Vuoi imparare ad amare? Esercitati nella carità, quella vera

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Un’esperienza  fatta in gruppo
Un’esperienza
fatta in gruppo

*di Pierluigi Giovannetti* Quando incontriamo qualcosa di bello, è inevitabile comunicarlo agli altri. Quando ci capita qualcosa che ci rende felici, non possiamo trattenerlo, è nella nostra natura di comunicarlo agli altri. E si comunica con le parole, ma anche con l’espressione del viso e con lo sguardo sincero e radioso.
È successo proprio così al gruppetto di ragazzi della Parrocchia della SS Trinità dei PP Cappuccini di Livorno che, in preparazione al ricevimento del sacramento della Confermazione, sono stati tre giorni in “ritiro” a Borgo San Lorenzo. Lì vicino c’è la casa di riposo San Francesco, dove sono ospitati circa 120 anziani, la maggior parte non autosufficienti, assistiti da personale qualificato, in una struttura ispirata alla Casa Sollievo della Sofferenza, per l’amicizia con padre Pio che legava il fondatore, padre Massimo da Porretta. La casa è gestita dal Terz’Ordine Francescano.
Entrando in quella struttura, era evidente che tutto era orientato primariamente all’attenzione alla persona. Dal salone per parrucchiera da signora, al barbiere, al mercatino di oggetti artigianali provenienti dal laboratorio creativo degli abitanti del villaggio. Gli operatori, gioviali e accoglienti, ci hanno guidato nella visita, ci hanno fatto incontrare alcuni ospiti, ma principalmente ci hanno trasmesso quel senso della caritativa che è essenziale: imparare a vivere come Cristo.

Un’esperienza fatta in gruppo
Un’esperienza
fatta in gruppo

L’esperienza della caritativa è fondamentale nell’educazione dei ragazzi, siano essi adolescenti o giovani. Andando in caritativa, comunichiamo agli altri qualcosa di bello che è in noi, nel farlo realizziamo noi stessi, ma, la cosa determinante è imparare ad usare bene il tempo libero.
Perché nel tempo libero viene galla a che cosa uno tiene davvero. «è il piccolo tempo libero che mi educa; ciò che dà l’esatta misura della mia disponibilità agli altri è l’uso di quel tempo che è solo mio, in cui posso fare “ciò che ho voglia”. Ci formiamo così una mentalità, un modo quasi istintivo di concepire la vita tutta come un condividere.»(1)
Quando siamo usciti dalla visita alla casa di riposo, mi ha colpito il fatto che alcuni dei ragazzi hanno subito chiamato la mamma dicendo che da grandi avrebbero voluto lavorare in una struttura come quella. Chiedevano quale tipo di studio avrebbero dovuto intraprendere per qualificarsi in quel tipo di lavoro.
E poi, tornati a casa, insistevano per rendersi utili in gesti di caritativa. Qualcuno voleva andare a fare la ronda della carità, ma non essendo ancora maggiorenni, gli ho proposto di andare a portare il pacco di alimenti a una famiglia bisognosa tramite la Caritas parrocchiale. Bello come rispondono i ragazzi e l’entusiasmo che ci mettono! Ma è il tempo libero che dobbiamo impegnare e il più a fondo possibile, quel tempo che si trova sempre quando c’è qualcosa che interessa davvero. Importante che il tempo sia veramente libero, quindi senza ledere lo studio o la discrezione in famiglia.

ANDARE IN CARITATIVA Le “leggi” e le “giustizie” schiacciano dimenticando e pretendendo di sostituire l’unico “concreto” che ci sia: la persona e l’amore alla persona. I ragazzi questo lo capiscono, eppure spesso non proponiamo loro esperienze di carità, che invece possano far comprendere concretamente quanto questo sia vero. L’educazione parte anche da qui. Educare alla carità significa educare ad un atteggiamento di prossimità e attenzione verso l’altro, che poi, con normalità, si ripropone nella quotidianità, nei gesti, nelle parole, verso i compagni di scuola, la famiglia, gli insegnanti.... Le proposte possono essere molteplici: associazioni, gruppi e realtà caritative, attraverso le quali fare esperienze ce ne sono a centinaia sparse in ogni territorio, basta solo iniziare a proporle come un vero e proprio cammino di crescita e di fede.
ANDARE IN CARITATIVA
Le “leggi” e le “giustizie” schiacciano dimenticando e pretendendo di sostituire l’unico “concreto” che ci sia: la persona e l’amore alla persona. I ragazzi questo lo capiscono, eppure spesso non proponiamo loro esperienze di carità, che invece possano far comprendere concretamente quanto questo sia vero. L’educazione parte anche da qui.
Educare alla carità significa educare ad un atteggiamento di prossimità e attenzione verso l’altro, che poi, con normalità, si ripropone nella quotidianità, nei gesti, nelle parole, verso i compagni di scuola, la famiglia, gli insegnanti….
Le proposte possono essere molteplici: associazioni, gruppi e realtà caritative, attraverso le quali fare esperienze ce ne sono a centinaia sparse in ogni territorio, basta solo iniziare a proporle come un vero e proprio cammino di crescita e di fede.

Probabilmente andare in caritativa è una delle proposte più classiche che vengono fatte ai nostri ragazzi, ma andarci con questa consapevolezza, cioè che non andiamo per risolvere i problemi di quello o di quell’altro, non andiamo in nome della giustizia o del sociale, non andiamo per avere per forza dei risultati “concreti”, perché «l’unico atteggiamento concreto è l’attenzione alla persona, considerare la persona, l’amore», beh, è veramente un’altra cosa.

«Le “leggi” e le “giustizie” schiacciano dimenticando e pretendendo sostituire l’unico “concreto” che ci sia: la persona e l’amore alla persona […]. Proprio perché li amiamo, proprio per il condividere con loro, non siamo noi a farli contenti; e che neppure la più perfetta società, l’organismo legalmente più saldo, la ricchezza più ingente, la salute più di ferro, la bellezza più pura, la civiltà più “educata”, li potrà mai fare contenti. È Cristo che li fa contenti, chi è ragione di tutto, chi ha fatto tutto: Dio»(2)
Proviamoci ad educare i nostri ragazzi in questa prospettiva, saremo stupiti di vedere di che cosa sono capaci! Una educazione così alla caritativa ha un unico scopo, quello di imparare il valore della carità a scuola, verso i compagni e in famiglia: diventa un modo di essere diverso, che attrae. Provare per credere!
1 L.Giussani, il senso della caritativa”, Società Cooperativa editoriale Nuovo Mondo, Milano, 2005
2 Ibidem

Un po’ di luce!

Giovani Sacro cuore 2_opt*di Carmine Taddeo*
Oggi come oggi, sembra quasi utopico accendere la televisione ed auspicare che ti cambi la giornata con buone notizie; tutte le volte che lo si fa, infatti, sembra di dover percorrere quella “via del dubbio e della disperazione”, di matrice hegeliana. Ovunque si vedono morti, volti sconosciuti di cui viene data notizia della scomparsa o dipartita, senza in realtà, lasciarci nulla. Oggi la morte non fa più notizia; si vive e sopravvive alla tragedia come fosse una cosa di routine. Tuttavia, quello che non si comprende, che non si pensa, che si dimentica, è che dietro un volto, dietro occhi, dietro mani, dietro un corpo, c’è una persona viva, che prova a respirare ogni attimo della sua vita. È facile parlare di settecento morti nel mar Mediterraneo e poi lasciare che la notizia mi turbi fino a che non volto la pagina del giornale o il telegiornale non cambi notizia. C’è tanta povertà nel mondo, ma questo termine può predicarsi in modo analogo. La povertà non è solo di coloro che non hanno nulla.

Giovani sacro cuore 5_opt
L’esperienza della parrocchia Sacro Cuore a Castro Pretorio a Roma è significativa: ripartire dagli ultimi per scoprire il senso della propria vita. Le mille povertà di una capitale e la gioia del vedere ogni giorno il riaccendersi la speranza negli occhi di chi soffre. E il servizio diventa stile di vita, in ogni cosa che fai. Dare tutto per sentirsi tutto: forse è questa la risposta alla ricerca della libertà?

La povertà è di quelli che non sanno accogliere, di quelli che la speranza la tolgono invece di donarla. La povertà si insinua nei cuori di chi non si mette a servizio, di chi non si fa famiglia. Dunque ecco una notizia che i telegiornali non passano, ci sono persone che non hanno nulla e si arricchiscono dell’amore che altri gli donano; la cosa bella è che quell’amore non rimane fine a se stesso, ma viaggia ancora e loro lo ridonano in un circolo virtuoso che, a quanto sembra, non intende terminare. Immergiamoci in una realtà familiare: la basilica del Sacro Cuore a Castro Pretorio, la nostra parrocchia, la nostra chiesa, la nostra casa. Quanta gente è possibile vedere passare in un posto come questo, nel cuore di Roma? E quanta povertà può fare da contorno a un posto del genere? Entriamo ancora di più nel dettaglio; c’è qualcuno che prova a fare la differenza? Oserei dire che sì, c’è qualcuno che prova a mettersi in gioco. Sono circa trecento, infatti, i giovani che si impegnano per portare un po’ di luce in questo mondo dal cuore di tenebra. Basta chiedere ai volontari che si dedicano ai rifugiati. Tutti questi giovani rifugiati, infatti, arrivano in Italia dai paesi più disparati e a volte senza speranza, dopo viaggi estenuanti, dopo aver vissuto sulla propria pelle esperienze disumane. Le testimonianze sono state tante e tutte colpiscono per la lucidità e la crudezza con cui questi ragazzi hanno il coraggio di raccontarle. Dunque non si può restare con le mani in mano. Ci si riunisce per offrire loro l’opportunità di studiare italiano, per imparare la lingua e trovare un futuro, gli si insegna a guidare e gli si da la possibilità di fare l’esame della patente; gite e cineforum diventano momenti per andare loro incontro e sentirsi famiglia. Si cerca di dare loro l’assistenza necessaria per ritornare a vivere. Colpisce tanto che tutti questi giovani di religioni diverse, di confessioni diverse, siano insieme e dicano “il Sacro Cuore è la mia casa” oppure “io sono figlio del Sacro Cuore”, nel rispetto delle Giovani Sacro Cuore 4_optdifferenze, nella tolleranza, nell’amicizia e nell’amore. Si arriva ad essere famiglia, a condividere ideali; c’è un tale ricircolo d’amore che piano piano coloro che sono stati accolti al Sacro Cuore, che siano essi rifugiati o meno, si ritrovano ad accogliere e a diffondere questa volontà di unione e fratellanza. Ma non finisce qui. Le povertà della stazione Termini sono tante; dunque perché non uscire fuori ad incontrare gli occhi dell’altro? Ecco che la risposta è il progetto di “banca dei talenti”. Ogni venerdì si preparano i panini e, carichi, si esce per trascorre del tempo con tutti i senza fissa dimora che ci sono nei dintorni. Ma non ci si ferma qui; perché non accoglierli anche in casa? La risposta, questa volta, è “piazza grande”. Ogni giovedì le porte si aprono, si condivide il vangelo, la propria vita, il cibo, i propri sogni… Con pazienza, non trascurando ma superando l’oscurità della tragedia, si fa spazio alla luce, si ridona dignità all’essere umano, alla sua persona e non senza considerare il percorso di formazione di ciascuno dei volontari. Non si può lavorare a nulla se non si cresce in sapienza. La cosa più bella, forse, che emerge, è che questo servizio non rimane chiuso nelle ore settimanali che si trascorrono qui in via Marsala; ma diventa uno stile di vita, un mettersi a servizio, un essere a disposizione sempre. La più grande ricompensa per noi volontari, è vedere quegli occhi che finalmente si riaccendono di speranza, con il coraggio di andare avanti, o di aspettare quel momento in cui le porte non ti si chiudono in faccia, ma si aprono per accogliere, per saziare, per dissetare, per vestire e per visitare. E se è vero che, come diceva Dostoevskij, “la libertà, nella sua più alta espressione consiste nel dare tutto e nel servire gli altri”, allora, forse, siamo sulla strada giusta per iniziare ad essere veramente liberi ed essere veramente umani.

Pronti via: un gruppo ai blocchi di partenza

8d47884b-05ea-47b8-82fe-b5b8be22ff6d-jfif*di don Mario Simula*
Ho visto tutto, da “infiltrato”. Incuriosito e pronto ad apprendere ogni cosa.

Guardando quei giovani, ho imparato che “le mangiate” non fanno crescere né la fede, né la Continua a leggere “Pronti via: un gruppo ai blocchi di partenza”

Pronti via: un gruppo ai blocchi di partenza

8d47884b-05ea-47b8-82fe-b5b8be22ff6d-jfif*di don Mario Simula*

Ho visto tutto, da infiltrato. Incuriosito e pronto ad apprendere ogni cosa. Guardando quei giovani, ho imparato che le mangiate non fanno crescere né la fede, né la vocazione educativa, né, tanto meno, la competenza. Sobri: un cesto di panini, quattro patatine, un po’ di affettato, un bicchiere di cocacola. Il menù è servito. Quel tanto per iniziare a rompere il ghiaccio e capire che è bello stare insieme. Prima regola del metodo giovani: creare il clima giusto. Passo nel chiostro. Tanti piccoli stand raccontano storie di esperienze e di ragazzi, di campiscuola e di avventure vissute a fiato perduto. Tutto da vedere. Tutto da ascoltare. Tutto da custodire nella cassa forte della propria vita di educatori. Seconda regola del metodo giovani: si impara vivendo e raccontando. I manuali li studio a casa, per conto mio. Devo rimanere intrappolato dai ragazzi, dai loro volti, dalle loro crisi di volubilità, dalle loro domande, dalle loro paranoie, senza che nessun dettaglio mi sfugga. Diventeranno un capitolo irrinunciabile della nostra vita.

b9240cb5-cde7-4258-9007-7bf588c3a949-jfifVedo uno strano movimento nel salone degli incontri. Ci si andrà fra qualche momento e si tolgono tutte le sedie. Com’è? Lo capisco in ritardo. Tutti quei giovani trovano posto sedere per terra. Uno appiccicato all’altro. Come avviene nel bosco, quando si entra in confidenza. Terza regola del metodo giovani: non ti complicare la vita con l’organizzazione, con la ricerca delle poltroncine, col c’è freddo, c’è caldo. E’ importante la fraternità. A volte si muore di efficienza e i ragazzi scappano. Anche un semplice incontro, può diventare un’avventura intelligente, organizzata con cura e tremendamente efficace, se non ci si arriva distrutti dal logorio delle cose da fare. Finalmente la platea è a misura di incontro. Qualcuno presenta la scaletta di ciò che avverrà. I gruppi si presentano. In questo modo gli ingredienti essenziali sono ab59c5bf-175e-46af-b5ec-ded400593aa3-jfifQuarta regola del metodo giovani: ognuno di noi ha un nome. Nessuno deve sentirsi fuori posti, tutti devono sapere quel che deve avvenire. Non si inizia: Allora, ragazzi, di che cosa volete parlare, oggi? Quando un gruppo diventa un’ammucchiata di anonimi, fa disastri. Indispone. Risulta indigesto. Ma se conto qualcosa e sono qualcuno. Se la mia vita raccontata è un pezzo fondamentale della strada da percorrere insieme, ogni attimo prende un altro gusto.

Parla un vescovo! Chissà che pizza. Prendiamo, per precauzione, una posizione da catalessi. Niente di tutto questo. Parla un vescovo e ha qualcosa da dire. Si fa ascoltare. Chiama in causa Francesco, Giuliana, Angela: volti prima che nomi; storie prima che teoria; cammini di vita prima che slogan. Tutti ascoltano: Chi sono io? Ci sono anche io fra quei nomi, con la mia storia, con la mia faccia, col mio cuore, con i successi e i fallimenti? Quinta regola del metodo giovani: parlare ai giovani dei giovani, delle cose vere della loro vicenda umana. Farlo con efficacia, con trasporto, con convinzione, con rispetto. Dare norme non serve. Raccontare brani o brandelli di vita aiuta a riconoscersi. Da queste narrazioni scaturiscono le norme per la vita. Come se le scrivessi io, insieme agli altri e condotti insieme da un amore che ci avvolge: quello di Gesù, passione del nostro cuore.

eb8d16cc-2867-48b8-81d4-1254477af1b7-jfifIl Vescovo sta alla consegna: quindici minuti. Quante cose importanti si possono dire in quindici minuti e quanti fuochi si possono attizzare!
Ce n’è uno che circola cercando di incendiare gruppi e parrocchie. E’ una Lettera sui giovani e destinata anche ai giovani. Tutti dovrebbero accorgersene e leggerla e iniziare a viverla. I ragazzi si dividono per gruppo, senza manco alzarsi da terra. Spostando semplicemente il baricentro del loro corpo. Devono confrontarsi per mezz’ora. Questa Lettera è arrivata a destinazione o si è perduta lungo i corridoi di un ufficio, nello scaffale di una sacrestia? Sesta regola del metodo giovani: I care. La cosa mi interessa. Ce lo diciamo guardandoci negli occhi, faccia a faccia, in un piccolo gruppo, venendo allo scoperto. Se non ci diciamo le cose come stanno e se non ci creiamo le occasioni per dirle, che gruppo è il nostro. Qui facciamo il pieno, sapendo che siamo destinati ad andare, ad uscire. I più dei nostri amici, non bazzicano da queste parti. Il piccolo gruppo mi carica per andare senza vergogna a cercarli. Senza prediche, senza bigotterie, senza trucchi. Da giovane a giovane. Sembra che non ci si debba stancare mai. Di nuovo tutti insieme, compatti, come un unico corpo, a dare conto delle nostre riflessioni talvolta non pacifiche. Domande su domande. Settima regola del metodo giovani: mettersi domande e non dare per scontate le risposte. Mettersi domande e cercare insieme le risposte di vita. Mettersi domande e non sapere a volte che cosa rispondere.

8352505f-8842-4b25-bb27-616c5dedcf07-jfifE ciò che avviene alle 22 di una sera di autunno, quando 130, duemila diecimila giovani sparsi per le innumerevoli diocesi d’Italia e provenienti da una o dieci o mille parrocchie d’Italia, decidono di incontrarsi, disarmati e decisi per iniziare un cammino nuovo. Alla ricerca prima di tutto di Gesù che dorme dentro la barca del nostro cuore e aspetta che noi lo svegliamo di soprassalto, gridando: Salvaci, Signore, perché stiamo per andare a fondo. E Lui, pieno di sorriso e di vita: “Perché avete paura? Non vi fidate ancora?”

Farsi prossimo nella rete

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L’ambiente della rete offre potenzialità di comunicazione e di relazione che legano tra loro le persone

*di Andrea Tomasi*

Tutti sappiamo che la rete nasce per comunicare informazioni a distanza, senza limiti geografici. I social network  permettono di entrare in relazione tra persone distanti fisicamente, ma rese vicine  dal l’ambiente della rete. Così diventa esperienza di ogni giorno l’appuntamento per salutare una persona cara che è andata a studiare all’estero, o mantenersi aggiornati su quello che succede e talvolta condividere un momento di preghiera tra amici, anche da lontano, ma resi visibili attraverso la webcam. Ed è ormai un dato di fatto la connessione quasi permanente dei giovani, e di molti adulti, in tutte le ore del giorno e anche della notte, specialmente con l’uso di cellulari e smartphone.

Ma la cronaca ci riporta anche quotidianamente fatti estremamente negativi. Persone che in rete vengono perseguitate da bulli che spesso si nascondono dietro l’anonimato, o persone ingannate e truffate, coinvolte nella spirale del gioco d’azzardo o dello scambio a pagamento di fotografie e filmati pornografici. Recentemente un delitto è stato facilitato dalla possibilità di “seguire” online gli spostamenti della vittima, attraverso le segnalazioni della sua attività in rete.

Non c’è da meravigliarsi. L’ambiente della rete offre potenzialità di comunicazione e di relazione che legano tra loro le persone, mescolando situazioni estremamente reali insieme ad uno stile di relazione che spesso è artificiale. Numerosi studi psicologici e analisi sociologiche aiutano a illuminare il mondo delle reti sociali e i comportamenti che le persone assumono in rete, ma mi limiterei qui a sottolineare alcuni aspetti, da approfondire in futuro se il tema suscita interesse.

Il primo punto riguarda la percezione di quanto siamo prossimi agli altri in rete: è diverso incontrare chi già frequentiamo oppure persone  che non conosciamo affatto. Anche dal punto di vista della distanza dagli altri e della frequenza con cui contattiamo i numerosi “amici”: una relazione continua viene mantenuta con poche persone, e la stessa possibilità di incontrarsi o di avere notizie delle attività e della presenza in rete dei nostri amici è “pilotata” da meccanismi che non controlliamo. Gli algoritmi di funzionamento del sistema ci mostrano solo una parte dei contenuti e selezionano le notizie da presentarci, che riguardano solo alcune tra le tante persone con cui siamo in contatto.

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Il “samaritano digitale” è colui che si fa prossimo anche attraverso la rete. Farsi prossimo in rete significa allora essere “autentici” e “prudenti”

Il secondo punto riguarda la qualità del nostro avvicinarci agli altri attraverso la rete. La vicinanza mediata dallo schermo porta a vivere la relazione in modo diverso rispetto alla presenza fisica, con meno imbarazzo, con maggiore intensità delle emozioni, sia positive che negative. La rete di per sé non produce sentimenti, ma amplifica e deforma quelle sensazioni che ci portiamo già dentro, e ci spinge ad esprimerle con immediatezza e talvolta senza controllo. Gli atteggiamenti di riservatezza personale, il pudore, il rispetto per l’altro, possono quasi sparire lasciando il posto a comportamenti negativi. E si dimentica che tutto quello che facciamo e scriviamo rimane conservato in copia da qualche parte.

Anche senza volerlo, le persone quando si esprimono attraverso la rete non sono esattamente le stesse persone che incontreremmo (o che saremmo) in carne ed ossa. In particolare possono essere modificati alcuni equilibri personali. Se siamo sempre connessi abbiamo una forma continua di presenza in mezzo agli altri, ci viene a mancare il tempo per noi stessi e l’incontro con le altre persone non può essere preparato dal tempo dell’attesa. In rete la distanza con l’altro è “appiattita”, costante, non riusciamo ad alternare momenti di maggiore intimità e momenti di sano distacco, che ci aiuta a vedere le cose nella giusta luce. E la comunicazione sulla rete diventa uno stile che lascia poco spazio all’interiorità personale, portando facilmente ad esibire i propri sentimenti e il proprio corpo, cercando l’approvazione degli altri.

“Farsi prossimo” in rete significa allora, a mio avviso, essere “autentici” e “prudenti”. Il valore dell’ autenticità in rete non è nell’ esibizione di se stessi, e non è una cosa diversa dal nostro “essere” nella vita di tutti i giorni; autenticità significa coerenza tra il modo di presentarsi e quello che rendiamo visibile negli altri momenti della giornata, nella corrispondenza tra parola e comportamento, personalmente e come appartenenti alla comunità cristiana. I punti critici riguardano il controllo delle proprie emozioni e l’ uso del tempo, per evitare che la connessione prenda il sopravvento sulle altre attività della giornata o sul riposo notturno.

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La connessione non deve prendere il sopravvento sulla vita, e sulle altre attività della giornata. Si può essere autentici anche in rete e questa autenticità è un ottimo biglietto di presentazione per chi entra in relazione con noi. Il “samaritano digitale” è colui che si fa prossimo anche attraverso la rete. Rendere più umano e vivibile l’ambiente dei Social Network è pertanto il risultato di scelte non occasionali e di atteggiamenti meditati da parte del “samaritano digitale”.

L’autenticità, quando viene percepita dagli altri, diventa una presentazione della persona e ci fa “entrare in relazione” con chi si incontra in rete, ma ci espone anche in modo trasparente e quasi indifeso al contatto con gli altri. E’ opportuno pertanto essere prudenti quando siamo in rete, in particolare verificando l’ identità delle persone che incontriamo e mantenendo un costante autocontrollo per sviluppare efficaci “relazioni di aiuto”, specialmente nei contatti a due, cercando quando è possibile una relazione personale diretta “in carne ed ossa”, con la necessaria gradualità e con le opportune cautele.

Il “samaritano digitale” è colui che si fa prossimo anche attraverso la rete, non chi condivide la stessa sorte della vittima dei briganti. E la comunicazione sui social network, dove spesso prevalgono il chiacchiericcio e il conformismo, espressi frequentemente con frasi violente e toni sarcastici e denigratori nei confronti di chi dissente, costruiscono un linguaggio, una sorta di pensiero unico che diventa una forma di schiavitù dello spirito.

Rendere più umano e vivibile l’ambiente dei Social Network è pertanto il risultato di scelte non occasionali e di atteggiamenti meditati da parte del  “samaritano digitale”.

Infine il servizio più grande che credo possiamo fare a noi stessi e alle persone che sempre più si avvicinano al mondo della rete è quello di maturare quella consapevolezza che è base necessaria per il discernimento: comprendere ed usare in maniera adeguata gli strumenti, sapendo che possono condizionare il nostro stile di vita, ma che sono anche un luogo prezioso di incontro e di comunicazione con gli altri.

 

Annalisa, Andrea e Caterina: tre giovani al timone della pg di Livorno

3 della pg
Caterina, Andrea, Annalisa

Era il pomeriggio del 17 maggio 2014 e a Livorno, precisamente in Piazza della Vittoria, si svolgeva la “Festa giovani diocesana”, cui io, Annalisa e Andrea collaborammo all’organizzazione. Una festa organizzata in fretta e furia, a tempo di record, fortemente voluta dal Vescovo Simone. Durante l’organizzazione incontrammo molti problemi ed ostacoli (permessi comunali non concessi per le location, ospiti che ci davano buca), tanto da arrivare al punto di voler rimandare l’evento.

Grazie però alla caparbietà del Vescovo e all’aiuto della Caritas diocesana riuscimmo ugualmente a metter su una dignitosa festa con giochi, testimonianze, musica e S. Messa finale. Era una giornata calda e soleggiata e la piazza era animata da tanti giovani accorsi all’evento. C’era anche il Vescovo Simone che girava tra la gente, compiaciuto della riuscita dell’evento.

past-giov8Fu allora che il Vescovo cominciò a prenderci “a braccetto” uno ad uno e passeggiando per i giardini della piazza ci pose la fatidica domanda: “Che dici di far parte del direttivo della pastorale giovanile? A giugno dovrò fare le nuove nomine, vorrei una pastorale giovanile fatta per i giovani da giovani, così ho pensato di mettere a capo dell’ufficio tre giovani laici: Annalisa, Andrea e te.  Siete stati molto in gamba per l’organizzazione di questa festa. Solo tre giovani possono capire cosa i ragazzi cercano e vogliono”.

Noi rimammo stupiti della proposta, ma accettammo onorati la scommessa che il Vescovo stava facendo su di noi, forse senza neanche capire fino in fondo cosa ci sarebbe aspettato e, soprattutto senza capire  a pieno la grandezza del servizio cui eravamo stati chiamati a svolgere nella Chiesa di Livorno.

Mettersi al servizio riserva
anche momenti difficili, ma non si è mai da soli

past-giov2Adesso sono due anni che abbiamo intrapreso quest’avventura, che durerà ancora per tre anni quando ci scadrà il mandato e possiamo dire che, ad oggi, siamo riusciti a entrar dentro in questo mondo pastorale. All’inizio non è stato facile. In questi anni abbiamo avuto momenti felici e soddisfacenti, ma anche tanti momenti difficili e faticosi. Non vi nascondiamo che , spesso davanti a fatiche, numerosi impegni (riunioni, eventi da organizzare, convegni a cui partecipare), incomprensioni ,ci è venuta voglia di gettar la spugna, ma la consapevolezza di non essere soli e soprattutto la presenza nel direttivo, di validi e competenti assistenti ecclesiali come Don Francesco Galante e Suor Raffaella Spiezio ci ha fatto andare avanti. Senza il loro supporto e la loro cultura pastorale saremmo persi. Spesso ci sentiamo inadeguati e impreparati per questo grande e impegnativo compito, ma poi abbiamo pensato a tutti quei semplici e umili personaggi della Bibbia di cui il Signore si è servito per fare cose grandi, come Maria, gli apostoli e così ci siamo rincuorati.

Sappiamo con fiducia che il Signore ci ha scelto per questo servizio e che Lui cammina accanto a noi, in questa nostra missione che viviamo umilmente: portare i giovani a Gesù e trasmettere loro gioia e speranza.

Caterina Lo Russo

giugno 2016

Vieni e vedi: quando catechesi e carità vanno a braccetto
L’esperienza della diocesi di Arezzo

dov'è tuo fratello2Dalla condivisione di alcune riflessioni sui percorsi della Chiesa italiana, oltre che dalla particolare sensibilità mostrata dall’Arcivescovo su queste tematiche e dai numerosi spunti offerti dal Convegno Diocesano sulla “Caritas in Veritate” del Papa Benedetto XVI, (5 dicembre 2009), è nato nella Diocesi di Arezzo un itinerario di iniziazione alla carità nel cammino di catechesi.

Di che cosa si tratta? Continua a leggere “Vieni e vedi: quando catechesi e carità vanno a braccetto
L’esperienza della diocesi di Arezzo