla catena del male e del peccato, nuovo senso di vita a chi è attanagliato dalla crisi e dai dubbi sulla bontà della propria esistenza, rinascita piena, risurrezione alla grazia per chi stava sotto le catene della morte.

L’anno di grazia ha fatto incontrare il buon Pastore, che si è fatto cercatore della pecorella smarrita, per questo l’ascolto del Vangelo e la sua corrispondenza alla nostra realtà esistenziale, ci porta a cantare il canto della piena fiducia in Lui:

Il Signore è il mio pastore,
non manco di nulla.
Mi rinfranca,
mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura
Non temo alcun male,
perché tu sei con me.
Fedeltà e grazia mi saranno compagne
Tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni. (Salmo 23)

La presenza dello Spirito Santo
Infine, determinante è la preghiera dell’epiclesi, ove si manifesta l’azione dello Spirito Santo.

Le premesse al Lezionario liturgico (n. 9) affermano: “Perché la Parola di Dio operi davvero nei cuori ciò che fa’ risuonare negli orecchi, si richiede l’azione dello Spirito Santo; sotto la sua ispirazione e con il suo aiuto la parola di Dio diventa fondamento dell’azione liturgica, e norma e sostegno di tutta la vita”.

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Perché la Parola di Dio operi davvero nel cuore delle persone ciò che fa risuonare nelle orecchie, serve l’azione dello Spirito Santo: così la Parola diventa sostegno alla vita. Attraverso la liturgia ed i suoi segni, la Parola arriva alle persone, perché possano essere ancor vicine a Cristo.

Abbiamo così il contesto più alto per la proclamazione solennizzata, che, accompagnata da segni esplicativi, pone al centro il segno della Parola o l’Evangeliario “prezioso” con il quale si visibilizza quella Parola che solo lo Spirito può far intendere ed accogliere come Parola di Dio.

Nelle diverse tradizioni liturgiche: cattolica, ortodossa, riformata…la preghiera che invoca la presenza dello Spirito Santo precede la proclamazione del Vangelo. E’ una azione epicletica.

Nella tradizione liturgica della chiesa cattolica latina, prima della proclamazione del Vangelo, il diacono invocando la benedizione è benedetto dal sacerdote con queste parole: “Il Signore sia nel tuo cuore e sulle tue labbra, perché tu possa annunciare degnamente il suo Vangelo. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.

La liturgia bizantina prega: “O Signore, amante degli uomini, fa che risplenda nei nostri cuori la pura luce della tua divina conoscenza, ed apri gli occhi della nostra mente, perché possiamo intendere i tuoi detti evangelici”.

Nella tradizione liturgica della Chiesa riformata, il pastore, prima di leggere e predicare, chiede “a Dio la grazia del suo santo Spirito, perché la sua parola sia fedelmente esposta ad onore del Suo Nome e a edificazione della Chiesa, e che sia ricevuta in umiltà e ubbidienza, come si conviene”.

Ancora nella liturgia riformata si trova questa splendida preghiera, ispirata alla Imitazione di Cristo:

“Signore, noi ti ringraziamo per averci riuniti alla tua presenza, per rivelarci il tuo amore e sottometterci alla tua volontà. Fa’ tacere in noi qualsiasi altra voce che non sia la tua. E per non trovare la nostra condanna nella tua Parola, sentita senza essere ricevuta, conosciuta senza essere amata, ascoltata senza essere messa in pratica, apri mediante il tuo Santo Spirito le nostre menti e i nostri cuori alla tua verità, nel nome di Gesù Cristo. Amen.”
[1] J-J. von ALLMENN, Celebrare la salvezza. Dottrina e prassi del culto cristiano, spec. La proclamazione della Parola di Dio, pag 109.

 

La Parola: Ascolto e Risposta

messa-mescovo*di don Walter Ruspi*
Dio parla agli uomini come amici e s’intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé (Dei Verbum 2).
Ai riti d’introduzione della celebrazione segue la liturgia della parola, caratterizzata dall’ascolto delle letture bibliche intervallate dalla risposta della comunità celebrante con il salmo responsoriale. Continua a leggere “La Parola: Ascolto e Risposta”

Gloria a Dio e pace agli uomini che egli ama

Sentieri N5_High_Affiancate_Pagina_15_Immagine_0001I sentieri che offrono le parole per parlare con Dio

Ascolta e leggi il Salmo 96 https://www.youtube.com/watch?v=XK1fIQDolKk

Si racconta che un giorno Agostino fu interrogato da alcuni dei suoi discepoli che gli chiesero cosa avrebbero fatto, dopo morte, per tutta l’eternità. Agostino avrebbe risposto: «laudabimus», che vuol dire: «loderemo». Non soddisfatti, i discepoli chiesero ancora: «e poi?». E il Santo: «laudabimus». Ma i discepoli chiesero per la terza volta: «e poi?». E Agostino: «laudabimus». «Ma dopo che avremo lodato?», incalzarono ancora per l’ultima volta? E il Santo di Ippona: «Laudabimus, et semper laudabimus, laudabimus et laudabimus».

La bibbia conosce un termine privilegiato per dire lode: il termine ebraico berakah, che la traduzione dei Settanta rende con eucaristia o eulogia e che in italiano corrisponde a benedizione, nel senso letterale della scomposizione del termine che è il dire bene. La preghiera di benedizione è dire bene di Dio perché Dio vuole bene all’uomo colmandolo dei suoi beni.

La preghiera di benedizione è uno spazio mirabile dove la comunità celebrante bene-dice Dio, dicendo bene di lui, riconoscendolo come donatore, ringraziandolo e lodandolo. Si dispiegano tre livelli semantici di bene distinti e irriducibili:

l’uomo che dice bene (la dimensione antropologica della benedizione),

il mondo per il quale si dice bene (la dimensione materiale e cosmologica) e

Dio che è il Bene che dona beni e per il quale si dice bene (la dimensione teologica).

 

Sentieri N5_High_Affiancate_Pagina_15_Immagine_0002Questa lode può essere espressa

col silenzio (il versetto 2 del salmo 65 dice che «il silenzio per Dio è lode»!),

con una o più parole («grazie», «Ti benediciamo», «Ti ringraziamo», «Ti lodiamo»),

con formulari ampi e articolati, come è appunto la preghiera eucaristica,

oppure con la confessione di impotenza nella stessa possibilità di una lode adeguata, come vuole uno stupendo testo che si legge nella haggadah (il racconto ebraico dell’uscita dall’Egitto):

«Anche se la nostra bocca fosse piena di inni come il mare è pieno d’acqua, la nostra lingua di canti come numerose sono le sue onde, le nostre labbra di lodi come esteso il firmamento, i nostri occhi luminosi come il sole e la luna, le nostre braccia estese come le ali delle aquile del cielo, e i nostri piedi veloci come quelli dei cervi, non potremmo ringraziarti, o Signore nostro Dio, e benedire il tuo Nome, o nostro Re, per uno solo delle mille migliaia e miriadi di benefici, di prodigi e di meraviglie che tu hai compiuto per noi e per i nostri padri lungo la nostra storia… Perciò le membra che tu hai distribuito in noi, l’alito e il respiro che hai soffiato in noi, la lingua che ci hai posto in bocca, ringrazino, benedicano, lodino, esaltino, cantino il suo nome, o nostro re, per sempre” (Testo in O. Carena, Cena pasquale ebraica per comunità cristiane, Marietti, Casale Monferrato 19833, p. 42).

 

La prima sorgente di lode è legata alla creazione. Dio viene lodato perché ha posto in essere il mondo e per le meraviglie che l’uomo rappresenta:

«Noi ti lodiamo, Padre Santo, per la tua grandezza: tu hai fatto ogni cosa con sapienza e amore, a tua immagine hai formato l’uomo, alle sue mani operose hai affidato l’universo perché nell’obbedienza a te, suo creatore, esercitasse il dominio su tutto il creato».

 

La seconda sorgente di lode ci giunge dalla rivelazione. Dio viene lodato perché, oltre ad aver creato il mondo, con la sua parola ne ha disvelato il senso: è un dono del suo Amore all’uomo che, per questo, non è cosa tra le cose ma altro dalle cose, sua «immagine e somiglianza», l’amato, il prescelto, l’eletto come suo alleato, come suo tu e suo partner con il quale con-creare la creazione nella responsabilità.

“Tu solo sei buono e fonte della vita, e hai dato origine all’universo, per effondere il tuo   amore su tutte le creature e allietarle con gli splendori della tua luce”.

 

La terza sorgente di lode è legata alla redenzione. Dio viene lodato perché, oltre ad aver creato il mondo e averne svelato il senso nell’affidamento alla responsabilità umana, ne promette e realizza anche la redenzione:

«E quando, per la sua disobbedienza, l’uomo perse la tua amicizia, tu non l’hai abbandonato nel potere della morte, ma nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro perché coloro che ti cercano ti possano trovare».

Guidati dalla Sacra Scrittura che ci offre questo linguaggio di lode e di stupore di fronte all’azione di Dio, la liturgia festiva si apre con un portale grandioso, che unisce in molteplici parole il canto della lode e la proclamazione della nostra adorazione, donandoci all’inizio il canto degli angeli anch’essi stupiti dinanzi al mistero del Figlio di Dio divenuto uomo, quasi portando in terra la stessa adorazione angelica attestata dal profeta Isaia dinanzi alla maestà di Dio. Il canto di lode, il Gloria, è come la prima strofa del “laudabimus” che sarà eternamente scandito in cielo.

ascolta il gloria del GEN VERDE https://www.youtube.com/watch?v=wFhDTXzJy30

don Walter Ruspi